L’idea lanciata da un neonato Comitato referendario per l’istituzione di una macro-regione autonoma del Sud”, nel quale si annoverano personalità ascrivibili all’area di centro-destra, come Stefano Caldoro e Gaetano Quagliariello, è aleatoria quanto non risolutiva rispetto agli atavici problemi che stringono in una morsa il Mezzogiorno d’Italia. Gli aspiranti referendari, prendendo le mosse da un’obsoleta ricetta, la quale prevede per lo Stato l’onere prevalente degli investimenti, sostengono non senza velleità la necessità di darvita ad “un’iniziativà referendaria dal basso”, a loro dire resa possibile grazie all’inadeguatezza della classe politica che ha governato in questi anni le regioni del Sud”, autocelebrandolaaddirittura come “un vero elemento di novità” (sic). In realtà di nuovo c’è ben poco, se non il fatto che Alessandro Sansoni, presidente dei referendari e consigliere nazionale dei giornalisti pubblicisti, ha meritatamente acquisito via via potere all’interno del circuito mass-mediatico, tanto da trasformare un anonimo evento, privo di validi contenuti e povero di sostenitori (se si eccettuano i tanti giornalisti presenti), in manifestazione dirilievo nazionale, attraverso la notizia data, fra l’altro, dal Tg1in occasione della presentazione dell’iniziativa il 10 aprile a Napoli.

Un’eventuale, ancorchè improbabile, creazione di un tale organismo politico, sarebbe un altro elemento di confusione e di destabilizzazione, tanto per Roma quanto per Bruxelles. L’Unione Europea, infatti, si troverebbe nell’imbarazzante posizione di interloquire con due entità macro-regionali, potenzialmente in contrasto fra loro, distinte e distanti per capacità produttiva e spirito organizzativo.

Ai più è chiaro che la vera sfida per il Mezzogiorno, nell’ottica concreta di ridurre il gap socio-economico tutt’ora presente nella tradizionale dicotomia Nord, ricco e produttivo, con forti istanze di alleggerimento della pressione fiscale, e Sud, meno ricco e assistenzialista, con una smisurata domanda di sussidio, è quella di affrancarsi definitivamente dalle catene del malaffare delle mafie e dal cronico statalismo/clientelismo/favoritismo, che davvero costituiscono le cause maggiori della nostra innegabile arretratezza. La vagheggiata iniziativa di creare una compagine istituzionale autonoma coerente con la storia del Meridione” è l’antitesi di quello di cui ha bisogno il Sud: meno autonomia, più Europa, maggiore globalizzazione e quindi più mercato, per attuare un deciso contrasto alle posizioni di rendita e all’eccessiva, talvolta ottusa burocrazia, che tarpano di fatto le ali dello sviluppo. Ciò si può ottenere realisticamente solo se Roma, congiuntamente con gli amministratori locali, pone in essere un massiccio piano di agevolazioni alle imprese tale da attrarre grandi investimenti logistici e industriali (come è avvenuto, per esempio, con Apple a San Giovanni a Teduccio) e in questo modo incrementare l’occupazione. Il Mezzogiorno non ha bisogno, per contare di più, di un organismo autonomo “macro”, presumendo con ciòche solo per il fatto di aumentare la sua estensione territorialeesso acquisti un peso politico maggiore nei confronti dei suoi interlocutori a Roma e a Bruxelles. Se, come vorrebbero gli aspiranti referendari, accorpassimo una vasta area di territorio meridionale, magari cripticamente rievocando vecchi e gloriosi lignaggi pre-unitari (!), in assenza di una seria e nel tempo stabile programmazione di politica economica, che sia in netta discontinuità rispetto al passato, tutto ciò sarebbe un altro tentativo andato a vuoto a scapito delle legittime attese di sviluppo del Sud. Sarebbe semmai apprezzabile se la volontà dei pretendenti referendari si traducesse in una giusta battaglia,che da troppi anni attende il Mezzogiorno, magari serbando anche la possibilità di realizzare una macro-regione, depurata però dalla falsa velleità di renderla autonoma, quella cioè di tagliare costi inutili della politica, di ridurre il numero e gli emolumenti dei rappresentanti che siedono nei Consigli regionali, in quelli comunali, magari abolendo un altro inutile livello di Stato, le municipali. Occorre quindi troncare drasticamente gli innumerevoli sprechi della politica a carico dei contribuenti, a cominciare dalle società partecipate dei Comuni, tutte in deficit di bilancio, le quali altro non sono che il serbatoio di voti atto ad alimentare clientele e favoritismi per i trombati della politica e per tutti coloro i quali non hanno altrolavoro che quello del “politico di professione. In questo modo, riducendo la spesa, aumentando l’agognata efficienza della sfera pubblica e favorendo la nascita di una politica che sia veramente amica delle imprese e dei cittadini, il Sud renderebbe giustizia a se stesso e marcerebbe nella direzione auspicata anche dall’Europa.

Né si può avere la pretesa di ripensare, ancora una volta in una logica keinesiana volta ad aumentare il già insopportabile debito pubblico, a un nuovo “Piano Marshall”, qualora esso sia mai esistito in concreto per il Mezzogiorno. In quest’ottica miritorna in mente l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, nel 1950, alla quale fu affidato il compito di finanziare gli interventi necessari per dotare il Sud delle indispensabiliinfrastrutture occorrenti per l’impianto di imprese produttive industriali, commerciali e agricole, la cui gestione delle risorse fu rapidamente sottratta al controllo del parlamento, a vantaggio esclusivo del governo, gestione che poi sfociò sempre più palesemente in un proclive atteggiamento di corruzione e clientelismo. Pur ammettendo che quella fu l’unica congiuntura politica della storia d’Italia nella quale il divario Nord/Sud si assottigliò, tuttavia essa può oggi essere giustificata solo alla luce del fatto che nacque soli cinque anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, mente in questo momento storico una tale azione non sarebbe ugualmente possibile, oltrechè saggia.

Se veramente si hanno a cuore le sorti del Sud, anziché farsi promotori di contenitori vuoti e poco incisivi nella vita materiale delle persone, bisogna che la politica agisca nella rinnovata consapevolezza che solo imprese capaci di stare al passo con i tempi costituiscono il motore possibile e credibile per attuare un sano e duraturo sviluppo per il Mezzogiorno.Perché le imprese ritengano effettivamente conveniente investire nella nostra splendida terra, si rende indispensabile che lo Stato centrale e gli enti locali facciano, con coraggio e abnegazione, un passo indietro e rendano tutto ciò possibile nell’immediato, astenendosi, quantomeno per i primi cinque anni, dal tassarle. Inoltre, sarebbe urgente approvare da parte del futuro governo un provvedimento strutturale e non solo contingente, riguardante una importante riduzione del costo del lavoro, il cuneo fiscale di cui tanto si parla, che in Italia veramente incide in maniera determinante nei bilanci delle imprese. Questi, e solo questi, sarebbero provvedimenti dalla portata rivoluzionaria, che indurrebbero molti imprenditori a riscoprire il Mezzogiorno come area geografica su cui sviluppare investimenti, piuttosto che ignorarlo e fuggire daesso, come purtroppo avviene oggi. Questi provvedimenti sarebbero pertanto compensati da un poderoso piano assunzionale, a tempo indeterminato, di centinaia di migliaia digiovani meridionali che sempre più sono costretti a mobilitarsi per cercare un lavoro altrove.

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