Marcello Veneziani (filosofo, giornalista, editorialista, fondatore di diversi quotidiani e riviste e anche volto noto al pubblico per la sua attività di opinionista spesso presente in televisione) torna in libreria con Vivere non basta. Lettere a Seneca sulla felicità (2011; Mondadori; pp. 133; € 18,50). Le lettere mai trovate di Lucilio al proprio mentore.

Per spiegare nei termini più semplici possibili il tema centrale del suo ultimo saggio, Veneziani fa ricorso a un curioso confronto con Vasco Rossi, da anni eccitatore di musicomani grazie a quelle che, più che canzoni, vengono definite poesie filosofeggianti, gridate o sussurrate poi attraverso il rock. Al pubblico, interessato e affascinato, dell’Auditorium del Mecenate a Roma (nel corso di un dibattito sul suo libro) Veneziani ha proposto un parallelismo tra il suo concetto di vita – che non può essere presa così come viene – e il nuovo album del cantautore emiliano, intitolato, con involontaria affinità, Vivere o niente. “E’ esattamente l’antitesi di quanto io scrivo“ in Vivere non basta, cioè che “la vita non va solo vissuta” (sempre al massimo, a gonfie vele, a tutta birra, magari con qualche ‘sballo’). Essa è invece “un mezzo – spiega Veneziani – e va anche pensata e dedicata”, votata, a qualcuno e a qualcosa. “Non può”, in sostanza, essere solo “un’esplosione”. Un’ambasciata e un messaggio, questi, inviati fin dal principio di questa esplorazione ‘venezianesca’.

Vivere non basta scaturisce da un antefatto di fantasia, un intrigante esercizio di scrittura creativa. Il filosofo di Bisceglie (Bari, Puglia) – già abbronzantissimo come fosse agosto (“io ho un mare incurabile”, scherza coi presenti in platea) – immagina che, in seguito al recente e drammatico crollo della Casa del Moralista di Pompei, vengano ritrovate diciotto lettere di Lucilio. Vale a dire il carteggio del discepolo di Seneca (il grande pensatore coetaneo di Cristo e amico/consigliere di Nerone), scritto duemila anni fa in risposta alle missive inviategli dal suo Maestro, queste ultime, nel loro insieme, considerate uno dei maggiori classici della letteratura e filosofia latina. Incardinate sul dogma, sul principio della Libertà. In tal modo Veneziani/Lucilio completa una corrispondenza che, nella realtà, non è reperibile.

L’espediente permette all’intellettuale pugliese e romano d’adozione, di agganciarsi a valori anche contemporanei e quindi a felicità, fortuna, bellezza, gioventù, vecchiaia/morte, vita, eutanasia, corpo, amore, sacro, dèi, miti e potere. E proprio su quest’ultimo elemento – il potere appunto – si è concentrata in modo preponderante la discussione intavolata all’auditorium capitolino. Muoversi dal presupposto che nell’animo e nella ragione del filosofo c’è l’allontanarsi dalla vita, il capire che esiste qualcosa di più. Da qui si giunge al rapporto col potere. Veneziani cita Seneca, “ogni volta che mi avvicino al potere, mi allontano con rabbia e ribrezzo”. E’ un mondo che “si circonda di servi e adulatori”, ma anche “valentissimi uomini”, sostiene Veneziani, si comporterebbero allo stesso modo se avessero in mano il comando. L’unica via possibile resta una sorta di “adozione a distanza”, dice Veneziani-Lucilio, che esclude una “vicinanza, una continuità”, onde evitare il “rischio di bruciarsi”. Il pensatore pugliese invita a immaginare di spogliare l’uomo del suo potere, dei privilegi, per vedere “se rimane qualcosa”. Se non resta nulla quell’uomo “non vale niente”. Se “vuoi capire di che stoffa è fatto il potente, giudicalo da chi promuove e da chi rimuove”. Le sue “ambizioni personali, devono coincidere con quelle della città, della società”. Forse “un’utopia”, di certo una visione critica.

Il saggio di Veneziani è permeato di ricordi del padre (scomparso di recente). Una dedica a questo professore di filosofia che fin da bambino “mi presentò Seneca”. Dal ricordo del genitore un’osservazione sulle statue, sui bronzi, sui monumenti, che congelano il lascito di chi muore. Veneziani-Lucilio, piuttosto che a una scultura di marmo carica di “retorica”, pensa a un’effige ritagliata su un muro, “una breccia per guardare oltre, attraversare” con lo sguardo e la mente “per vedere la realtà” e per “guardare il cielo, la luna, le stelle”.

Con Marcello Veneziani, 56 anni, anche una chiacchierata a tu per tu.

Domanda – Oltre che filosofo, Veneziani è attento osservatore della politica contemporanea. Nel suo libro ha inserito anche un messaggio politico?

Risposta – E’ un libro che ha prevalentemente un tono esistenziale, riguarda soprattutto i temi della vita. Naturalmente c’è anche un discorso politico, un capitolo dedicato al potere, il disincanto e le disillusioni che il potere crea. Ma non darei una lettura prettamente politica. Semmai, il fatto che qualcuno (come lui, appunto, N.d.R.) si occupi di temi di duemila anni fa, è già un segno di un rifiuto della politica come è oggi.

D. – Da dove nasce l’idea del rinvenimento delle lettere di Lucilio scritte per Seneca?

R. – C’è stato, per quanto mi riguarda, un ritrovamento più modesto. Quello di un libro, nella biblioteca paterna, del libro di Seneca che mio padre portava sempre con sé, le Epistole a Lucilio, e ho immaginato il recupero invertito. Molte testimonianze, dello stesso Seneca, confermano l’esistenza di un epistolario anche inverso. Con un espediente narrativo, sono riuscito a dialogare con Seneca e a riproporre nel mondo di oggi temi che riguardavano il mondo classico, ma che riguardano l’uomo nella sua condizione, al di là dei tempi.

D. – Tornando alla politica, che spazio esiste oggi in Italia, per il liberalismo?

R. – Il liberalismo tende a essere un sottinteso, nel senso che difficilmente riesce a essere esplicitato. Credo che debba essere una sorta di precondizione, di accettazione della libertà come terreno comune e delle regole. Ma dall’altra parte ritengo che comunque debba dare sostanza a quello che viene definito liberalismo. Io propendo più per una cultura comunitaria, nel senso proprio del neocomunitarismo. Ritengo che il liberalismo, se si ferma alla libertà come fine, non abbia grandi prospettive. La libertà è un grande mezzo, è come l’ossigeno, ci serve per respirare, ma poi dobbiamo riempire la vita di contenuti degni di essere vissuti”.

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1 COMMENTO

  1. Bel reportage, che aggiunge valore al sito. Su veneziani, che dire? Mi limiterei a due cose. La prima: “Vivere non basta” è un pessimo titolo per un libro del genere, va benissimo per una canzonetta o un LP, ma un testo originale sulla filosofia, sulla libertà e su tante bellissime cose non può avere assonanze con Vasco Rossi (con tutto il rispetto per il simpatico e un po’ sfilacciato guru di Zocca): “Lettere a Seneca sulla felicità” era già perfetto così, senza bisogno di essere retrocesso a sottotitolo. La seconda: ok, la libertà, la felicità, la vita, la coscienza e la filosofia e poi Veneziani che mi finisce a fare, negli ultimi quindici anni? Il cosiddetto ‘intellettuale di destra’, obbligato per scarsità di colleghi a sovra-esporsi nei salotti, nei talk show e sui giornali filo-berlusconiani. Veneziani pare anche a me tipo sveglio e di valore, però, insomma… Ancora compliementi per il bellissimo articolo.

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