Esistono date che dal fragore della cronaca hanno avuto la forza di entrare a pieno titolo nelle pagine della storia. Tra queste rientra senza dubbio il 22 maggio del 1978 quando in Parlamento venne approvata la Legge n.194 che ancora oggi regolamenta l’interruzione volontaria di gravidanza. Quel giorno ha segnato una svolta significativa nell’Italia scossa da nuovi fermenti e rinnovate esigenze.

Il testo normativo ha una declinazione che già in sé, nonostante le pretestuose critiche, riassume il senso del suo concepimento e quindi della sua nascita: “Legge 22 maggio 1978, n.194 – Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza”.

A favore si schierarono sia le forze di ispirazione laica e liberale come il Partito Radicale, il PLI e il PRI che i partiti della sinistra social-marxista PCI, PSI e PSDI.

L’aborto sino a quel momento era considerato un crimine sanzionato con il carcere così come previsto dal Codice Penale: causare l’aborto di una donna non consenziente (o consenziente, ma minore di quattordici anni) era punito con la reclusione da sette a dodici anni (art.545), causare l’aborto di una donna consenziente era punito con la reclusione da due a cinque anni comminati sia all’esecutore dell’aborto, sia alla donna stessa (art.546), procurarsi l’aborto era invece punito con la reclusione da uno a quattro anni (art.547), istigare all’aborto o fornire i mezzi per procedere ad esso era punito con la reclusione da sei mesi a due anni (art.548).

Insomma, la galera come soluzione ad una questione sociale e sanitaria.

Le gestanti intenzionate ad abortire erano costrette ad agire nella totale segretezza facendo ricorso a metodi illegali, affidandosi ad improvvisate ostetriche (definite in gran parte d’Italia mammane) che attraverso l’uso di strumenti rozzi e contravvenendo a norme igieniche prestavano allo scopo il proprio operato.

Consuetudine diffusissima al Nord come al Sud con tutte le conseguenze del caso: infezioni, morte per dissanguamento, pesanti traumi fisici e psicologici.

Un quadro desolante e non degno di un Paese che intendeva percorrere la strada della modernità.

Da qui gli accesi dibattiti parlamentari, le numerose manifestazioni di piazza, gli scontri, le forti prese di posizione di partiti, associazioni, movimenti d’opinione, giornali e riviste.

Il primo articolo della Legge n.194 recita: “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le Regioni e gli Enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”.

E’ stabilito, poi, che l’aborto può essere praticato entro i novanta giorni dal concepimento, mentre tra il quarto e il quinto mese è possibile ricorrere alla IVG solo per motivi di natura terapeutica, grantendo sempre l’anonimato per la donna.

A distanza di quarant’anni il bilancio è senza dubbio positivo vista la riduzione progressiva dell’interruzione volontaria di gravidanza (100mila aborti in meno) che fa il paio con una maggiore consapevolezza dell’atto sessuale, anche grazie ad un uso più diffuso degli anticoncezionali.

La Legge 194 ha consentito, quindi, di regolamentare una pratica molto in voga ai tempi portando alla luce del sole ciò che avveniva nel sottobosco della clandestinità, rompendo un muro di silenzio e di omertà e squarciando il velo sull’ipocrisia di usi e costumi che caratterizzavano l’Italia dell’epoca.

Infine nel 1981 gli elettori votando NO ai quesiti referendari manifestarono democraticamente la volontà di accettare la Legge 194 come novità positiva dell’ordinamento in perfetta sintonia con i mutamenti avvenuti nel Paese.

Ciò nonostante è ancora forte l’azione ostruzionistica portata avanti dai medici obiettori all’interno delle strutture ospedaliere pubbliche: un aspetto che nei fatti crea non poche difficoltà alle donne che consapevolmente intendono praticare l’IVG.

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