La notevole attenzione dedicata dalla stampa all’ “interpretazione autentica” data dall’ex Commissario U.E. Bolkestein alla direttiva europea indicata col suo cognome (e che tante agitazioni ha provocato in Italia) è un caso emblematico, anche se di sicuro non il più importante, di come una classe dirigente pusilla e decadente si serva dell’Europa per mascherare scelte fatte in Italia spesso in appartati uffici ministeriali.

Ha detto l’ex Commissario europeo (si legge sulla stampa) che le norme di recepimento in Italia della direttiva non corrispondevano né al senso (e alla lettera) della direttiva europea; che altri Stati (come la Spagna) avevano tranquillamente risolto il problema rinviando di decenni l’applicazione della stessa (chiedendo una deroga) e che in conclusione gli italiani devono prendersela con se stessi, e in particolare con i loro “governanti” sia a livello politico europeo che burocratico.

A me capitò, quale professionista, anni orsono, di dare pareri in materia, e conclusi che la direttiva europea era stata distorta con la regolamentazione nazionale di recepimento. Ho quindi una ragione in più di rallegrarmi di quanto ha detto Bolkestein. Ma l’episodio conferma ciò che i media di regime, notoriamente – al contrario di internet (v. fake-news) – oracolo di verità indiscutibili, ci propinano da tanto, cucinato in tantissimi modi, ma sempre uguale nel senso (e nello scopo).

Il primo: “bisogna farlo perché ce lo chiede l’Europa” e varianti sul tema come i “compiti a casa” o “come vivremmo senza l’euro”, e giù condito di De Gasperi, Spinelli (Altiero, non fraintendete), Monnet e chi più europeisti ha, più ne metta. Per lo più inventato perché da un lato (v. Bolkestein) l’Europa non ci ha chiesto nulla, ma una classe dirigente priva di autorità e consenso non ha il coraggio di decidere; e quindi fa finta che a volerlo sia l’Europa, istituzione, fino a qualche lustro orsono, autorevole e dotata di un plebiscitario consenso da parte degli italiani. Ed all’autorità si può applicare quel che Don Abbondio diceva del coraggio (dote anch’essa carente nei “governanti” italiani): che “chi non ce l’ha, non se lo può dare”. E in effetti a dargliela devono essere gli altri, ed è comprensibile, quando manca, che la si sottragga a chi ce l’ha.

Sottrai ora, sottrai domani, l’Unione europea (che diverse colpe le ha, ma molte meno di quanto appaia) alla fine ne è diventata priva, quasi quanto la classe “dirigente” italiana. La quale ha la virtù inversa a quella di Re Mida: tutto (o quasi) quello che tocca si trasforma in pattume: è un parassita (anche) d’autorità.

Ma ci sono altri aspetti della vicenda, meno importanti che ripetono altri “ritornelli”, cui siamo abituati, tra i quali spicca che i sacrificati della normativa di recepimento sono: a) piccoli imprenditori (detti “partite IVA” nel linguaggio prevalente). Cioè evasori fiscali, contributivi, spesso corruttori e soprattutto tarati da una deprecabile tendenza a non votare certi partiti. Quindi vanno puniti, o, quanto meno non (o meno) garantiti (e protetti).

Una qualche sollecitudine (per il commercio ambulante) si segnala comunque, per le “società di capitali regolarmente costituite e cooperative”; le quali potevano così ottenere le autorizzazioni abitualmente date a persone fisiche; nulla di male, ma essendo le autorizzazioni in atto praticamente tutte date a piccolissimi imprenditori e a “termine”, in pochi anni sarà possibile per la grande distribuzione entrare massicciamente un tale tipo di commercio, fruendo della massiccia presenza (sul mercato) di autorizzazioni “scadute” dei vecchi concessionari.

Come in altri casi si è così alimentata una nuova forma di lotta di classe, dato che quella “classica” borghese/proletario è finita e quindi non “rende” più: quella tra piccoli e grandi (nelle leggi bizantini “Penetes” e “Dunatoi”). E le élites si lamentano poi, perché i Penetes, nelle cabine elettorali, li abbiano mandati a casa. E per quale ragione avrebbero dovuti tenerli in poltrona, dato che i Dunatoi vogliono mandare loro a casa? Ricambiano la cortesia.

Infine, come spesso in Italia, il tutto è avvenuto osservando la “legalità”. La quale nel significato inteso da chi ha il potere vuol dire osservando le procedure, ma soprattutto che il precetto sia deciso dall’ufficio competente. Che poi l’ufficio competente decida cose giuste o sbagliate, travalichi dai propri poteri, disattenda (e talvolta stravolga) le direttive superiori è cosa di poco rilievo, purché i timbri siano a posto e i comma in ordine. Alla fin fine la normativa oggetto del contendere è stata decisa non dal Parlamento, ma sostanzialmente da qualche ufficio amministrativo. Il legislateur caro a Rousseau è un direttore generale, con buona pace dei diritti dei cittadini (e anche un po’ della democrazia).

Perciò bisogna essere grati a Bolkestein di quanto ha detto; ha fatto come il bambino delle favole di Andersen, l’unico a vedere tra tanti miopi ed ipocriti che il Re è nudo.

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