Molti giornali, a proposito della sentenza della Corte d’assise di Palermo sulla presunta trattativa Stato Mafia, hanno fatto titoli in cui si sottolineava che la sentenza potrebbe pesare sulla nascita del Governo. È una imprecisione. Correttamente avrebbero dovuto titolare: “la sentenza deve pesare sulla nascita del Governo!”. Dopo oltre cinque anni di un processo ciclopico, fondato su un teorema già definito da altre sentenze come inaccettabile e comunque indimostrabile, il dispositivo è arrivato, puntuale come un treno di Mussolini, nel momento in cui serviva il decisivo colpo di maglio per legittimare la presa del potere da parte dei cinque stelle. Ancora una volta la Procura di Palermo, in prima linea tra la magistratura militante, ha assestato la mossa vincente al momento giusto. Non importa che l’esatto contrario fosse già scritto in altri giudicati e quindi che il delirante verdetto sarà cancellato negli ulteriori gradi del giudizio. Già in passato si era cercato di accreditare il medesimo teorema e, stranamente ma non troppo, in primo grado, la tesi era stata accolta, salvo poi venire ribaltata nelle corti di livello superiore. Il Gen. dei Carabinieri Mori era stato ritenuto colpevole per analoghe accuse, ma successivamente assolto. Oggi, oltre a lui sono stati condannati a pene gravissime per l’opinabile reato di minaccia a corpi dello Stato, anche il Gen. Subranni ed il Col. De Donno. Insieme a loro è stata affermata la colpevolezza di alcuni presunti mafiosi e di Marcello Dell’Utri, il cui coinvolgimento era necessario a consolidare la teoria della responsabilità del Governo Berlusconi nella trattativa. Una precedente sentenza definitiva della Cassazione, per la quale l’ex Senatore sta scontando la pena, aveva riconosciuto il concorso esterno con la mafia solo fino al 1992 e la escludeva per il periodo successivo. Oggi è stata smentita, dal momento che serviva di poter affermare che tale ruolo lo avesse ancora nel 1994, quale intermediario tra “cosa nostra” ed il governo Berlusconi e quindi per considerare dimostrato il teorema dell’esistenza di un livello politico della trattativa.
La gaffe istituzionale relativa alla imputazione di Nicola Mancino per falsa testimonianza, che aveva fatto registrare in passato un forte contrasto con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, poi risolto dalla Corte Costituzionale, è stata riconosciuta come tale, assolvendo l’ex vice presidente del CSM per non aver commesso il fatto. Ovviamente per il mafioso pentito Giovanni Brusca, che aveva contribuito alla costruzione dell’ordito accusatorio, è stata dichiarata la prescrizione.
Nessuno dubita del fatto che tale sentenza verrà demolita nei successivi gradi del complesso giudizio, ma al momento l‘interesse principale era quello di lanciare una carica di tritolo, ovviamente antimafia, contro il governo in gestazione per far fallire tutte le ipotesi di coalizione che avrebbero potuto vedere coinvolto, in tutto o in parte, il centro destra. È stato pienamente e puntualmente centrato l’obiettivo di facilitare l’attesissimo Governo Cinque Stelle, determinando una indiretta, fortissima pressione sul PD per un appoggio, anche dall’esterno. Rimane la difficoltà di convincere il riluttante Renzi, che tuttavia ha sulle spalle il pesante fardello delle pendenze giudiziarie dei genitori. Lo schema è quello di un Esecutivo presieduto da Fico, che così lascerebbe la poltrona di Presidente della Camera a Franceschini. Si tratta di un copione già visto. Gli attori sono cambiati nel tempo, ma la compagnia teatrale è sempre la stessa. Di Pietro, definitivamente azzoppato da un’inchiesta della Gabanelli, è oggi impresentabile, quindi non serve più. D’Avigo si appresta a conseguire traguardi prestigiosi nel CSM, DiMatteo ad assumere un ruolo da ministro.
La benemerita Arma dei Carabinieri da domani potrà proseguire con la medesima serenità il proprio delicato servizio nell’interesse dello Stato ed a difesa delle Istituzioni, o la condanna di tre suoi alti esponenti, che nella loro carriera hanno reso grandi servigi, potrebbe farne subirne un grave turbamento? Qualcuno ha preso in considerazione l’ipotesi che il giovane figlio di Ciancimino, le cui farneticazioni hanno innescato tutto il processo, dal momento che anche lui ha ricevuto una presente condanna ad otto anni di carcere, possa decidere di raccontare di rapporti non del tutto trasparenti con elementi della Procura palermitana? Quale attendibilità potrebbe attribuirsi alle calunnie di un Massimo Ciancimino! Tuttavia se le sue eventuali affermazioni dovessero avere una qualche apparente credibilità, come ne uscirebbe la magistratura palermitana, che si è mossa come se dovesse fare una crociata per dimostrare un teorema e non per la semplice ricerca di una inconfessabile verità?
Interrogativi che pesano sul recente verdetto, come hanno pesato per troppi anni e forse sono responsabili di una diffusa sfiducia, in relazione ai teoremi, non sempre confermati, del pool di mani pulite un quarto di secolo fa.

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1 COMMENTO

  1. Molto bene, Presidente. Suggerisco di pubblicare anche, e sottoscrivere ufficialmente come PLI, il comunicato del Partito radicale pubb licato il 20 u.s. e intitolato “IL GENERALE MORI E I SUOI UOMINI SONO STATI CONDANNATI, MA È LA GIUSTIZIA AD AVER PERSO. SENTENZA ASSURDA, ILLOGICA, MOSTRUOSA”:
    http://www.radicalparty.org/it/content/il-generale-mori-e-i-suoi-uomini-sono-stati-condannati-ma-la-giustizia-ad-aver-perso-sentenz
    Mi sembra opportuno inoltre pubblicare anche sul sito del PLI il presente articolo e il comnunicato del PR.

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