Parlare di economia, dei problemi sociali e del lavoro è certamente una priorità assoluta per ogni uomo politico che voglia proporsi agli elettori come aspirante a ruoli di governo del Paese.
E tali temi, infatti, hanno giustamente monopolizzato l’attenzione dei cittadini nella fase precedente alle votazioni del 4 Marzo: reddito di cittadinanza o di inclusione, flat taxe altre proposte in materia tributaria, lotta alla disoccupazione e così via.
Non dovrebbero, però, tali temi costituire la materia unica della disputa politica, perché i mali del Bel Paese sono anche altri; e di non poco conto.
Un leader degno di tale nome non potrebbe, per esempio, a mio avviso, non inserire nel suo Vademecum il ripristino dei diritti politici sottratti ai cittadini dalle leggi elettorali del “decennio nero” (Porcellum, Rosatellum).
E ciò al fine di garantire al voto degli Italiani, nuova, piena rappresentatività.
Il risultato, d’altronde, sarebbe agevolmente perseguibile, utilizzando sistemi già collaudati in vere democrazie (sistema maggioritario uninominale, come in Gran Bretagna o sistema proporzionale di lista, senza previsione di premi, come in altri Paesi), rinunciando alle italiche furbizie di escogitare sempre marchingegni per consentire a date forze politiche di prevalere sulle altre.
Anche il pronto avvio, da parte di un avveduto uomo di governo, di tutte le iniziative necessarie per riappropriarsi, come rappresentante dello Stato Italiano, della sovranità territoriale perduta, per impedire sbarchi sulle proprie coste di immigrati, mi sembra un prius da non trascurare.
E ciò, al doppio fine di stroncare, in primo luogo, illeciti arricchimenti di “scafisti”, “caporali” e di fasulle, e talora truffaldine, istituzioni di beneficenza, destinatarie del denaro dei nostri contribuenti, nonché di imprenditori incapaci di rinnovarsi senza puntare sul neo-schiavismo di colore (per sorreggere le loro aziende non più competitive); in secondo luogo, di ristabilire le regole di un rigoroso contratto sociale tra cittadini, autoctoni o integrati, che garantisca una convivenza civile e una coesistenza sociale ottimali.
Se poi, si pensasse anche al recupero della nostra sovranità in materia di bilancio dello Stato, violata dall’imposizione di modifiche all’articolo 81 della nostra Costituzione, non sarebbe per niente male.
Un altro problema non trascurabile (anche perché costituisce, di fatto, un forte handicap per l’economia) è quello della corruzione amministrativa (politico-burocratica). Condivido la tesi più volte esposta da Carlo Nordio.
Basterebbe semplificare tutte le norme sulle opere pubbliche e private, eliminando gli attuali, pretesi e solo apparentemente rigorosi, ostacoli (pareri, confluenza di competenze e altro) alla concessione delle autorizzazioni, onde evitare ipotesi possibili di corruzione a ogni intoppo amministrativo: un solo atto dovrebb’essere sufficiente per avviare i lavori.
Altri Paesi l’hanno capito da tempo e lo sviluppo delle loro attività costruttive lo dimostra a sufficienza. Solo l’Italia offre il panorama di strade che finiscono nel nulla di lande deserte, di ponti sospesi nel vuoto nell’eterna attesa della prosecuzione dei lavori e via dicendo.
Certo: altre misure urgenti e necessarie presentano aspetti di maggiore difficolta, perché occorre modificare singoli, specifici articoli della Costituzione (niente in paragone al sogno faraonico della riforma costituzionale autoritaria di Renzi, Boschi e Verdini). Mi riferisco, in primis, alla necessaria abolizione, in un Paese che conosce gli attuali, elevati livelli di corruzione (siamo secondi in Europa soltanto alla Bulgaria), del cosiddetto principio dell’emenda del condannato (da restituire all’applicazione del concetto punitivo e retributivo, che è proprio delle democrazie meno corrotte e più solide).
Anche l’obbligatorietà dell’azione penale andrebbe riconsiderata, rifacendosi a modelli di altri Paesi per l’inizio dell’azione penale, congiuntamente alla separazione delle carriere (e non solo delle funzioni) di giudici e pubblici ministeri.
Non sarebbe male, infine, configurare lo status di magistrato come incompatibile con l’esercizio di qualsiasi altro potere dello Stato, impedendo la presentazione del medesimo alle votazioni elettorali (se perdura, ovviamente, la sua condizione di giudice o di pubblico ministero).
Dulcis in fundo: Ridare ai nostri servizi di Intelligence il ruolo che hanno in altri Paesi (e non quello deviato utile al desiderio di reciproca sopraffazione dei partiti politici) ci aiuterebbe a muoverci meglio nel sempre più difficile e complicato campo delle realzioni internazionali.
Un caso recente può chiarire meglio il mio punto di vista. Le notizie sulle posizioni assunte dai “grandi della Terra” sui recenti bombardamenti, stermini, genocidi in Siria e dintorni mi sono parse false in modo tanto palese da farmi sospettare dell’esistenza di azioni concordate tra finti oppositori: in altre parole, di un vero e proprio gioco delle parti (non a caso, nessuno ne parla più!)
D’altronde, la Brexit, l’elezione di Trump, il sempre più consolidato potere di Putin e i rapporti degli uomini politici di una certa statura con le egemoni, anonime, sotterranee ma potentissime élite finanziarie mondiali di Wall Street e della City aprono, oggi, scenari del tutto insoliti nella materia dei tradizionali rapporti tra gli Stati.
Le solidarietà data a interventi anche di natura bellica non possono essere più affidate alle estemporanee valutazioni di uomini politici anche di lunga esperienza.
Sulla nostra pelle portiamo ancora le ferite di errori compiuti al tempo del conflitto in Libia, voluto da Sarkozy contro Gheddafi.
Sarebbe oltremodo augurabile non procurasene altre.

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