Ti ritrovi tra le ferite della città, quella che era una delle più belle d’Italia. Massacrata due anni fa, il 6 aprile del 2009, da un terremoto infame. Un “uomo nero” subdolo, che nel buio castiga tutti. Non c’è buono, non c’è cattivo. Ju tarramotu, come dicono da quelle parti, nel cuore dell’Abruzzo, espressione che ha suggerito a Paolo Pisanelli il titolo per il suo toccante, bello e spaventoso docufilm di un’ora e mezza, nelle sale (troppo poche) in questi giorni, a due anni dalla catastrofe.

Osservi le nitide immagini girate in circa quindici mesi, ti aggiri tremante fra le macerie del centro storico della città, fra le case tagliate. Ti impolveri non i vestiti o le scarpe, ma l’anima, imbrattata da un orrore che immaginare non è nulla, rispetto alla brutale realtà. E ascolti le voci di uomini e donne sommessi e furibondi e valorosi e rassegnati. Esseri umani traumatizzati, scappati via di notte per cercare di salvare almeno la pelle. Parole che infilzano, come pianti di adulti-bambini scaraventati giù dalla culla della loro esistenza. Gente che è cambiata, per sempre. Che oggi salta sulla sedia ad ogni rumore, che ascolta di continuo, dentro di sé, il boato spaventoso della terra che urla dalle viscere e quello delle case e dei palazzi che si sbriciolano come fatti di pane raffermo.

E’ quello che ti sbatte in faccia la visione di Ju tarramutu, le testimonianze, una sequenza di piccoli penosi racconti. Una pellicola che, oltre a fotografare anime e luoghi devastati, ti regala anche suoni, musica, quella realizzata dal gruppo di artisti locali Animammersa. Balli, cantiche popolari in dialetto. La rappresentazione di un’umanità che da subito si è dimostrata non disposta a divenire strumento di propaganda politica. Investita dal grottesco, dalle parole di un capo del governo che, per pubblicizzare falsi interventi risolutivi, pochi mesi dopo i crolli parlava delle tendopoli come di “camping da fine settimana”. Gente che ha ingoiato le intercettazioni telefoniche di imprenditori che il giorno dopo la scossa, ridevano e si fregavano le mani all’idea degli affari da incassare per la ricostruzione.

Da non perdere questo reportage che, più che informare, suscita tanta emozione.

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