Le due culture (di cui ho parlato forse anche troppo nei miei tanti libri) e cioè quella anglosassone (grazie a Lucrezio, empiristica, pragmatica e sostanzialmente monistica) e quella Euro-continentale (a causa del rifiuto e dell’ostracismo del De rerum natura,idealistica-ideologica – sia in senso filosofico sia in senso religioso- e fortemente dualistica), hanno offerto di recente, all’attenzione degli studiosi, due versioni totalmente diverse della “protesta” che ha preso a serpeggiare tra le popolazioni delle “liberal-democrazie” Occidentali.

All’origine della protesta v’è stata l’intuizione che il sistema di potere instaurato (o quanto meno, inconsapevolmente favorito) dalle popolazioni dell’Occidente sia finito nelle mani delle élite finanziarie mondiali. E ciò, attraverso l’esautoramento della classe politica, ridotta al ruolo di longa manus degli interessi economici di una ristrettissima cerchia di happy few.

La protesta si è sviluppata in modo totalmente diverso per Inglesi e Statunitensi da un lato ed Euro-continentali dall’altro.

Nord-America e Gran Bretagna hanno detto un “no” deciso e con voce, man mano più forte e robusta:

1) all’iperliberismo e alla globalizzazione che avevano determinato sacche di eccessivo privilegio e di eccezionale vantaggio solo agli Alti vertici della Finanza mondiale;

2) all’immigrazione selvaggia di masse umane sempre più consistenti, sollecitata, con ogni mezzo palese od occulto, dalle centrali creditizie (con l’aiuto di agenzie borsistiche e di rating, da esse dipendenti) al fine di sorreggere, con un nuovo schiavismo rappresentato da gente di colore, proveniente dal centro e dal nord dell’Africa, le imprese manifatturiere europee incapaci di far fronte ai loro debiti, perché costrette a competere con quelle di Paesi dove vige l’autoritarismo più crudo (se non la dittatura) e dove, quindi, s’impongono ai lavoratori salari di fame che consentono ai prodotti di quelle zone di essere altamenteconcorrenziali;

3) a regole di libero scambio che oggi si stanno rivelando in grado di portare dissesti economici enormi nei Paesi svantaggiati dai regimi democratici che incidono sul benessere delle popolazioni interessate, perché immaginate dai padri del liberalismo: quelle regole erano state immaginate in situazioni politiche e di mercato sostanzialmente paritarie e ben diverse da quelle successivamente verificatesi sul Pianeta;

4) alla sottrazione di sovranità statuali, assolutamente necessarie, invece, per garantire accettabili ipotesi di convivenza e di coesistenza civile e sociale in Paesi di evoluto sviluppo;

5) alla disinformazione e falsa informazione di un sistema mass-mediatico caduto esclusivamente nelle mani delle Banche (e di altre istituzioni del credito) o di governi-fantocci, espressi sulla base oltre che di direttive assunte in conciliaboli segreti, soprattutto di ingenti sostegni economici, provenienti da Wall Street o dalla City.

Si è trattato di un trionfo del pensiero libero e indipendente, che sa guardare senza paraocchi ideologici anche ai propri errori e sa, pragmaticamente, porvi rimedio; un discorso tutto all’interno di una mentalità liberale che fa giustizia delle sue stesse giaculatorie ripetute per secoli (libertà di mercato, rifiuto di protezione ai consociati e così via)

Ben diversa la nascita e, soprattutto la navigazione, dei moti di protesta nell’Europa Continentale, la cui storia bimillenaria di assuefazione ai poteri assoluti (Teocratici, Monarchici, Tirannici, di falsi leader democratici) ha imposto ai riottosi di fare i conti con le stratificazioni di vecchie ideologie idealistiche (comuniste e fasciste) e con il servilismo sempre strisciante del “fedeli” verso le Autorità ecclesiastiche.

I movimenti, soprattutto italiani, della “protesta” non si sono ispirati a un pensiero libero e sgombero da pregiudizi ideologici (che in Italia, non c’è mai stato, se non in qualche rara avis). Essi hanno, invece, riversato le concezioni a lungo (e in buona fede) condivise nell’ambito di un “credo” politico nella loro azione concreta, pur svolgendosi quest’ultima in un contesto del tutto dissimile da quello del “secolo breve”).

Non è un caso, quindi, che, pur senza mai confessarlo esplicitamente, il Movimento delle Cinque Stelle non riesce a nascondere le sue simpatie per i post-comunisti (indicati con il termine generico di “Sinistra”) e la Lega per gli ex fascisti e gli amici della Destra.

E’ difficile che senza un pensiero profondamente e sentitamente a-ideologico si possano comprendere le radici vere e profonde della protesta dei veri liberali anglosassoni contro le aberrazioni dei “liberali di comodo” che si erano insediati, sotto il manto protettivo dei tycoon finanziari e mediatici, negli establishmentprecedenti alla Brexit e all’elezione di Trump.

In un contesto socio-politico, come il nostro, incapace da secoli di rivoluzioni vere, di ribellioni (che non possano ritenersi localistiche e circoscritte, se non addirittura da “operetta” per le loro modalità di esecuzione), di scismi e di eresie religiose di una certa consistenza, nessun “ribelle” riesce a mantenere per lungo tempo i piedi nelle staffe di una “rivolta”, pur “sacrosanta” contro le aberrazioni dei Paperon dei Paperonidi Wall Streete della City, perché vi porta gli errori delle precedenti ideologie in cui ha creduto (il pauperismodei vecchi compagni e la xenofobiadegli ex camerati).

Il “teatrino” della protesta, messo in piedi sullo Stivale dopo che il popolo italiano, il 4 di Marzo, aveva votato per un cambiamento della situazione politica al fine di rimediare agli sfasci del “decennio nero”, è riuscito soltanto a mettere a nudo l’incapacità, soprattutto dei rappresentanti dei due movimenti premiati dagli elettori (con un considerevole aumento dei consensi rispetto alle votazioni passate), Cinque Stelle e Lega, a muoversi in modo coerente con le promesse fatte in campagna elettorale.

Troppi sono stati gli occhieggiamenti dei cosiddetti “vincitori” a forze che a destra e a sinistra avevano realizzato il peggio del cosiddetto “decennio nero”, sottraendo diritti politici di capitale importanza ai cittadini. Troppi gli arretramenti rispetto a capisaldi della loro politica “anti-sistema”. Palesi sono parsi, infine, gli annacquamenti delle posizioni che avevano alimentato le speranze di radicale rinnovamento negli elettori, soprattutto per ciò che riguardava un rapporto più dignitoso e coraggioso con un’Unione Europea, gestita da burocrati non insensibili alle pressioni delle élite finanziarie.

I cinguettii, provenienti dalle sale quirinalizie, nel corse delle consultazioni del Capo dello Stato, dalle interviste on the road di neo-parlamentari, di aspiranti governanti, dalle opinioni diffuse da politologi, giornalisti, commentatori in altri luoghi “deputati” e in vario modo condivise o avversate dagli uomini politici, soprattutto quelli premiati dal consenso degli elettori, mostrano soltanto un’irrefrenabile voglia di assidersi su poltrone ministeriali e di cimentarsi in prove “muscolari” (come i bracci di ferro nei bar dello sport paesani) per conquistare il Premierato della Nazione, l’un contro l’altro armati.

Un tale scenario consente di mettere in evidenza e porre all’attenzione dei cittadini forme di protesta contro la protesta che rischiano di ricevere l’approvazione silente della gente. Dissociandosi dalla “pantomina” rappresentata sul proscenio della crisi e rifiutandosi di recitare una parte in una commedia che sta risultando poco edificante, forze colpevoli delle peggiori nefandezze politiche hanno la possibilità di rifarsi una “verginità democratica”.

Le tattiche, le alchimie, le attese di risultati elettorali locali dei sedicenti “vincitori” della contesa elettorale somigliano tanto al gioco furbesco delle tre carte da sempre praticato non solo da piccoli truffatori nelle nostre piazze ma, purtroppo, anche dai nostri politicanti della prima e della seconda Repubblica (e forse anche del Regno d’Italia).

Uno spettacolo così deprimente, offerto da eletti dal popolo che hanno persino dimenticato ciò che (giustamente) avevano detto del sistema elettorale che li ha “antidemocraticamente” portati in Parlamento e che non si rivelano diversi da quelli meno votati, quanto ad ambizioni personali e a disinteresse per il bene pubblico, non farà certamente bene al Paese.

La gente ormai è stufa di dovere attendere le decisioni segrete di “piattaforme” ispirate a pur nobili ma anacronistici personaggi della Storia mondiale, di conciliaboli non dissimili dalle riunioni “leopoldine” o “arcoriane” del “decennio nero”, di richiami a “fedeltà” associative che non si basano su opinioni politiche simili ma a interessi di cordata, provocati da una legge elettorale pasticciata e antidemocratica.

Il guaio è che anche chi vorrebbe tornare a votare per manifestare in maniera più forte la propria volontà di cambiare le cose, si chiede se il perpetuarsi ancora per lungo tempo dei “minuetti”, con giravolte repentine e ammiccamenti in più direzioni, nelle sale dorate del Quirinale, di palazzo Giustiniani e di altri illustri luoghi della vita nazionale gli darà la forza di credere ancora nella veridicità della “protesta” in cui ha confidato, sognando di vivere in un Paese diverso.

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