La citazione è controversa, sia nel suo contenuto (in duplice versione) sia nell’attribuzione. C’è chi l’assegna all’icastica ironia di Woody Allen e chi sostiene, invece, che il motto sia di Eugéne Jonesco, drammaturgo franco-romeno, autore de Il rinocerontee de La cantatrice calva.


Essa recita, in maniera alternativa: Dio è morto, Marx pure e nemmeno io mi sento molto bene! Ovvero: Dio è morto, Marx pure e la stessa psico-analisi non si sente molto bene!
Parafrasandola adeguatamente, essa potrebbe esprimere al meglio la situazione socio-politica dell’attuale Occidente: Dio è morto, il nazifascismo e il socialcomunismo sono stati annientati e neppure il liberalismo si sente troppo bene!
Se condiviso in tale mia personale formulazione, l’aforisma aprirebbe un problema, molto importante per un dibattito sul giornale su cui scrivo: Quali sono i mali che affliggono oggi, in Occidente, il liberalismo?
Qualche premessa, per così dire, “teorica”è necessaria.
Il liberalismo non è una vera e propria dottrina politica, rigorosamente definita nei suoi elementi costitutivi.
La descrizione dei suoi connotati, le aggettivazioni usate per differenziarne le varie specie: liberalismo filosofico, politico, economico (detto più propriamente liberismo), moderato, democratico, radicale, nazionale ha alimentato fiumi di parole e generato qualche confusione concettuale.
Volendo darne una definizione abbastanza esauriente, eppure concisa, si può dire che il liberalismo è un complesso di concezioni e teorie anche di natura etica che professa una concezione della vita avente come postulati fondamentali la libertà dell’uomo, quale valore supremo, e la fiducia che le capacità creative dell’individuo, in libera esplicazione, portino armonicamente alla piena attuazione della personalità del singolo e al benessere e al progresso della comunità di cui l’individuo fa parte.
E’ una definizione articolata su due punti: libertà del singolo e armonia sociale; concetto, quest’ultimo che postula il rispetto della libertà altrui.
Quid, se le capacità creative dell’uomo liberamente esplicate portino sì all’attuazione della personalità individuale di pochi “eletti” (gli happy few delle società evolute ed opulente), ma conducono, allo stesso tempo, al malessere e al regresso delle condizioni di vita di cui la maggioranza delle persone fa parte?
La risposta è agevole per un vero liberale: se cade il secondo dei due postulati fondamentali del liberalismo, l’armonia sociale (e il rispetto della libertà altrui) bisogna intervenire per eliminare la malattia; che può e dev’essere riconosciuta, diagnosticata e curata soprattutto da parte di chi ne è sempre stato e ne è assertore convinto.
Se, un liberale distratto e amante della vita in pantofole continua, invece, a gingillarsi con i corollari della libertà individuale, soprattutto economica, definendosi “liberista” per asserire l’illimitatezza degli spazi liberi, non rende un buon servigio all’idea liberale.
Orbene, lo stato attuale delle cose nel progredito Occidente impone per tutti un attento e vigile risveglio.
Pochi finanzieri, banchieri, proprietari dell’intero pacchetto del sistema mass-mediatico (in modo diretto o indiretto, manovrando, cioè, governi-fantocci economicamente da essi sorretti) diventano sempre più ricchi e potenti perché la politica è caduta completamente nelle loro mani.
Fondandosi su postulati sbandierati, non del tutto a torto, come tipici del liberalismo e ritenendo, implicitamente, che la salute delle attività produttive è più importante di quella della res publica, essi riscoprono, in pieno terzo millennio, i vantaggi di un nuovo schiavismo da immigrazione e, favorendolo anche con ingenti mezzi economici (per il trasporto, per l’intermediazione illecita e criminale, per l’accoglienza etc.) riescono ad offrire mano d’opera a basso costo a imprenditori occidentali in crisi di competitività.
Le conseguenze nefaste non si limitano a ciò: le popolazioni autoctone o faticosamente integrate sono esposte al vento distruggitore rappresentato dalla presenza di gente che non riconosce le regole del patto sociale idealmente stipulato, rivendica l’osservanza delle proprie consuetudini tribali, è irrequieta e tumultuosa perché consapevole di essere stata stimolata ad abbandonare il proprio paese da intermediari prezzolati e interessati.
La libertà degli scambi, patrocinata nel corso dei secoli XVIII e XIX, si muoveva in un contesto totalmente diverso da quello attuale. Gli alti livelli retributivi raggiunti nei Paesi più progrediti dalla classe operaia sindacalmente organizzata rendono oggi gli scambi particolarmente punitivi per le vecchie società industrial-manifatturiere. Essi, infatti, avvengono in competizione con i manufatti realizzati in Stati dittatoriali, tirannici o fortemente autoritari, dove i salari sono tenuti a livello di fame, per abbassare i costi di produzione. Il ripristino in tali condizioni fortemente sbilanciate di misure commerciali restrittive diventa per le Autorità di governo una necessità inderogabile a fini di giusta concorrenza e di tutela dei propri consociati.
Paradossalmente, solo dei liberali “svegli”, coscienti dell’insostenibilità di una situazione politica che si poggia su una sola gamba del liberalismo, ignorando il postulato del patto e dell’armonia sociali, sono in grado di combattere, lucidamente, il sistema di un iper-liberismo a senso unico.
Mancando alla protesta anti-sistema il contributo ragionato, meditato, argomentato e lucido dei veri amanti della libertà, l’Europa continentale, pur nel generoso tentativo di porsi sulla linea, intelligentemente intuita e decisamente perseguita, della Gran Bretagna con la Brexit e degli Stati Uniti d’America con l’elezione di Trump, brancola nel buio, affidandosi alle estemporanee improvvisazioni di giovanotti volenterosi ma privi di cultura e di seria (e non rabdomantica) intuizione politica. Essi avvertono il disagio di una prospettiva futura molto caotica e sostanzialmente illiberale ma non sanno fare altro che arrampicarsi sui vecchi specchi di una Sinistra pervicacemente considerata genericamente benefica, onesta, ugualitaria (e che non è stata mai veramente tale e che ormai deve, comunque, ritenersi morta per sempre) o di una Destra germinata sul seme del “celodurismo” bossiano e tuttora non aliena da “ducismi” da operetta che richiamano il “ghe pensi mi” del compianto comico milanese, Tino Scotti.
Domanda, provocatoria, finale: avranno gli Italiani, che ormai si dichiarano tutti liberali, la lucidità di capire che il liberalismo o si regge su entrambe le gambe (libertà individuale e armonia sociale) o crolla malamente? E avranno soprattutto la forza, dimenticando tutte le frasi fatte, i luoghi comuni, le giaculatorie di un liberalismo meramente confindustriale, di porsi alla testa dei movimenti anti-sistemi che aumentano sempre più in Occidente, con la stessa lucidità e determinanzione dei liberali anglosassoni?

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here