Il cinema, la fiction seriale televisiva, la letteratura narrativa e saggistica dei Paesi anglosassoni ci stanno provando, da tempo, a dare dell’essere umano e della sua vita una visione, almeno tendenzialmente, sincera, meno legata, cioè, ai clichè e agli stereotipi manichei che hanno caratterizzato la fantasia letteraria e la produzione filmica.

Fino a quando le Major statunitensi erano in mano della Finanza ebraica non era così. La produzione era dominata da visioni dualistiche, religiose o filosofiche, del mondo. I cineasti ci descrivevano le oscillazioni alternative e frequenti dell’Uomo  tra i poli del bene e del male nonchè la complessità variegata della vita collettiva, talvolta aperta alla generosità talaltra spietatamente crudele.

Una vera e propria “rivoluzione culturale” s’è realizzata con il crollo delle majore con l’avvento del cinema indipendente.

E’ da tempo che non assistiamo a film o a serial televisivi inglesi o statunitensi dove i buoni e i cattivi sono tali, solo e sempre, “a tutto tondo”, dove il Bene finisce sempre per trionfare sul Male e dove l’happy end liberatorio è salutato dal pubblico con il fatidico grido: “arrivano i nostri”!

A sostegno del manicheismo, di lontane origini religiose, c’è sempre stata la Politica degli Idealismi post-hegeliani, vera sciagura per l’umanità del “secolo breve”.

Antonio Gramsci, reinterpretando criticamente il pensiero sullo storicismo assoluto di Benedetto Croce, appartenente, come lui, al pensiero filosofico idealistico post-hegeliano, vedeva la Storia come esito della prassi politica con cui l’uomo è in grado di modificare la realtà e questo cambiamento era sistematicamente considerato come conquista esaltante da parte delle classi più derelitte di un maggiore benessere e di più ampi spazi di libertà contro l’oppressione di Monarchi, Re, Imperatori, Principi, Duchi, Arciduchi e via dicendo nonché di Pontefici, Patriarchi, Cardinali e Alti Prelati. In altre parole, sin dalla lotta della Plebe contro il Patriziato nell’antica Roma e fino alla Rivoluzione bolscevica dell’Ottobre del 1917, solo le battaglie delle masse avrebbero contribuito a trasformare la vita dell’umanità, mutando in meglio i rapporti, tendezialmente ostili e tesi, tra gli esseri umani.

La realtà è che, a dispetto di tanto ideologico entusiasmo, un pensiero veramente libero non si è mai fatto strada tra gli esseri umani e la Terra, per il Poeta, sarebbe “giovin”, perché “schiavi e lacrime ancora rinserra”.

D’altronde, nella valutazione  degli individui, tutte le concezioni manichee, da quella giudaica a quelle (in successione non sempre storica) cristiana, zoroastriana, buddistica e persino gnostica concepiscono ogni aspetto dell’esistenza umana, universalisticamente intesa, come influenzato dal principio della Luce o da quello delle Tenebre.

In definitiva  i figli delle Tenebre, agli occhi delle Chiese, altri non sono che i peccatori  mentre, in politica, sono i ricchi, egoisti e sopraffattori, padroni del mondo, prima feudale e poi industriale.

I rischiarati dalla Luce, per converso, sono i poveri di spirito dei Cristiani e i diseredati della Terra, per gli uomini politici sedicenti di sinistra.

Non sono, comunque, le descrizioni a trarre in inganno: ma l’illusione che credendo in alcune fole, religiose o laiche, il riscatto dell’umanità è a portata di mano.

Un dato positivo è che gli studi più recenti e avvertiti di psicologia individuale e di massa, quelli antropologici e sociologici hanno convalidato l’opinione di  tramonto “in corso” di ogni visione Manichea dell’umanità.

Le filosofie empiristiche, meno inclini alle visioni fantasiose e ai sogni utopici, starebbero progressivamente aumentando, almeno tra le giovani generazione della parte più evoluta del Pianeta.

Ciò spiegherebbe il “nuovo” della produzione letteraria e per immagini inglese e nordamericana  e il progressivo arretramento delle religioni e delle ideologie politiche, dualistiche e con mete salvifiche, nell’intero Occidente. E ciò  anche grazie a un certo diffuso e più generalizzato benessere economico e alla diffusione dei pensieri e delle opinioni attraverso la Rete, l’esaltato (o dai laudatores temporis acti denigrato) Web.

Anche se, però, ormai anch’esso meno diviso da ideologie o da fedi contrapposte, l’Occidente Euro-continentale si muove con maggiore fatica e (talora paralizzante) difficoltà sulle linee di sviluppo perseguite dalla parte Anglosassone.

Ciò che avviene con accettabile limpidezza di pensiero e con discreta unità d’intenti in Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America, nella parte continentale della Vecchia Europa, si frantuma, si sfrangia, si sfilaccia, si moltiplica e si diversifica con l’esaltazione, spasmodicamente perseguita, delle sfumature e degli orpelli di contorno.  Tutto ciò frena notevolmente soprattutto i moti di protesta e di ribellione che non sono mai compatti e unitari, a beneficio di chi tende alla conservazione dello status quo,  ma blocca anche ogni possibilità di dialogo costruttivo tra le forze politiche.

Il dualismo manicheo con ingiurie violente e incrociate  prende ancora il sopravvento su tutto e in Italia ne stiamo avendo una drammatica prova, in questi giorni di crisi post-elettorale.

A nulla valgono i clamorosi dietro-front di movimenti che volevano essere rivoluzionari e si dimostrano, invece, come  aggregati di pantofolai in cerca di collocazione governativa, di timidi e impauriti esecutori di diktat altrui, di azzeccarbugli compilatori di ridicoli documenti d’intesa (quali potrebbero essere redatti da negligenti studenti al primo anno di giurisprudenza o da incalliti fuori-corso). Il manicheismo di base mina tutto: dialogo, capacità di intendersi e di giungere a onorevoli compromessi politici, l’abitudine a ragionare e a rendersi conto che non si può turlupinare l’elettorato con voltafaccia spudorati e clamorosi.

Se i liberali veri, quelli residui, scollegati, dispersi in tante forze politiche diverse, indipendenti e non collegati a logiche partitiche meschinamente spartitorie, non si danno, come dicono a Roma na’mossa,  il bordello italiano non avrà mai fine.

Ma per ottenere dei risultati positivi il loro impegno dovrà essere soprattutto “culturale”: liberarsi, innanzitutto, dei propri “scheletri” nell’armadio (grandi “miti” del pensiero cosiddetto liberale di eruditi parolai e di fideisti camuffati, allievi di cattivi maestri); liberare i post-fideisti di tutte le più aberranti credenze e ideologie per convincerli a ragionare esclusivamente con la la loro testa, a credere in quello che vedono e possono toccare con mano e a non farsi facili illusioni sulla base delle chiacchiere logorroiche di uomini “loquaci del nulla”, di intelligenza anche brillante ma terribilmente superficiale e mai profonda, di scarso coraggio, perché disponibili a emettere i più arditi gridi di guerra, ma pronti a ritirarsi clamorosamente alla prime avvisaglie di scontro a fuoco o alla baionetta.

Senza una ribellione di tipo culturale, innovativa e radicale, che tocchi nel profondo una mentalità pecorile, diffusa e adusa all’ossequio e al servilismo verso i Potenti e l’Autorità, maturata e gelosamente conservata per due millenni per contrastare ogni  pensiero libero, non vi sarà “rivoluzione liberale” che tenga.

I tempi potrebbero essere necessariamente lunghi. E la crisi che stiamo vivendo sarà un’ulteriore discesa verso il fondo. Ma solo toccando quest’ultimo ci si potrà dare la spinta per risalire.

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