“ La concezione liberale deriva da profonde esigenze morali e politiche insite nella coscienza di ogni uomo.

Questa è stata attuata in Italia da movimenti, che strettamente connessi con le più progredite correnti del pensiero europeo – furono tra i massimi fattori del Risorgimento e dell’Unificazione Nazionale – della prosperità dei primi anni del secolo, della vittoria della prima guerra mondiale nel 1918.  Dopo che vent’anni di assolutismo del regime fascista hanno dimostrato a quali risultati conduca l’avvilimento della personalità umana e dei diritti individuali, il Partito Liberale Italiano, rinnovato nello spirito e negli uomini, torna ad affermare i suoi principi e le sue tendenze programmatiche che gli consentono di definirsi il Partito della Libertà e del Progresso Sociale …. omissis …. ”.

Questo è quanto scrivevano i liberali torinesi, nell’aprile del 1944, sul loro giornale clandestino, Risorgimento Liberale.

La società civile italiana impone – oggi più che mai – una cultura politica che riscopra le individualità dei singoli ce che però sappia al contempo riconoscere allo Stato il compito di garantire a tutti i suoi cittadini il diritto alla libertà ed alla libertà dal bisogno.

Gli esiti elettorali dello scorso 4 marzo, che avrebbero dovuto scacciare lontano le tentazioni per giochi di palazzo e tatticismi partitocratici, sono invece stati inghiottiti dal buco nero della vecchia politica, che ancora una volta tenta di capovolgere a proprio – ed unico – vantaggio i gli effetti introdotti, nella composizione politica del parlamento, dal cambio di orientamento del corpo elettorale.

Come scrisse Tomasi di Lampedusa nel “Gattopardo”, “Se vogliamo che tutto rimanga come è – bisogna che tutto cambi”.

Eppure, mai come adesso sarebbe necessario che qualcosa davvero cambiasse per non trascinare il destino del Paese nel “buco nero” degli interessi incrociati dalle sue pessime classi dirigenti politiche.

Certamente la componente liberale-riformista  è uscita a dir poco strapazzata e praticamente senza rappresentanza parlamentare dal voto del 4 marzo u.s.

Sarebbe troppo facile adesso esercitarsi nell’imperitura arte del puntare il dito, quel “l’avevamo detto …” insopportabile all’udito quanto molesto per l’intelligenza, tuttavia, è altrettanto inutile fingere che ciò non sia accaduto, il consenso nel centro-destra si è spostato massicciamente nella componente più populista e sovranista, ed il default di Forza Italia ne è la prova più lampante.

Si è trattato pertanto di un fattore congiunturale collegato a varie istanze di protesta sociale oppure stiamo assistendo invece ad un cambiamento epocale e strutturale nella visione politica dell’elettorato di centro-destra?

L’errore più grave sarebbe ora di abbandonarsi ad una sorta di determinismo storico per il quale – essendo giunto il tempo dei populismi – tutto il resto deve farsi da parte.

Vi sono ancora concreti spazi per un nuovo protagonismo delle forse di ispirazione liberale a patto che si abbia la forza e la volontà di ricominciare.

Ripartire dal pensiero per rispondere alla domanda “Quale liberalismo?”

Non è semplice rispondere perché i luoghi naturali nei quali avrebbero dovuto svilupparsi e confrontarsi il pensiero e le idee liberali sono stati progressivamente desertificati fino al quasi scomparsa definitiva.

Un ripensamento complessivo sulla funzione del pensiero liberale nell’Italia di oggi, ne aiuterebbe il riposizionamento strategico anche in virtù di nuove prospettive ed esigenze – e perché no – con nuove parole d’ordine.

Il liberalismo non è categoria monolitica – non è un’ideologia sistematica e chiusa in se stessa – anzi esso è semmai un metodo di comportamento sia nella vita politica, che nella vita sociale, che consente la convivenza pacifica e feconda di una pluralità di idee e di ideologie.

Il liberalismo non è una dottrina dello Stato quanto piuttosto un metodo di governo che si esprime e si sintetizza anzitutto nella capacità dello Stato di “arretrare” davanti alla società civile ed alle libertà individuali, come Guido De Ruggiero esprimeva nel suo libro “Storia del liberalismo europeo” già nel 1925:

“Nell’ordine politico questo vuol dire che la razionalità dello Stato liberale non sta nell’estensione illimitata del suo dominio, ma nella capacità di imporsi dei limiti e di impedire che il dominio della pura ragione si converta nell’opposto dominio del dogma e che il trionfo di una verità non chiuda la via a quel faticoso processo per cui la verità stessa si raggiunge”.

Certamente il liberalismo non deve ridursi ad un puro ed astratto formalismo – a partire da Erasmo da Rotterdam, che definì l’uomo dotato di libero arbitrio, libero e capace di scegliere tra il bene ed il male, uscì vincente l’idea umanistica, destinata ad avere corso ed arricchirsi nella storia durante i secoli, secondo cui l’uomo è artefice del proprio destino: “homo faber ipsius fortunae”.

Il liberalismo ha le sue più profonde radici nell’umanesimo e nell’orizzonte culturale rinascimentale che riscopre le scienze naturali e le attività terrene in opposizione alla speculazione teologica, si confonde con il processo di secolarizzazione culturale che interviene a dar forza alle già precedenti teorie dell’autonomia del potere politico, rispetto al pensiero religioso, è tributario delle filosofie razionalistiche ed immanentistiche che si opposero nei secoli alle verità rivelate, assolute e definitive, e si aprirono invece all’esame critico e alla libera discussione, nella sostanza – la centralità dell’uomo e la sua libertà.

Il liberalismo, pertanto, non è solo un movimento, ne tanto meno è un semplice partito politico, ma costituisce un ben più ampio e profondo processo storico che attraversa tutta la storia europea e più in generale dell’occidente.

Possiamo porci anche un altro gravoso interrogativo, forse è anche più incombente: “avrà un futuro il liberalismo?”

Tutti i liberali risponderemo di sì – e così faranno tutti coloro che credono e vogliono continuare a credere nella libertà – in certo qual modo per i liberali è una questione di fede.

Forse anche per questo il filosofo Benedetto Croce parlando del liberalismo lo definì:

non come filosofia della libertà, ma come religione della libertà – una religione certo da praticare non con la preghiera ma con il dibattito e la battaglia politica”.

I liberali per superare i limiti e le oscillazioni della attuale ed inadeguata classe politica, si devono riunire e sempre più impegnare a riaffermare le libertà civili ed i diritti di cittadinanza, sia in Italia che in Europa – diritti oggi purtroppo corrosi dall’assenza di forze politiche autenticamente liberali e soprattutto libere dal falso ideologico e storico, generato dalla loro intenzionale distorsione.

Concludendo questa dissertazione sul futuro dei liberali italiani e sulla loro casa naturale – il Partito Liberale Italiano – è opportuno riportare un estratto della lettera di Benedetto Croce – probabilmente il maggiore intellettuale che l’Italia abbia avuto nel Novecento – lettera da lui scritta nel dicembre 1951 in cui spiegava: “perché i Liberali non possono essere né di Destra, né di Sinistra” anzi, come lui stesso dice, “l’unico che sia possibile definire di Centro”, è chiaro che si tratti nelle sua accessione di un “centro mobile” – così come spiega lo stesso Croce: “di volta in volta con atti, a seconda delle esigenze, di progresso – anche spinto, o di conservazione”.

Storicizzandolo e non assolutizzandolo questo interessante pensiero del Croce, i primi anni cinquanta del novecento erano, in occidente, anni drammatici di un grave e profondo scontro “di civiltà”, e così anche in Italia, confine orientale dell’Europa libera – dove il Partito Comunista premeva con oggi mezzo per raggiungere il potere e la lotta politica inevitabilmente diventava binaria, anzi per meglio dire bipolare ante litteram.

Scontro “di civiltà” e di potere che drammaticamente si ripropone anche oggi, sia in Italia che nel mondo intero, forse sono cambiati i nomi ed i protagonisti delle varie fazioni, ma non è certamente cambiata la sostanza dei fatti, con blocchi di pensiero contrapposti tra di loro, pertanto il forte richiamo di Benedetto Croce valeva all’ora così come, con le dovute trasposizioni storiche, colturali e sociali, per tutti i liberali italiani vale ancora di più oggi.

“Vorrei che quelli che si determinano ad iscriversi al Partito Liberale facessero in quest’atto una seria meditazione su questo punto: che cioè il liberalismo ha una singolarità, che è l’unico partito di centro che si possa pensare.

Per questa ragione esso non può dividersi in una sinistra e in una destra, che sarebbero due partiti non liberali.

Naturalmente il Partito Liberale esaminerà e discuterà sempre provvedimenti di sinistra e di destra, di progresso e di conservazione, e ne adotterà degli uni e degli altri, e, se così piace , con maggiore frequenza quelli del progresso che quelli della conservazione.

Ma non può celare a se stesso questa verità, che la libertà si garantisce e si salva talora anche con provvedimenti conservatori, come tal’ altra con provvedimenti arditi e perfino di progresso. …… omiss ….. ”. [Benetto Croce]

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