I risultati elettorali del 4 Marzo 2018 hanno dimostrato che la protesta in Italia contro l’attuale sistema di governo dei Paesi della parte continentale della vecchia Europa è viva, anche se disarticolata e fortemente sghimbesciata.
I voti del Movimento Cinque Stelle e quelli della Lega, pur con le contaminazioni ideologiche, rispettivamente della sinistra e della destra idealistica post-hegeliana, che ancora li contraddistinguono se, sommati, ci dicono che la maggioranza degli Italiani, pur non sapendo esattamente dove andare, vuole, comunque, allontanarsi dal percorso sin qui seguito dalle forze politiche responsabili del “decennio” nero e di tante altre nefandezze dei periodi di tempo precedenti.
La confusione che si è determinata nel corso delle consultazioni del Capo dello Stato per la formazione del Governo del Paese ha certamente disorientato i “portatori” del disagio e della protesta: con sorpresa Di Maio e Salvini hanno dimostrato scarsa sicurezza e necessaria persistenza nei propri assunti, sfumandoli sino all’inverosimile, e soprattutto hanno dato prova sgradita della dipendenza psicologica (e forse, malauguratamente, anche ideologica) dai vecchi leader, rispettivamente, del Centro-Sinistra e del Centro-Destra che pure avevano duramente sbeffeggiato nel corso della campagna elettorale.
Il loro comportamento furbesco, ammiccante oltre i limiti della decenza, disponibile a compromessi non degni della migliore tradizione politica democratica ma tipici di quella di più infimo livello (basta leggere i documenti vergati dai loro pseudo-esperti) ha precluso a entrambe quelle forze cosiddette della “protesta” e dell’“anti sistema” di proseguire sulla strada della crescita dei consensi.
I loro tentativi spasmodici di trovare comunque un’intesa con i loro “vecchi nemici”, ferocemente sbertucciati in campagna elettorale (con tutta la forza segnatamente manichea dei “rischiarati dalla Luce” contro gli “accecati dalle Tenebre”) trovano la loro vera causa nel timore di un calo elettorale (già, peraltro, emerso nelle votazioni molisane).
La pretesa acquisita coscienza di dover dare, comunque, un governo al Paese (prevedibilmente non diverso dagli Esecutivi sin qui avuti) è la classica “foglia di fico” ben nota ai “politicanti” dello Stivale.
Il ritorno alle urne, infatti, potrebbe segnare per esse l’inizio del loro percorso in forte discesa sul “viale del Tramonto” e il ritorno degli elettori a un crescente astensionismo, con tutti i rischi che esso comporta per la sopravvivenza della democrazia nel Bel Paese.
A prescindere dalla “protesta” giovanile, velleitaria e immatura dei “figli” dei “vaffa” e dei “celoduristi”, il Paese ha bisogno di un cambiamento profondo e duraturo. Deve porsi, necessariamente, sulla strada di un “liberalismo” che ripensi agli errori compiuti in passato; che riveda le posizioni di fisiocratici e mercantilisti, appartenenti intellettualmente parlando, a secoli ormai passati e con congetture sepolte per sempre; che ripensi alle aberrazioni cui dà luogo un “iperliberismo” follemente seguace di una “globalizzazione” sconsiderata che rende solo i ricchi sempre più tali e politicamente potenti e sconvolge, soprattutto, le basi del vivere in società coese e bene ordinate, a causa di trasmigrazioni selvagge che riproducono le condizioni di uno schiavismo che si riteneva sotterrato per sempre; che valuti tali fattori come elementi che impediscono di mantenere in vita quei patti sociali che sono stati introdotti da seguaci convinti dell’empirismo inglese e salutati come una manna dai liberali di tutto il mondo occidentale; che riveda le regole del libero scambio delle merci e dei manufatti, in un mondo irrimediabilmente diviso tra Paesi democratici, molto sindacalizzati, dotati di un adeguato Welfare e con alti costi di produzione dei manufatti e Paesi sottoposti a dure tirannie, supportate da ideologie autoritarie, religiose e filosofiche, condannate dalla Storia (che ha dimostrato, in maniera inequivocabile, l’irrealizzabilità di tutte le utopie più o meno fantasiose) ma che continuano a tenere i lavoratori a bassi salari ancje per ragioni di competizione sul mercato mondiale, legandoli alla fabbrica come veri e propri zombie dei vecchi servi della gleba.
Dato che la revisione di tante idee antiquate (divenute con il passare del tempo dei veri e propri tabù, dagli effetti deleteri per le popolazioni più progredite intellettualmente e più evolute socialmente) passa, dopo il crollo delle teorie ispirate all’idealismo tedesco, soltanto attraverso un ripensamento del “liberalismo”, emerge con chiarezza la necessità di un approfondimento “culturale” della vecchia e ancora valida dottrina. Oggi non si può ancora, pedissequamente e invariabilmente ripetere con incalliti “laudatores temporis acti”, timorosi di affrontare il mare aperto delle idee nuove, che non siano intervenuti nella vita del mondo Occidentale mutamenti tali da rendere obsoleti i vecchi principi elaborati dai nostri avi.
L’invito da fare agli uomini dotati di spirito critico e di capacità innovative è fin troppo chiaro. Occorre studiare con maggiore attenzione e senza le sicumere di vecchi saggi, l’evoluzione del pensiero britannico e statunitense che della dottrina liberale sono stati i creatori e più rispettosi realizzatori; bisogna rimuovere dal proprio bagaglio culturale i fossili di credenze e filosofie desuete e scoprire, a seguito di tali operazioni di pulizia cerebrale, che il mondo dei giovani non è così distante da loro, come sembra.
Anche tutto ciò potrebbe non bastare, se non si recuperaranno al popolo e allo Stato inteso come Comunità:
a) la libera scelta dei propri rappresentanti in Parlamento, senza mediazioni costrittive della classe politica;
b) l’amministrazione della giustizia, sottraendola allo Stato-Autorità impersonato dai politici;
c) la libertà di un’informazione libera, garantita dal Web, per contrastare le notizie pilotate del sistema mass-mediatico tradizionale (stampa e radiotelevisione) ormai, irrimediabilmente, nelle mani del potere economico-finanziario e della classe poltica da esso dipendente.
Conclusione: c’è lavoro da fare per gli amanti della libertà, del raziocinio, del rifiuto dei luoghi comuni su cui ci si è adagiati per tanti lunghi anni. I tempi non saranno, certamente, brevi a causa delle incrostazioni idealistiche, religiose, manichee, autoritarie e servili allo stesso tempo, tipiche della cultura Euro-Occidentale e Italiana, in particolare.
Dopo il crollo delle ideologie, religiose e filosofiche con pretese salvifiche e dopo il tonfo delle proteste giovanilistiche e pressapochistiche e dei movimenti “anti-sistema”, disancorati da ogni approfondimento culturale e razionale, non si può ancora indugiare, sperando nell’italico “stellone”.

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