Le due culture dell’Occidente, quella prevalentemente laica, empirista, concreta, pragmatica dei Paesi Anglosassoni (e soprattutto del Regno Unito di Gran Bretagna) e quella più impregnata di spirito religioso, idealistica, ispirata a Valori impalpabili e astratti, tipica  dell’Europa continentale hanno sempre convissuto tra di loro, per ben due millenni, ma di recente si sono divaricate in maniera netta nell’interpretazione da dare, oggi, al liberalismo; e soprattutto alla regola del “libero scambio” sul Pianeta di “merci” (mercantilismo) e di “persone”( trasmigrazione).

Non sono, ovviamente, mancati anche in passato  conflitti specifici, localizzati, temporanei tra Paesi che s’ispiravano (o dicevano di farlo) alla dottrina liberale.

In ogni caso, nell’uno e nell’altro versante dell’Occidente, sopra delineati,  sono nate e si sono sviluppate, in un fecondo terreno di coltura, pur con caratteristiche diverse, le liberal-democrazie che secondo Winston Churchill, nonostante i loro molteplici difetti, restano le migliori forme di governo che si conoscano.

Il liberalismo è nato fisiocratico, diventando poi, in successione, mercantilista, e, infine, industriale- manifatturiero.

Per semplicare, si può dire che tutto sia filato, in qualche modo,  liscio sino all’avvento della società post-industriale e alle esasperazioni scambistiche della globalizzazione; poi qualcosa si è rotto.

I liberali anglosassoni, negli establishment e nel governo del Regno Unito di Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America, sono stati per lungo tempo succubi dell’iperliberismo scambista e globalizzatore dei poteri finanziari insediati a Wall Street e alla City, poi hanno cominciato ad avvertire disagi sia sotto il profilo del loro benessere economico (per le merci sottocosto provenienti dai Paesi dittatoriali) e di quello sociale (per le immigrazioni selvagge e incontrollate). E con un “voto” definito “di pancia” (ovviamente, dal potere mediatico, nelle mani delle centrali finanziarie e industriali) hanno affidato alla May e a Trump il compito di rivedere quelle “regole liberali” che danneggiavano i loro Paesi democratici rispetto a quelli tirannici e stravolgevano, con l’immigrazione, la vita interna di quegli stessi Paesi adusi a osservare le norme e le consuetudini di un rigido “patto sociale”.

I momenti della frattura sono passati attraverso queste fasi.

Passaggio dalla Società industriale manifatturiera alla società post-industriale.

All’origine fu la macchina a vapore a dominare il campo: fabbriche, ciminiere, sistemi detti tayloriani di lavoro, inquadramento sindacale degli operai, inevitabile inquinamento dell’atmosfera completavano il quadro della attività di produzione manifatturiera. Poi, a sconvolgere quell’assetto, intervennero l’elettronica, il digitale, Internet, il Web e la produzione di beni immateriali oltre alla fornitura di servizi impostati sull’alta tecnologia.

Non tutti i Paesi dell’Occidente, però, riuscivano a compiere il salto.

Si assestavano in pieno nel mondo post-industriale (oltre naturalmente alla Russia, a volerla considerare, con qualche forzatura, parte dell’ Occidente)  Gran Bretagna e Stati Uniti d’America, entrati senza problemi eccessivi nella produzione di beni immateriali, di servizi di alta qualità (avvalendosi delle tecnologie più evolute), nella realizzazione di manufatti di grande eccellenza, irripetibili in condizioni di sviluppo industriale diverse.

Non vi riuscivano, se non parzialmente (per esempio, in distinti settori, Germania e Francia) i Paesi-membri dell’Unione Europea, rimasti legati alla produzione manifatturiera e poco attrezzati per la produzione di beni immateriali, servizi e manufatti di alta qualità.

Giocavano un ruolo negativo le concezioni religiose e filosofiche alla base della cultura Euro-continentale con il loro pesante fardello di pseudo Valori, astratti e ritenuti, dogmaticamente, così nobili  da risultare invalicabili con concrete misure di contraria direzione.

Crisi della competitività della società occidentale manifatturiera e crisi delle Banche mondiali per la riscossione dei ratei dei mutui elargiti a imprese non più competitive sul Mercato mondiale.

La presenza di massicci partiti di sinistra (in Italia comunisti, in particolare) e di potenti organizzazioni sindacali (in Italia, anche cattoliche) rendeva il costo del lavoro e il peso del Welfare particolarmente alti.

Nel contempo sul Mercato s’ affacciavano i prodotti di Paesi emergenti, in cui i salari dei lavoratori erano tenuti particolarmente bassi dall’attività repressiva e dispotica di regimi di chiaro segno dittatoriale.

E’ a questo punto che si determinava la spaccatura tra la parte Anglosassone e quell’Eurocontinentale dell’Occidente.

Inglesi e Statunitensi si chiedevano, in maniera concreta e pratica, se la pretesa (qualificata “liberale” ed ereditata da vecchi insegnamenti dei secoli passati)  di mantenere libertà di scambi e assenza di misure protettive per i consociati di un Paese libero e democratico, fosse ancora da ritenere un insuperabile e invalicabile “tabù”,  anche in presenza di condizioni produttive fortemente diverse da quelle dei tempi precedenti e  dipendenti, in maniera palese, dai sistemi politici  autoritari di altri Paesi.

In altre parole, Inglesi e Nordamericani, avvedutisi anche di un ulteriore stravolgimento delle condizioni di pacifica coesistenza nell’ambito dei loro Paesi civili ed evoluti, palesemente attribuibile all’inosservanza delle norme, scritte e non scritte, del “contratto sociale” da parte di popolazioni immigrate, si ponevano questa semplice, elementare domanda:

Il livello di competitività delle società industriali Europee e il benessere delle relative popolazioni, se   messi in crisi da una situazione chiaramente alterata da sistemi politici illiberali e anti-democratici, e se fonte, per giunta, anche di buchi e di falle di notevole entità nel sistema creditizio occidentale (per la difficoltà di riprendersi i soldi dei mutui elargiti a imprese non più competitive) impedisce veramente (e, se sì,  per quale ragione) di rivedere vecchie regole, vagamente riconducibili a un preteso “liberalismo”, peraltro da nessuna autorità, morale o giuridica, veramente imposte?

E ancora: Non è più pertinente e corretto ristabilire il principio che compito dei governanti è soprattutto quello di proteggere e difendere da ogni ipotizzabile turbamento “esterno”   i propri cittadini?

Disattendere una tale calcolata e interessata interpretazione della “iperliberistica” globalizzazione del Pianeta e porre un freno sia agli scambi alterati dalla mancanza d’identità e parità delle condizioni di mercato sia alle trasmigrazioni di masse con la chiusura dei loro confini è parsa una misura non procrastinabile a governanti preoccupati, come è loro preciso dovere, del benessere morale e materiale dei propri cittadini.

Domanda finale: hanno tradito essi le liberal-democrazie o non ne fanno, invece, strame quotidiano i melanconici (e poco inclini alla riflessione) “laudatores temporis acti”, incalliti mercantilisti d’antan,e i nuovi fautori di uno schiavismo di colore che si riteneva morto per sempre?

Ai liberali del futuro, millennials e non soggiogati da logiche “politicanti” , l’ardua sentenza!!!

 

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here