Una protesta, affidata, come la napoletana “pazziella”, “mm’ane a’i criatur’e” non poteva dare un risultato diverso da quello che necessariamente offre ogni forma di “immaturità” di pensiero e ogni improvvisazione di azione, soprattutto politica.

Nemo plus dat quam ipse habet, insegnavano i Romani. Il baldo “giovanilismo” presente in tutti i movimenti della protesta italiana, molto votati alle elezioni del 4 Marzo 2018, non ha fatto eccezione alla regola.

Tali movimenti, detti pure “anti-sistema”, nella loro sostanza più profonda conservano sempre tracce, anche se, a parole, ripudiate e negate, di “avanguardismo ardito” (certamente non “fascista” sotto l’aspetto ideologico, ma probabilmente a esso simile, sotto quello “temperamentale”); ed esse spingono i loro “leader”, spesso liberatisi solo da poco della loro divisa da “boy scout”, a gettare, come insegnava Baden Powell, “il cuore oltre l’ostacolo”.

Il fallimento, comunque, dell’italica protesta contro le degenerazioni dell’iperliberismo globalizzatore e contro gli sconvolgimenti da esso provocati non è, comunque, unicamente colpa degli scomposti (e poi troppo repentinamente e in modo eccessivo “ricomposti”) furori dei giovani contestatori.

Non è soltanto loro la responsabilità di ciò che sta avvenendo nel Bel Paese.

E’ vero! Nonostante, il consenso ricevuto alle elezioni del 4 Marzo, il mancato accordo tra le forze premiate dal voto impedirà che si pongo un argine vero e serio alla crisi delle industrie italiane manifatturiere, determinata, com’è noto, più che dall’insipienza della nostra classe imprenditoriale dalla spietata “concorrenza” di intraprese straniere dove le prestazioni di lavoro sono tenute a basso costo da sistemi tirannici o fortemente autoritari. Né sarà possibile fare alcunché per arrestare lo stravolgimento del patto sociale alla base della nostra comunità (a dispetto di tutto, ancora abbastanza coesa, integrata e civile) a opera di immigrati riottosi e aggressivi, convinti (forse a ragione) di essere stati condotti sulle nostre coste da potenti organizzazioni internazionali al solo fine di poter essere sfruttati da ricchi capitalisti occidentali (che, chiaramente, essi odiano per motivi religiosi ed economici).

Desiderosi di un “cambiamento” (sia pure vagamente percepito, indistinto e non del tutto depurato da reminiscenze ideologiche di sinistra o di destra) i giovani dei partiti italiani dell’“anti-sistema” hanno minore colpa di quegli “anziani” uomini politici, dall’eloquio garbato, forbito ed erudito, che non hanno voluto accettare per tempo (e chissà quanto a lungo durerà ancora la loro caparbia ostinazione) l’idea che i loro principi “liberali” (di cui menano orgogliosamente vanto, risalendo essi, a loro dire, agli amati “nonni”) andavano interpretati correttamente in mutate condizioni storiche e non acriticamente sbandierati e perseguiti, come facevano, nel secondo dopoguerra mondiale, i “trinariciuti” guareschiani nel seguire il verbo di Stalin.

Questo liberalismo “d’antan”, a differenza degli adeguamenti del pensiero liberale nel Regno Unito di Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America (dove quella dottrina era sorta a opera di ben altri “nonni”, laici ed empiristi) è rimasto attaccato, nella Vecchia Europa del Continente, alle logiche delle varie “Confindustrie” nazionali, e in Italia a ideali, da tempo superati, considerati orgogliosamente post-Risorgimentali. Inoltre, si è lasciato facilmente convincere a combattere (false e pretestuose) battaglie per la presunta violazione di libertà umane fondamentali, subdolamente suggerite da un sistema mass-mediatico e (per grande parte) accademico, economicamente dipendente dal potere finanziario. Tali “Soloni” hanno indicato nella “xenofobia” la “molla” che avrebbe fatto scattare la Brexite l’elezione di Trump, eliminando, in radice, ogni diversa, possibile spiegazione dei due fenomeni.

Domanda: fino a quando, i “liberali”, fuorviati dai propri “luoghi comuni”, acriticamente ripetuti per anni e anni, consentiranno che la legittima, necessaria, utilissima protesta contro le aberrazioni del “capitalismo finanziario e monetario” (che minano le basi delle “liberaldemocrazie”, ormai solo Eurocontinentali, perché i Paesi Anglosassoni hanno compiuto la svolta) sia lasciata in mano e in appannaggio di “giovani” uomini politici che, a causa della loro imperizia e scoraggiante imperizia politica, perdono “stelle”, strada facendo, o a più maturi leader, di origine “celoduristica” ormai alla scoperta esasperata di “imbarcazioni” per percorrere le acque di altri fiumi italici, oltre a quelle del mitico Po?

La risposta non è agevole: nel nostro Paese i tempi sono sempre, incredibilmente, lunghi.

Intanto, nell’attesa di una maturazione auspicabilmente più rapida del consueto (per non perdere troppi treni!) di una scelta veramente “liberale” e di un collegamento necessario e opportuno, sul piano ideale e collaborativo, con i repubblicani di Donald Trump (l’incontro con Macròn e il “gelo” con la Merkel significheranno pure qualcosa?) e con i conservatori di Theresa May, un pensiero alle modifiche al sistema elettorale italiano, reso mostruoso nel “decennio nero” (dal Porcellumal Rosatellum passando per l’Italicum) potrebbe essere avviato.

C’è chi parla, infatti, non si capisce quanto fondatamente, di rinnovo delle elezioni, anche a breve.

Orbene, il problema fondamentale è quello di bandire in modo chiaro e definitivo dal nostro ordinamento un premio che trasformi una minoranza in maggioranza di governo.

Si badi bene: non è una questione di costituzionalità (anche se la nostra Carta fondamentale parla soltanto: o di maggioranze assolute o di maggioranze qualificate, in casi particolari e mai si sogna di usare l’aberrante, contraddittoria dizione “maggioranza relativa”) ma di democrazia.

Non si può dare il governo del Paese a una minoranza che ha contro di sé la maggioranza dei votanti (per non dire degli elettori, dato che anche i voti nulli e gli astenuti sono da considerare “contrari”).

In nessun paese del mondo civile e democratico esiste un’aberrazione del genere: eliminarla è il primo must da perseguire.

Il secondo, naturalmente, è quello di dare nuovamente al popolo italiano il diritto, di cui è stato totalmente privato, di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, sottraendosi all’arbitrio odioso dei capi-partito.

Quanto al sistema da preferire, la scelta è ampia tra le ipotesi seguite dai vari Paesi. L’importante è di non alterarle con furbesche manipolazioni.

Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e fuori dell’Occidente, India utilizzano, proficuamente, il sistema maggioritario basato su collegi uninominali: in ciascun collegio è messo in ballo un unico seggio che va al candidato più votato. La maggioranza richiesta può essere solo relativa (first-past-the-post) o assoluta (come nel caso francese); in questo caso, è previsto, normalmente, un secondo turno per il ballottaggio.

Sul sistema proporzionale, adottato nella sua forma più pura (e non in quella alterata del Rosatellume del Mattarellum) dall’Italia della ripresa nel dopoguerra e del miracolo economico degli anni Sessanta, non è il caso di aggiungere altro a quanto già noto agli Italiani. Entrambi i sistemi, quello maggioritario e quello proporzionale, conducono necessariamente a governi coalizione se non viene fuori dal voto una maggioranza di eletti pari al cinquanta più uno per cento; in tale ipotesi solo una aggregazione di partiti può consentire la formazione di un governo.

E’ la regola principe della democrazia che solo il Bel Paese, all’epoca del deprecato “ventennio fascista” e del non ancora sufficientemente esecrato “decennio nero”, ha ritenuto di poter violare.

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