Non è stata dedicata soverchia attenzione al fatto che, di tutti i paesi dell’Europa occidentale, l’Italia è la prima ad avere una maggioranza parlamentare sovran-popul-identitaria, cui – forse – seguirà un governo corrispondente.

La crescita delle forze politiche riconducibili all’asse populista è stata impetuosa. In fondo il M5Stelle esiste da circa dieci anni; la Lega nella sua versione “nazionale” (cioè salviniana) da meno di 5; ancora nel 2010 i due partiti, a sommarli, facevano circa il 10% dell’elettorato; ora passano il 50%.

In nessun paese dell’Europa occidentale si sono registrate maggioranze così robuste e crescite così accelerate; tra le più forti, l’FN in Francia è arrivato al 35% ma esiste da circa 30 anni; la FPO austriaca (nella versione “populista” da Haider in poi) ha sfiorato il 50% (alle presidenziali del 2016) e da oltre vent’anni “viaggia” su percentuali superiori al 20%, confermate nel 2017 quando ha riportato il 26%.

Il perché delle dimensioni e dei tempi di tale crescita travolgente è probabilmente dovuta a molti fattori: la decadenza della “formula politica” (nel senso di Mosca) della Repubblica “nata dalla resistenza” e dell’élite ad essa collegate,; la crescita zero dell’economia, coincidente con la cosiddetta “seconda repubblica”; e non ultimo, anche perché coincide con la fase di maggiore e più rapida espansione del “populismo” il governo tecnico di Monti, accolto da un peana di ovazioni dalla stampa di regime ma sepolto dall’elettorato e dai cattivi risultati.

L’enorme differenza tra le aspettative esternate (e forse – in parte – suscitate) dai mezzi di comunicazione gestiti dalle élites, e la modestia (nel migliore dei casi) dei risultati di quel governo (e, in parte, dei successivi) è stata probabilmente decisiva per allargare la faglia orizzontale tra governati e governanti che si è dilatata in questi ultimi dieci anni e da molti è stata indicata come la ragione della crescita dei movimenti “populisti” (dagli USA all’Europa).

La seconda causa di tale crescita superiore, sono gli stessi modestissimi risultati conseguenti dalla classe “dirigente” della (seconda) Repubblica, specie se paragonati con quelli della prima repubblica. Il PIL individuale (e quello nazionale) è cresciuto in più di vent’anni di pochi punti: dai 2 ai 5, a seconda degli indici (e degli indicatori). Dato il periodo di riferimento (oltre vent’anni) non è possibile attribuirlo (come per i periodi brevi) alle crisi (del 2008, del 2011): non viene in gioco tanto il fatto di cadere, ma la difficoltà a rialzarsi.

Oltretutto non solo è evidente l’abissale differenza tra prima e seconda Repubblica, ma anche quella tra l’Italia (i cui risultati sono i peggiori dell’area UE), e gli altri paesi dell’UE, con crescita media largamente superiore. Accanto allo sviluppo zero (o poco più) il robusto aumento del prelievo fiscale, costantemente sopra il 40% del reddito, in una situazione d’impoverimento crescente. Per cui la crisi morde i governati e risparmia (o arricchisce) governanti e tax – consommers; e i primi se ne sono accorti.

C’è poi la causa, tutta italiana della poca efficienza della pubblica amministrazione per cui le risorse crescenti prelevate, rendono servizi scarsi e di mediocre qualità; mentre in Europa tra quel che è prelevato ai cittadini e quel che è loro reso non c’è il divario italiano.

Le cause sommariamente sopra indicate servono a capire perché l’Italia, pur essendo arrivata tardi all’affermazione dei partiti sovran-popul-identitari, sia rapidamente balzata in testa. Onde si trova nella situazione di essere il laboratorio sperimentale di una nuova fase politica, non solo nazionale ma europea.

Come sarà gestita la transizione tra il vecchio e il nuovo è tutto da vedere. In Austria il consistente successo del FPO è sfociato in un governo di coalizioni tra il” vecchio” (il partito cattolico austriaco) e il “nuovo”; il tutto è però dovuto anche al carattere parlamentare della costituzione austriaca (onde il governo deve godere della fiducia del Parlamento), come al fatto che comunque il “nuovo” non è maggioritario nel corpo elettorale.

In Francia, dato il carattere presidenziale e il bipolarismo della République, l’FN è           rimasto all’opposizione (peraltro con una modesta presenza in parlamento, data la legge elettorale uninominale e maggioritaria). In Italia non ricorrono né la prima condizione (maggioranza del “vecchio”), né la seconda (per la Francia) ossia la possibilità per il presidente di nominare il governo che, solo in caso di approvazione di una mozione di censura, deve dimettersi.

Il risultato è che per aversi un governo deve necessariamente verificarsi una delle seguenti condizioni: o che i due poli dello schieramento populista si associno, ovvero che si arrivi ad un accordo tra una parte del “vecchio” e una del “nuovo”. Il che appare un’ennesima riedizione del trasformismo: menda che appare comunque secondaria, dato che ci sia un governo è necessario, che sia omogeneo è preferibile (ma non necessario).

In Italia sono ambedue numericamente possibili anche se Salvini ha escluso di partecipare a un governo M5S-Lega senza Forza Italia. Anche le ipotesi “contaminatorie” hanno i numeri ma quella M5S-PD è politicamente contraddittoria, con l’esito del 4 marzo e la volontà popolare espressa, perché significa associare al governo una forza politica, i cui governi sono stati disapprovati da oltre ¾ degli elettori (il PD ha riportato il 23% dei suffragi). L’unica che allo stato ha sia i numeri che la praticabilità politica sembra quella M5S-Centrodestra. Tenuto conto della convergenza, almeno parziale, del nemico, delle scelte politiche rifiutate dalla stragrande maggioranza degli italiani, e di parecchie di quelle da fare. Stiamo a vedere.

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