Guido Melis, La macchina imperfetta, Il Mulino, Bologna 2018, pp. 616, € 38,00.

Questo libro ha come sottotitolo “Immagine e realtà dello Stato fascista” che corrisponde al rapporto tra realizzazioni del fascismo e alla loro spesso scarsa coerenza con la dottrina politica del regime.

Al riguardo l’autore ricorda che, come aveva intuito (in precedenza) nella sua prolusione pisana del 1909 Santi Romano, “la pluralità degli interessi, a sua volta riflessa nel pluralismo delle istituzioni, esigeva forme di regolamentazione e di assunzione della decisione politica almeno in certi campi più mediate e «negoziate» di quanto non volesse ammettere la coeva dottrina del fascismo”.

Ma non è solo la complessità sociale né quella della macchina amministrativa statale che la governa a essere, almeno parzialmente, contraddittoria. È lo stesso regime – tesi da molti condivisa – nei suoi “fondamentali” ad esserlo: c’è il “paradosso della diarchia, un regime che si dice totalitario ma che conserva un re formalmente sovrapposto al duce”. Vi era, inoltre, la continuità di molti elementi, sia sociali che istituzionali (e normativi) con lo Stato liberale.

Per cui “un’imperfetta nazionalizzazione del Paese, a macchia di leopardo, convive con le fratture profonde di una storia di lunga durata: economiche, regionali, culturali, sociali”, scrive l’autore. Onde il fascismo consiste di “un totalitarismo sempre annunciato e mai interamente realizzato, un sistema di istituzioni imperfetto, fatto di vecchi e nuovi materiali confusamente assemblati senza un progetto lineare, con un’evidente vocazione, nei momenti cruciali della ricostruzione dello Stato, al compromesso tra vecchio e nuovo”.

Per cui, a un totalitarismo di facciata corrisponde un pluralismo ad esso subordinato, con i più vari soggetti (sociali e istituzionali) che giocano ognuno la propria partita “o più mosse in più partite in tempi diversi, esprimendo ciascuno, di volta in volta, una parte degli interessi centrali o periferici che allignano nella società italiana tra le due guerre”.

D’altra parte che apparisse come qualcosa di simile era convinzione anche di giuristi stranieri, sia in relazione allo Stato fascista, sia per quello, più totalitariamente coerente, nazionalsocialista.

Quanto al primo già Hauriou, prima di morire, sottolineava come il fascismo avesse potuto “sindacalizzare” il regime, proprio perché era uno Stato autoritario; lo Stato corporativo che si delineava (siamo negli anni ’20) poteva funzionare proprio perché non-democratico, ma non escludeva che, in qualche modo, gli interessi organizzati non potessero influire sulle decisioni.

Quanto allo Stato nazionalsocialista è noto che per Ernst Fränkel era un “doppio Stato” caratterizzato dalla compresenza di elementi totalitari e di un certo grado di libertà economica. Franz Neumann andava oltre: il regime nazionalsocialista organizzava la società in diversi gruppi centralizzati (quattro) ciascuno con un potere legislativo, esecutivo e giudiziario autonomo. “Non vi è bisogno di uno stato al di sopra di tutti i gruppi; lo stato può essere addirittura un impedimento ai compromessi e al dominio sulle classi subalterne. Le decisioni del Führer sono semplicemente il risultato dei compromessi fra le quattro dirigenze”.

La conclusione da trarre dal libro, assai interessante, di Melis è che il fascismo non fu un sistema monolitico e che l’integrazione, come strumento essenziale della politica, si realizza per lo più con compromessi e con istituzioni di compromesso. Cosa che letture ideologiche e partigiane (come non è quella dell’autore) non considerano.

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