Senza la fionda e una pietra adeguata, Davide non sarebbe stato mai in grado di abbattere Golìa. L’immagine mi è venuta in mente, leggendo dei flebili, accorati tentativi, ripetutamente fatti dagli Stati membri nei confronti dell’Unione Europea, per ottenere misure riduttive in relazione agli obblighi di bilancio: una meschina richiesta di flessibilità che incontra il diniego dei severi custodi del pareggio.
Sul problema dell’austerità,invocata e imposta dall’Unione Europea ai suoi membri, v’è diatriba politica senza soddisfacenti spiegazioni per i cittadini. Veramente è solo uno scontro tra prudenti e saggi risparmiatori del denaro pubblico, da un lato, e spreconi e dissipatori dei soldi dei contribuenti, dall’altro? O v’è qualcosa di diverso e di nascosto di cui non si parla?
Personalmente, temo che rebus sic stantibus,l’austerità richiesta e imposta dall’Unione è praticamente ineludibile; a meno che non intervengano colpi di reni (analoghi, negli effetti, al colpo di fionda di Davide) da parte di Stati che appaiono, invece, in condizioni di assoluta debolezza e, alternativamente, o in costante deliquio o in epilettiche convulsioni.
L’obbligo del pareggio di bilancio, introdotto con un vero e proprio colpo di mano costituzionale che ha stravolto l’originario articolo 81: un vero e proprio atto di rapina della nostra sovranità finanziaria.
Naturalmente, ai “lai” giustificati per il vulnus inferto alla nostra Carta fondamentale si contrappongono per la sprovvedutezza di uomini politici e politicanti le accuse roventi contro i “sovranisti”. E si tratta non solo di rimostranze, certamente, non disinteressate dei grandi finanzieri e dei pennivendoli e commentatori da loro pagati (che si possono pure capire), ma anche di valutazioni “salottiere” di cosiddetti “benpensanti” che appaiono, a dir poco, di un’assoluta ingenuità. Quell’atto è stato gravissimo ma era ritenuto assolutamente necessario dai “burocrati” di Bruxelles. E ciò per ottemperare a un ordine impartito loro dall’Alta Finanza, allo scopo – non dichiarato – di avere sempre risorse pubbliche da utilizzare, al momento giusto, in favore di Banche in crisi o di Stati e Organizzazioni non governative impegnati nell’accoglienza di immigrati.
L’iter logico del ragionamento, a supporto della mia affermazione, è il seguente:
Tutto comincia con Reagan e Thatcher: i due leader anglosassoni, giovandosi di un substrato culturale empiristico e pragmatico, intuiscono che l’era industriale, dopo tutto ciò che i loro predecessori avevano concesso alle pur sacrosante istanze dei sindacati e dei lavoratori, doveva considerarsi conclusa.
L’elettronica apre nuovi orizzonti. Con una serie di provvedimenti, pur dolorosi per molti imprenditori manifatturieri che devono chiudere i battenti dei loro opifici, i due capi di Stato favoriscono il passaggio all’era post-industriale: quella, per intenderci, del digitale, dei beni immateriali e dei servizi (almeno tendenzialmente) eccellenti.
La divaricazione con il resto del mondo occidentale diventa inevitabile.
In particolare l’Euro-continente lontano, per formazione culturale bimillennaria, dalla capacità d’adeguarsi con rapidità ai mutamenti, resta legato al mondo produttivo manifatturiero, alle sue fabbriche con ciminiere e non riesce a districarsi dai problemi che l’affliggono: la mano d’opera costa troppo, come il welfare creato, ed è difficile sostenere la concorrenza con i prodotti delle industrie di Paesi dove vige la dittatura anche per le fabbriche o dove l’estrema povertà e l’assenza di democrazia costringono i lavoratori a salari da fame.
La diminuita competitività dei manufatti dell’Europa continentale provoca crisi bancarie a ripetizione: gli imprenditori in difficoltà non riescono a restituire i crediti ottenuti e le Banche hanno bisogno dell’aiuto degli Stati per non fallire.
Come osserva acutamente Chomsky, nel libro citato nel mio precedente editoriale, “in un’economia capitalistica, quando una grande banca presta denaro a debitori a rischio (a tassi d’interesse normalmente elevati) e questi ultimi non sono in grado di rimborsarlo…. viene in suo soccorso “il gendarme della comunità del credito”, il quale fa in modo che il debito sia restituito, con le passività trasferite all’intera cittadinanza… mediante programmi…. e misure”adeguate.
Da qui, dunque, la prima necessità dell’austerità imposta dall’Unione ai suoi membri, per corrispondere al meglio alle istanze di Wall Streete della City. Ogni Stato deve tenere in ordine i conti e non fare sprechi per poter sorreggere, a tempo debito, gli istituti di credito (in Italia, è del tutto superfluo fare esempi di crack evitati con i soldi di Pantalone).
V’è, però, ancora una seconda emergenza da fronteggiare: per favorire gli imprenditori in crisi di liquidità, è giocoforza ricorrere anche a una forma camuffata di sostanziale neo-schiavismo. E’ necessario indurre, anche magari fomentando guerre (rappresentano un ottimo alibi per la fuga dalla propria terra) con quantitativi ingenti di armi e di denaro, molti abitanti del Centro, del Nord dell’Africa e del Medioriente a trasmigrare nei Paesi Europei; e ciò per offrire, per il tramite dei “cosiddetti caporalati”, mano d’opera a basso costo.
E’ vero che per raggiungere l’obiettivo sono, in primo luogo, mobilitate energie economiche private (anche molto ingenti e ben presentate sotto la forma di contributi benefici) ma ciò non esclude che vi sia bisogno anche di sostegni pubblici.
Da qui, ancora una volta, la seconda necessità di evitare, comunque, deficit nei bilanci statali che impediscano di sostenere adeguatamente il peso dell’immigrazione.
Di fronte a problemi di tal fatta, in un primo momento comuni a tutti i Paesi occidentali, la vecchia contrapposizione delle due culture, quella anglosassone e quella euro-continentale, si è fatta sentire.
Inglesi e Nordamericani, già ormai nel bel mezzo del percorso della società post-industriale, ritengono che per la loro produzione di beni immateriali o di grande qualità e per la loro offerta di servizi impeccabili, serva soltanto mano d’opera e intellettiva, altamente qualificata e che sia necessario, quindi, chiudere le frontiere a un nuovo schiavismo (l’immigrazione di persone senza specifiche professionalità alimenta la delinquenza e in particolare il traffico di droga, per i persistenti collegamenti con i Paesi d’origine, solitamente produttori della materia prima).
Prevedono, in secondo luogo, misure protettive del benessere economico e fisico delle loro popolazioni, che non corrispondono all’esigenza di osservare due fondamentali principi liberali. Secondo i quali non bisogna immettere in un tessuto umano coeso e integrato nuovi schiavi; e ripristinare, invece, corrette regole di concorrenza contro chi produce manufatti sotto la sferza di regimi dittatoriali, che mantiene a livello di fame le paghe dei lavoratori. Urge, infine, di fare in modo che il patto sociale a garanzia della libertà di ogni singolo e della pacifica coesistenza sociale non sia messo in crisi da chi non intenda osservarlo per sua estraneità al contratto e per il suo legame con antiche consuetudini tribali.
E qui, per concludere, non è fuori luogo ricordare che in un’intervista al Wall Street Journal, Mario Draghi, ovviamente nel suo specifico ruolo di eminente banchiere Europeo, ha spiegato che “il tradizionale contratto sociale del Vecchio Continente è obsoleto e va smantellato”.
Et de hoc satis!

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