La protesta è un’energica dimostrazione di disapprovazione o di opposizione, individuale o collettiva.

Quando si traduce in un fatto sociale esprime,  solitamente, una contestazione netta  e un rifiuto radicale dell’ordinamento giuridico o politico esistente, da parte di una comunità insediata su un dato territorio.

All’inizio, tale tipo di  contestazione si manifesta, di consueto, in maniera indistinta, vaga, disarticolata; successivamente (anche se ciò non sempre avviene; e in Italia non è accaduto, come dimostrano le nostre più recenti vicissitudini) può essere organizzata da forze politiche (e/o sindacali) di provata capacità operativa, al fine di puntare, con maggiore forza e decisione, allo smantellamento  di un sistema di potere dominante nella società in cui si vive.

Nel mondo occidentale, di recente, la protesta, organizzata rispettivamente da una parte dei Conservatori e da una parte dei Repubblicani, in tempi diversi (ma successivi, in modo temporalmente abbastanza ravvicinato), ha condotto nel Regno Unito di Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America al ribaltamento dei rapporti esistenti in quelle realtà politico-sociali, tra il potere finanziario insediato nei palazzi newyorkesi di Wall Street e negli uffici  londinesi della City con  gli establishment governativi dei due Paesi.

Sono finite, a quelle due latitudini, les liaisons, ritenute dangereuses da eminenti politologi (come, per esempio, Noam Chomsky) tra le élite finanziarie, per loro natura ciniche e calcolatrici, e una classe politica, che fingeva di sentirsi o,  realmente invaghita delle mode cosiddette “culturali” del vecchio Continente, si sentiva effettivamente investita dell’onore e dell’onere di perseguire Alti Valori, qualificati Umanitari, senza, peraltro, mai distrarsi dalla necessità di aprire robusti spiragli al proprio, specifico, cospicuo arricchimento.

Diverso è il caso della vecchia Europa continentale, dove l’esaltazione (finta o sincera) dei cosiddetti Grandi Ideali è stata sempre una caratteristica costante della sua classe politica dirigente, prima per la presenza di religioni considerate “salvifiche” dai  propri fedeli e poi delle due ideologie del “secolo breve”, ritenute taumaturgiche per i mali dell’umanità dai loro adepti.

Essa, con lo sguardo diretto ad astratti  valori sommi, è rimasta, in concreto, strettamente dipendente dalle centrali economiche imperanti nel mondo occidentale.

La mancanza di una vera forza politica al vertice dell’Unione ha completato il quadro.

In dipendenza di ciò, la protesta degli Euro-continentali contro le degenerazioni neo-liberistiche (mercantilismo e libero-scambismo spinto in situazioni di lavoro interne ai vari Paesi del tutto diverse, globalizzazione umana tendente a creare con l’immigrazione incontrollata di popoli diseredati condizioni di un nuovo schiavismo, arresto della crescita economica del vecchio Continente per una politica di austerità imposta dai poteri finanziari per fronteggiare le spese a carico degli Stati, derivanti da una crescente crisi bancaria e dai costi per l’accoglienza degli immigrati) è rimasta sempre allo stato embrionale e soprattutto è finita nelle mani di forze o tendenzialmente xenofobe (con la mentalità di popoli che si ritengono eletti, per essere nati in luoghi prediletti da nostrane o misteriose ed esoteriche Divinità) o sprovvedute, “donchisciottesche”, “brancaleoniche”  e piene di fermenti rivoluzionari, tanto giovanili quanto confusi.

La bandiera del riscatto dal vulnus  inferto ai principi del liberalismo (libertà di scambi mercantili, ma solo nel rispetto delle regole di una corretta concorrenza; tutela del contratto sociale,  idealmente sottoscritto,  da cittadini autoctoni o integrati al fine di pacifica convivenza e di difesa dalle violazioni di immigrati, legati a diverse visioni consuetudinarie o tribali della socialità) non è stata issata su un’ipotetica trincea dai liberali, uniti o “sparpagliati”(come avrebbe detto Totò).

 Il vecchio Continente, quindi, a differenza del Nuovo (U.S.A.) e della parte insulare Europea (Gran Bretagna), non ha potuto (e non può) avvalersi dell’aiuto di una classe politica di una certa esperienza pratica e di una sufficiente  maturità culturale, per collegare tra di loro, con nessi logici e in maniera razionale,  i fatti e gli eventi della vita e trarne insegnamenti utili per l’azione politica di protesta.

Il disastro dell’Europa Continentale appare, allo stato attuale, senza possibili vie d’uscita, se non di lunga prospettiva.

Per quanto riguarda l’Italia, lo scenario che il risultato delle votazioni del 4 Marzo 2018 aveva fatto sperare “migliore” rispetto a quello di altri Stati-membri dell’Unione, appare oggi disperato, dopo i molti giri a vuoto e le chiacchiere al vento che hanno contrassegnato le sterili e frastornanti trattative per la formazione di un nuovo governo.

Le alternative che si offrono agli Italiani sono l’una peggiore delle altre e non lasciano spazio a scelte diverse.

E difatti:

o si ritorna al voto con la stessa legge elettorale che costringe a unioni partitiche “innaturali” e costrittive  tra movimenti di ben nascosta, ma non per ciò meno certa, tendenza xenofoba (e sostanzialmente fascista per i suoi abnormi e ridicoli rituali collettivi, esaltanti momenti ritenuti “magici” dell’italica Storia) con forze che hanno sempre fatto dell’interesse dei propri leader la molla essenziale e decisiva per la loro presenza politica  e le conduce a cimentarsi in  “singolar tenzone” con i volenterosi ideatori di “piattaforme”, che si sono dimostrate utili solo per piroette o altre  performance di farsesco girellismo, non lontano da quello dei noti protagonisti della nostra celebratissima “Commedia dell’Arte”;

o, per un periodo dichiaratamente limitato (ma con i precedenti del Bel Paese c’è poco da confidare nei tempi brevi: i governi in successione di Monti, Letta e Renzi docent) si chiederà a vecchi “parrucconi”, accademici o “istituzionali” (che con le loro passate iniziative anche in ruoli di prima linea nell’amministrazione della res publica hanno contribuito, prima, a indebolire e, poi, a demolire la vecchia costruzione del nostro ordinamento (che, su cariatidi di oscena bruttezza, comunque ancora si reggeva, seppure in modo alquanto sbilenco) di provvedere all’emergenza. E ciò, nell’attesa dell’approvazione da parte del Parlamento di una diversa legge elettorale.

Sulle linee di quest’ultima, però, la confusione tra i nostri politici impera sovrana. Si confonde, da parte di molti di loro, aderenti o contrari al Rosatellum,  il sistema maggioritario (uni o plurinominale) con il premio di maggioranza nel sistema proporzionale. E ciò anche per colpa di pretesi esperti in materia costituzionale.

La realtà è che un meccanismo elettorale che trasformi una minoranza, sia pure alta e impropriamente definita “maggioranza relativa”, in vera e propria maggioranza di governo (quindi, assoluta)  crea le premesse, data l’anti-democraticità del risultato (per governare, in qualunque parte del mondo, occorre una maggioranza assoluta non fittizia e artificiosamente creata), per la nascita di ulteriori e diversi “movimenti di protesta”.

Questa volta contro gli stessi attuali “protestatari” che abbiano beneficiato del surplus di parlamentari per effetto del marchingegno truffaldino del premio di maggioranza dato…. a una minoranza.

Altro non si scorge all’orizzonte dello Stivale.

E ciò, con ipotizzabile soddisfazione delle centrali finanziarie, che non vogliono vedere l’Unione Europea sottratta al loro dominio, esercitato, con indubbia abilità, attraverso l’utilizzazione dei meccanismi della Borsa e delle Agenzie di rating (con relativi indici di spread, di triple, doppie e singole A o di B in frenetici accavallamenti e scissioni).

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