I motivi per rivedere alcune massime, ritenute ancora espressioni dell’idea liberale da molti militanti e simpatizzanti e divenute, invece, a mio parere, soltanto luoghi comuni o frasi fatte non più in linea con i mutamenti intervenuti sulla vita del Pianeta, non risiedono soltanto nelle osservazioni che ho fatto in miei precedenti editoriali circa il tabù del libero scambio di merci, servizi e risorse umane.
Essi devono ricercarsi soprattutto nella diversa influenza del potere statale sull’economia, che oggi si è ribaltata fino al punto da fare apparire vero piuttosto il contrario; nelle trasformazioni delle forme istituzionali; nei mutamenti delle aziende anche per effetto delle nuove tecnologie; nella rivoluzione, infine, delle comunicazioni.
Il quadro che si presenta agli osservatori dell’attuale realtà planetaria è molto complesso.
Oggi, le catene produttive globali (global value chains: GVC) si articolano intorno a una “società madre” che, dopo la progettazione di un prodotto, delocalizza altrove la sua realizzazione, coinvolgendo una pletora di aziende e di imprese diverse.
E ciò, mediante la costituzione di una vasta rete di poli e di settori di lavorazione o di assemblaggio (in luoghi, ovviamente, dove la paga degli operai e addetti vari è spesso veramente di fame) e di fornitura (offerta, verosimilmente, da ditte che offrono le condizioni più convenienti).
Altri marchingegni truffaldini, oltre agli investimenti transfrontalieri, sono escogitati, al fine di favorire l’evasione fiscale, dagli esperti tributari delle società multinazionali impegnate nell’attività realizzativa.
Il quadro completo dei Paesi dove l’intero processo produttivo si compie rende piuttosto evidente che, in buona sostanza, il mondo delle catene produttive globali, per effetto delle asimmetrie che si determinano nel potere del mercato, in quello sociale e in quello politico, renda le disparità tra gli esseri umani sempre più odiose e intollerabili.
Ora, è veramente difficile capire che cosa tutto ciò abbia a che vedere con le “regolette” del liberalismo: all’epoca sagge perché concepite per i processi produttivi della società industriale, con le sue fabbriche localizzate in un dato territorio e con lo scambio dei manufatti su scala mondiale.
E’ risaputo che con la globalizzazione, per effetto della quale i Paesi vincenti (che ci guadagnano) non compensano in alcun modo quelli perdenti (che ci rimettono), il cambiamento non è certamente positivo per tutti.
Orbene, correggere nel modo più immediato possibile tali storture è l’unica direzione in cui uomini amanti della libertà di tutti (e non solo dei ricchi privilegiati che diventano sempre più pochi) possono e devono impegnarsi.
E ciò al fine di trovare forme compensatorie se non di risarcimento dei perdenti.
E’ veramente un fuor d’opera, quindi, pronunciare consunte e datate invettive contro chi (May, Trump) ha avuto l’intuizione di capire che tecnologia e globalizzazione non potevano significare inerzia del pensiero e piegamento delle braccia in attesa del peggio e che, quindi, una persona amante della libertà propria e altrui doveva fare, nell’interesse dei propri consociati, qualcosa fuori del de ja vu.
Dalla loro scelta si può desumere che la nuova idea vincente del liberalismo è che, nello stravolgimento intervenuto nei vecchi assetti produttivi del Pianeta, ciascun Paese deve essere lasciato libero di gestire la propria, eventuale crisi nel modo che ritiene più giusto ed opportuno, tenendo conto delle tendenze dell’economia globale, senza subirle, però, passivamente.
Al realizzato “isolazionismo” del Nord-America e dell’Inghilterra si è aggiunto quello di Putin che ha invitato i Russi, nel suo discorso d’insediamento, a fare da soli (e, naturalmente, bene) per la ripresa del loro grande paese.
I tempi volgono al cambiamento dappertutto. Sembrano contate le ore in cui le sopraffazioni del potere finanziario perpetrate attraverso politiche commerciali e fiscali consentite dall’asservimento degli establishment statali (e quello attuato grazie alla scarsa autonomia dell’apparato burocratico del’Unione Europea è certamente il più vistoso) riusciranno ancora a togliere quella libertà d’azione che riesce a mettere in crisi irreversibile soprattutto i Paesi che incontrano maggiori difficoltà per uscire dal calo di produttività.
Si pensi alle misure d’austerità che subiscono gli Stati, membri dell’Unione Europea. Esse sono rese necessarie unicamente dalla pretesa di sopperire ai bisogni di Istituti di credito in sofferenza per i mutui concessi e non restituiti e a quelli di un’immigrazione considerata un “toccasana” per una società industriale in crisi di competitività; come lo fu, senza alcun dubbio, il più violento sistema schiavista della storia umana per la produzione del cotone negli Stati Uniti d’America.
Dietro il paravento del “libero commercio” si stanno celebrando riunioni festose, inneggianti all’incremento di alcuni, privilegiati redditi padronali, e cerimonie luttuose per migranti poco lontani dai “lavori forzati”, per lavoratori interinali e donne ai limiti della fame.
Il liberali, tra i quali non mancano certamente i progressisti, non possono lasciare a una Sinistra (peraltro, sempre più in crisi d’identità) la ricerca di strategie per contrastare gli effetti negativi della globalizzazione.
Le restrizioni alla circolazione di beni, di servizi e di “neo-schiavi” attuate dalle due più grandi liberal-democrazie del mondo, Regno Unito di Gran Bretagna e Stati Uniti d’America vanno certamente in direzione dei principi liberali.
Squassato dalla globalizzazione il liberalismo d’antan va sorretto ma anche corretto.
Non va in tale direzione pronunciare frasi, a volte anche oltraggiose, contro chi si sta assumendo coraggiosamente il peso di portare avanti correzioni di tiro, senza rifugiarsi stancamente nelle giaculatorie dei “nonni” del liberalismo occidentale.
Come un’idea libertaria, a ben riflettere, è quella che ruota intorno, sia pure con diverse e talora contraddittorie varianti, al cosiddetto “reddito di base”: sottrarre il singolo alla necessità di implorare interventi di forzata, collettiva solidarietà sociale significa, senza alcun dubbio, rafforzare la libertà individuale; che è, certamente, il primo obiettivo di ogni vero liberale.

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