L’espressione di Mattarella, che avrebbe propiziato la soluzione della crisi nominando un governo neutro, può essere valutata in due modi.

Il primo, che il Presidente, uomo prudente, non si sente più di usare l’espressione di governo “tecnico”, dato che il pensiero degli italiani corre subito al governo Monti, di certificata impopolarità. E quindi occorre trovare un altro termine per designare (e rendere meno indigesto) un governo che non sia frutto di un accordo – il quale non appariva possibile – tra i partiti.

La seconda è che quel “neutro” si riferisca a qualcosa che – anche se spesso dimenticato è (importante) e ricorrente nella teoria dello Stato e della politica, in particolare dello Stato borghese di diritto; e, inoltre, la neutralità ha diversi significati, sia se riferita al diritto internazionale che al diritto pubblico interno.

Quanto alla teoria del potere neutro (riferita al capo dello Stato) è nata dalla concezione di Constant e si basa sul fatto che, in uno Stato borghese, quindi fondato sulla distinzione dei poteri (Montesquieu) non ce n’è uno (dei tre “classici”) che li coordini. Mentre è necessario che vi sia, onde assicurare coerenza nell’azione. Col progredire dello Stato monarchico – rappresentativo – in Stato democratico, assunse un secondo significato, prevalente, del potere neutro per non essere direttamente coinvolto nella lotta per il potere, tra più partiti che si contendono il voto popolare (senza escludere la “neutralità” nei confronti di altre divisioni/contrapposizioni di una società pluralista).

La difficoltà nel passaggio dalle monarchie costituzionali (o parlamentari) del XIX secolo alle Repubbliche del XX consisteva nel fatto che, il monarca era tale per successione ereditaria, quindi non accedeva alla carica per aver prevalso nella lotta per il potere, e quindi era credibile come “neutro” (estraneo) a quella. Diversamente i capi di Stato delle Repubbliche, (parlamentari o presidenziali) erano stati (e sono) tutti eletti o dal corpo elettorale o dal Parlamento e quindi meno credibili come “neutri”.

Ancor più la neutralità del capo dello Stato andava coniugata anche alla massima per cui il “re regna, ma non governa” per cui la estraneità (e irresponsabilità) del monarca e del Presidente della Repubblica rispetto alla lotta politica era collegata al fatto che altri organi dello Stato avessero la potestas (cioè il potere) di governare così come la posizione di terzo neutrale (rispetto anche all’esercizio del potere) era da ciò confermata.

Data questa premessa è difficile immaginare nel frangente politico odierno un governo “neutro” a meno di non voler considerare il Presidente della Repubblica come “emanante” neutralità.

In primo luogo, perché il governo, avendo il potere e la relativa responsabilità, non è affatto credibile come estraneo alla lotta e all’esercizio del potere. Anzi sarebbe assurdo che lo fosse e ancor più che non lo esercitasse. Proprio la necessità di avere un governo è la ragione delle numerose (e fondate) deprecazioni sul fatto che, a distanza di due mesi, ancora un governo (designato in base e in conseguenza alle consultazioni del 4 marzo) non l’abbiamo.

D’altra parte il carattere (e la forza) degli organi costituzionali “politici” (non neutri) e dotati di potere di governo è data dal consenso e quindi dalla responsabilità nei confronti del popolo, almeno nelle democrazie.

Il che impone che siano in sintonia con la volontà popolare espressa nelle elezioni da cui sono stati designati, sia dirette (il parlamento) sia indirette (il governo attraverso la fiducia delle camere). Persa la sintonia con la volontà popolare i poteri politici perdono la loro maggiore forza. Tant’è che, a riprova di ciò, il governo “tecnico” di montiana memoria era ridotto a fare i “compiti a casa”, sotto dettatura dei poteri forti nazionali e (ancor più) internazionali. Come tanti altri, nella storia, trovatisi in situazioni simili, che erano forti con i deboli e deboli con i forti. E perciò non avevano né funzione né durata.

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