Finora i due leader della protesta italiana, Luigi Di Maio, per il Movimento Cinque Stelle, e Matteo Salvini, per la Lega, sono stati abbastanza “abbottonati” e non hanno lasciato trapelare molte notizie sulle trattative in corso per la formazione del nuovo governo. Qualcosa è trapelato sul programma; nulla, però, sulla sua composizione e soprattutto sugli intenti futuri, quanto al problema dei rapporti con l’Unione Europea.
All’encomiabile silenzio dei due leader sta facendo da “controcanto” la spasmodica e talvolta persino scomposta reazionedel cosiddetto fronte degli “Europeisti a oltranza”.
Eppure, il problema dei rapporti con l’Unione Europea è fondamentale per la nostra sopravvivenza come Paese che non rinunci ad affrontare in modo razionale e libero le proprie prospettive di crescita e di sviluppo economico e sociale.
Tale libertà è garantita per ogni Stato-membro dell’Unione dall’articolo 50 del Trattato.
Le Istituzioni, i “parrucconi” dell’Accademia che si agitano in trasmissioni televisive, architettate e pilotate per creare ostacoli e barriere a Di Maio e a Salvini, facendo ricorso al loro “latinorum” come nei Manzoniani “Promessi sposi”, la stampa finanziata dalle centrali finanziarie mondiali che “starnazza” sui pericoli di un’ipotetica e sinora da nessuno dichiarata Italexitstanno dando uno spettacolo patetico di rabbiosa impotenza.
Nessuno offre alternative dirette a conoscere l’opinione prevalente del popolo italianosulla politica attuale dei vertici (burocratici, soprattutto bancari) di Bruxelles.
Si nega che essa sia stata espressa attraverso il voto dato a forze politiche chiaramente ”euro-critiche”, ma si temono fortemente, in ambienti vicini alle lobby più potenti del mondo, “colpi di testa” di gente che possa dimostrare di avere gli attributi estranei alla tradizione politica della serva Italia di dolore ostello.
Nessuno tra i tanti Soloni della politica italiana si sforza minimamente di illustrare, con distaccata obiettività, i molteplici aspetti del complesso problema.
Personalmente, ritengo di averlo fatto ma tenterò di farlo ancora, con il rischio (messo in conto) di ripetermi, raccontando in modo semplice e conciso, ciò che è avvenuto nel nostro mondo occidentale negli ultimi decenni e che cosa ciò abbia significato per il nostro Paese.
Negli anni Settanta-Ottanta, per effetto di una dura (e molto contestata) politica della Thatcher e di Reagan, gli Inglesi e gli Statunitensi, al prezzo di “sudore, lacrime e sangue”, furono indotti ad abbandonare la produzione di molti manufatti e a cimentarsi con le nuove tecnologie elettroniche e digitali per cimentarsi nella creazione di beni immateriali, di manufatti di grande eccellenza qualitativa e di servizi di straordinaria efficienza. Emblematico della trasformazione si cita l’esempio del nuovo volto assunto dalle città britanniche di Liverpool, Manchester, Birmingham e Sheffield e, in direzione del mutamento qualitativo, quello del centro statunitense di Detroit. Per esprimere sinteticamente tale evoluzione si parla di passaggio dalla società industriale a quella post-industriale e dei servizi e si citano i nomi divenuti mitici di Steve Jobs, Bill Gates e altri.
Gli Europei del continente, per la confusa e farraginosa politica che caratterizzava i loro governi, in mano a forze politiche dominate da credenze religiose e da astrazioni filosofiche tendenti, entrambe, all’utopia radiosa e salvifica, e bisognose del sostegno di organizzazioni sindacali tanto combattive e potenti quanto lontane da una visione complessiva dei problemi sul tappeto, non colsero il monito pragmatico contenuto nell’esempio dei Paesi anglosassoni e continuarono nella produzione di manufatti; che, però, a causa dell’ alto livello raggiunto dai salari, dal costo crescente del Welfaree della concorrenza di manufatti, prodotti a basso costo per effetto delle condizioni di semi-servaggio dei lavoratori di Paesi con forti regimi dittatoriali o caratterizzati da povertà estrema, non trovavano sbocco sul Mercato mondiale.
Da qui la crisi delle imprese claudicanti e delle Banche che non riuscivano a riprendersi indietro i ratei dei mutui concessi e meno che mai dei pattuiti interessi.
Le fertili menti al servizio delle centrali mondiali dei finanziamenti e dei crediti escogitarono, con buona verosimiglianza, due rimedi: a) immigrazione, soprattutto dai Paesi dell’Africa centrale, di mano d’opera a basso costo; b) sostegno degli Stati alle Banche in crisi; entrambi molto costosi.
La divaricazione, prodottasi negli anni Settanta-Ottanta tra la parte anglosassone dell’Occidente e quella dell’Eurocontinente, si accentuava notevolmente con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea (Brexit) e con le misure assunte da Britannici e Statunitensi, impeditive di ulteriori immigrazioni e favorevoli al ripristino del protezionismo in favore di prodotti esposti alla concorrenza, ritenuta lesiva per la libertà umana, di industrie che sottopagavano i lavoratori sia per ragioni di regime politico sia per condizioni di grande indigenza.
I Paesi anglosassoni riprendevano un ritmo produttivo aperto al nuovo e di crescente tecnologizzazione. L’Unione Europea, priva di una vera e propria guida politica e controllata dal sistema bancario mondiale attraverso gli istituti di credito euro-continentali e con l’uso di strumenti finanziari di scarsa comprensione per il grande pubblico (spread,valutazioni sommarie delle Agenzie di Rating, sommovimenti in borsa e via dicendo) era (ed è) costretta a tenere il passo.
Misure di “austerità”, infatti, imposte dalla necessità di sorreggere con interventi degli Stati (e quindi dei contribuenti) le crisi ricorrenti delle Banche e i costi imponenti di un’immigrazione sempre più imponente, costringevano (e costringono) in un letto di Procuste gli sforzi dell’imprenditoria Eurocontinentale.
Per poter mantenere in piedi il sistema creditizio e l’apparato che regolava (e regola) l’immigrazione il pareggio del bilancio statale era (ed è) così essenziale da imporre ai Paesi la perdita della sovranità finanziaria (vedasi, nel caso italiano, la “chilometrica” modifica dell’articolo 81 della Costituzione).
Ora, quanto si è esposto in maniera necessariamente piana e forse troppo semplificata (ciascun lettore, d’altronde, è in grado di approfondire il tema, perché oggi si può liberamente navigare on linesenza dover ricorrere necessariamente ai cosiddetti “insegnamenti” dei “maestri del pensiero” inquadrati nell’Accademia) è sufficiente, però, a far comprendere che su problemi di tal fatta la volontà del popolo di orientarsi in un modo o nell’altro è essenziale e dev’essere decisiva. Certamente, le istituzioni dell’ordinamento di qualsivoglia natura hanno un loro ruolo importante nell’esprimere valutazioni su fatti di così straordinaria importanza e fanno bene a dire la loro opinione: purché, però, sia sempre salvo il rispetto assoluto della prevalente determinazione dei rappresentanti eletti dal popolo al Parlamento e da quest’ultimo designati al Governo del Paese.

CONDIVIDI