Per capire la vera, profonda ragione dell’impassein cui le trattative per la formazione del nuovo Governo sono cadute, bisogna porre mente alle tre posizioni che sono nettamente emerse dalle dichiarazioni, parzialmente ma significativamente, divergenti dei due leader dei partiti che stanno tentando un accordo che si rivela sempre più impossibile e quelle, nettamente diverse e contrapposte, del Presidente della Repubblica.

Quest’ultimo, distaccandosi dal consueto, prudente linguaggio quirinalizio, ha chiaramente fatto intendere che il Presidente del Consiglio dei Ministri, da lui nominato in base al disposto dell’articolo 92 della Costituzione, nel ricevere l’incarico dovrà dichiarare espressamente e dimostrare poi nella sua azione di governo di essere un Europeista convinto; dovrà credere fermamente, cioè, che non esiste destino dell’Italia fuori dall’Unione Europea (o, comunque, in posizione globabilmente antitetica a essa).

In altre parole, il futuro Premier non dovrebbe neppure sospettare ciò che pensano gli Euro-critici e, cioè, che nella sottrazione della sovranità finanziaria agli Stati-membri (con l’imposizione forzata nelle loro Costituzioni del pareggio del bilancio) e nella politica di austerità, imposta con “lavate di testa” quotidiane e richiami a valutazioni incontrollate e non verificabili delle agenzie di rating internazionali (a parte lo spread e i crolli improvvisi e fulminei nelle borse) si possa cogliere la volontà dell’alta finanza di mantenere sempre i ventotto Stati dell’Unione in una condizione finanziaria tale da consentire loro di dare sostegno alle Banche in crisi e alle Istituzioni, governative e non, che incrementano i flussi immigratori.

E ciò, si deve presumere, anche se il Governo sia, in base ai risultati elettorali, espressione di un Parlamento orientato in tutt’altra direzione.

Su posizioni diametralmente opposte a quelle del Capo dello Stato si muove Salvini che, però, sul problema del contrasto con l’Unione Europea non sembra, allo stato, avere l’appoggio della coalizione di centro-destra (con cui pur si è legata le mani con i lacci del Rosatellum) e ha sempre sperato che un aiuto potesse venirgli dall’accordo con il Movimento delle Cinque Stelle.

Quest’ultimo, però, sembra avere abbandonato le posizioni euro-critiche delle origini.

Fin dai primi giorni successivi al voto, il leader designato ha dato l’impressione di essersi posto, con la sua prudenza, espressa in un linguaggio verosimilmente gradito alla vecchia guardia sia ex-democristiana sia post-comunista, come interlocutore privilegiato del Capo dello Stato.

Di Maio non sembra più condividere la tesi, invero solo ventilata in campagna elettorale, che le finalità dell’Unione Europea siano chiaramente orientate a consentire ad industrie manifatturiere in difficoltà di poter continuare a richiedere mutui e pagare i relativi ratei agli istituti di credito, avvalendosi nell’attività produttiva di lavoratori a basso costo. Non ha più, quindi, sull’imposta austerità le stesse idee di Salvini, anche perché, verosimilmente, influenzato da “piattaforme”, che lasciano trapelare nascoste visioni opportunistiche di conquista del potere e che, secondo alcuni osservatori, sono tipiche delle posizioni di tipo massonico della borghesia più modesta di un’Italia smaccatamente provinciale.

E’ chiaro, a questo punto, che da un tale incrocio di punti di vista, sostanzialmente divergenti, non possa venir fuori, almeno nell’immediato, nulla di buono e di positivo per il nostro Paese.

Non solo sono diverse e distanti le posizioni politiche ma appaiono soprattutto contrapposte le modalità di di manifestare i propri convincimenti, a parte le riserve mentali non manifestate.

Ed è su queste ultime che occorre spendere ancora qualche parola.

E’ probabile che Salvini si sia convinto che una parte sempre più cospicua degli Italiani capisca che è necessario proseguire sulla strada del riscatto del Bel Paese dai lacci impostigli dall’Unione Europea (e dei finanzieri di Wall Street e della City) e che, pertanto, se si andrà a nuove elezioni, il Movimento Cinque Stelle, passato da un ruggito arrabbiato e grintoso a un belato soddisfatto e, talora, visibilmente e incomprensibilmente giulivo, perderà parte dei consensi legati all’iconoclastia “Grilliana”, ritenuta autentica e dimostratasi impressiva.

Verosimilmente, il leader leghista è anche persuaso che il suo movimento sarà, in futuro, meno condizionato da post-fascisti e liberisti, per così dire, d’antan e che da capo riconosciuto della coalizione sarà più in grado di muoversi verso quella linea non solo anti-europeistica ma anti-globalizzatrice, imboccata dalle due maggiori liberal-democrazie mondiali, Gran Bretagna e Stati Uniti d’America.

In conclusione, a dispetto delle speranze degli ultimi giorni, oggi le elezioni sembrano più vicine che mai.

Il “contro-potere europeistico”, che si sta tenacemente opponendo a ogni apertura innovatrice, ha riscoperto l’efficacia dell’antico motto del divide et impera, comprendendo appieno che senza la compattezza degli avversari si potrà tranquillamente procrastinare il momento del redde rationem.

Questa linea che appare, allo stato, vincente, non sarà foriera per l’Italia di tempi, se non migliori, di speranza per un profondo cambiamento.

L’Europa delle ventotto economie industrali manifatturiere, di cui talune certamente arretrate e verosimilmente arrancanti, non è pronta a fare il salto nella società post-industriale, tecnologicamente all’avanguardia del Pianeta. Non è cosa semplice, per essa rivedere e rileggere il liberalismo nella chiave britannica (del dopo Brexit) o statunitense (del dopo Trump) e contrastare l’iperliberismo, nel suo sprezzante disinteresse all’incremento della divaricazione tra ricchi e poveri, e alla globalizzazione umana, con il suo strascico di servaggio e di turbamento di civili e assestate convivenze sociali.

Anche l’Italia, quindi, sarà costretta a battere il passo e subire, ancora per lungo tempo, la pressione dei marchingegni vari escogitati dalle centrali finanziarie mondiali e a ingoiare il bolo di un’austerità che va soltanto a beneficio degli ipotizzabili “buchi” delle banche inquadrate nel sistema e delle necessità economiche derivanti dall’introduzione nei confini europei di un nuovo tipo schiavismo.

A meno che, a seguito del rinnovo delle elezioni, l’Italia si desta e dell’elmo di Scipio si cinge la testa!

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