Giovanni Orsina, La democrazia del narcisismo, Marsilio editori, Venezia 2018, pp. 198, € 17,00

Orsina analizza l’attuale crisi dei regimi democratici sottolineandone la causa (principale) politica e la sua conseguenzialità con la natura della democrazia dei moderni (cioè post-illuminista).

Questa prende le mosse da certe promesse; la prima, già nella dichiarazione d’indipendenza degli Stati uniti, è che ogni individuo ha il diritto di perseguire la realizzazione della propria felicità. Tale promessa è “connaturato alla democrazia intesa non soltanto come sistema politico, ma come modello di società. Allo stesso tempo, però, la pretesa che quella promessa sia mantenuta sottopone il regime democratico a tensioni insopportabili”. Ma dato che il capitalismo è distruzione creatrice (Schumpeter) e la modernità anche, le strutture socio-politiche che vengono distrutte da quelle tensioni sottopongono il sistema a ripetute crisi. A partire dalla seconda metà del secolo passato “la riaffermazione poderosa di quella promessa, che all’inizio era stata formulata in termini altamente politici, ha in breve tempo portato all’affacciarsi di un nuovo soggetto assai poco adatto alla politica: il narcisista. L’affermarsi di questo tipo umano contribuisce a far appassire cinque dimensioni fondamentali dell’agire politico: potere, identità, tempo, ragione e conflitto”.

Dato che soddisfare del tutto il narcisista è impossibile, le élite di governo “si sforzano di arginarlo, trasferendo il potere dalla politica verso istituzioni economiche, giudiziarie, tecnocratiche, spesso sovranazionali… così facendo, la politica col passare degli anni si va rinchiudendo sempre di più in una tagliola micidiale: richieste crescenti da un lato, strumenti sempre più deboli e inefficaci con cui soddisfarle dall’altro”. Per cui la conseguenza, iscritta nel destino degli aggregati politici umani, è di rivestire un’unica funzione da poter svolgere “quella del capro espiatorio… questo marchingegno ha agito e agisce in tutte le democrazie avanzate. Il terzo capitolo del libro, incentrato su Tangentopoli, cerca di spiegare perché in Italia esso abbia avuto effetti ancor più dirompenti di quanto non sia accaduto altrove. La fragilità della repubblica dei partiti, e in particolare la sua incapacità di dotarsi di una legittimità solida, fanno sì che nella penisola il processo di degenerazione del politico sia particolarmente grave, e possono quindi dar conto in larga misura del collasso sistemico del 1992-1993. In quel frangente, d’altra parte, s’ingenera nei confronti della politica un’ostilità così profonda e violenta da apparire tutto sommato sproporzionata rispetto alle responsabilità storiche del ceto di governo, pure notevoli, e più in generale alle cause della crisi”.

Orsina fa derivare le contraddizioni della democrazia moderna da Tocqueville “Perché una società fondata sulla promessa-pretesa di piena autodeterminazione soggettiva possa funzionare nel tempo, tuttavia, è necessario che quanti la compongono rientrino in una ben determinata categoria antropologica, dai confini ampi ma tutt’altro che illimitati. La democrazia, perciò, da un lato garantisce agli esseri umani ch’essi possono essere qualsiasi cosa desiderino, teoricamente senza alcun limite. Dall’altro però funziona unicamente se essi desiderano entro certi limiti. Non solo. La democrazia spinge gli individui a desiderare fuori da quei limiti, e così facendo mette costantemente in pericolo la sopravvivenza proprio di quel tipo di cittadino del quale non può fare a meno”; nell’attuale fase narcisistica occorre riprendere la lezione di Tocqueville il quale “ Nel secondo volume de La democrazia in America distingue con cura l’individualismo dall’egoismo. L’egoismo è un vizio istintivo che esiste da sempre ed è presente in ogni cultura: «un amore appassionato e sfrenato di se stessi, che porta l’uomo a riferire tutto soltanto a se stesso, e a preferire sé a tutto». L’individualismo è invece un frutto specifico della civiltà democratica, non è un «istinto cieco» ma «un sentimento ponderato e tranquillo»” e “La specialità del narcisista consiste nel fatto che la sua ossessione di se è fondata su una distorsione cognitiva: l’incapacità di percepire la propria persona e la realtà come due entità separate e autonome l’una dall’altra” e “Il suo rapporto col mondo è interamente determinato dal filtro di una prospettiva soggettiva non educata né maturata dal confronto. È intellettualmente una monade, insomma, prima ancora di esserlo socialmente e politicamente”.

Il narcisismo del cittadino post-moderno tende a ridimensionare le citate “dimensioni” dell’agire politico: in effetti – ancor più – le fa appassire tutte.

Anche la stessa “struttura” dello Stato borghese che Schmitt considera uno status mixtus, frutto della commistione dei principi di forma politica e di quelli della borghesia, perché tende a obliterare i primi e a ridurre i secondi, anche se s’insiste sulla dimensione universale dei diritti dell’uomo (meno su quelli del cittadino). In questa situazione è difficile che la democrazia liberale trovi un ubi consistam; a Constant (e ai “vecchi” teorici del liberalismo) era chiaro il reggersi della suddetta forma di Stato sul carattere di rappresentanza politica dei due organi fondamentali (il Re e il Parlamento). Ma se si trascura la dimensione propriamente politica (cioè sociale ed istituzionale) non è dato capire come l’istituzione Stato possa applicare e tutelare i diritti (quali che siano). In fondo l’aveva ben visto Hegel il quale sosteneva che “Lo Stato è la realtà della Libertà concreta…Il principio degli Stati moderni ha questa immane forza e profondità: esso fa sì che il principio della soggettività si compia fino all’estremo autonomo della particolarità personale, e, a un tempo, lo riconduce nell’unità sostanziale, conservando così quest’ultima in quel principio stesso”[1]. Al narcisista contemporaneo fa difetto il secondo movimento.

Come scrive Orsina “con la fine delle identità collettive, è venuto meno anche il legame fra élite e popolo: il popolo non riconosce più alle élite il diritto di decidere e guidare; le élite hanno smesso di considerarsi responsabili nei confronti del popolo”.

In questo contesto la situazione italiana dopo i primi decenni del secondo dopoguerra, ha dei connotati peculiari, che la rendono più difficile da gestire di altre grandi democrazie europee, come Francia e Germania le quali si erano date ordinamenti costituzionali efficienti e responsabili. L’Italia no, per cui il sistema politico ha una stabilità, ma precaria. In primo luogo perché era impossibile che il P.C.I. potesse ascendere al potere “La presenza di quest’anomalia ha impedito alle istituzioni repubblicane di consolidare la propria legittimità, e al conflitto politico di organizzarsi in maniera funzionale a quel processo di legittimazione. Là dove per consolidamento della legittimità istituzionale deve intendersi non soltanto l’accettazione da parte degli italiani dei valori democratici considerati in astratto, ma anche, e soprattutto, la loro adesione all’assetto che la democrazia ha assunto in concreto in Italia. Un assetto al quale può benissimo negare legittimità pure chi condivida appieno i principi della democrazia liberale… L’Italia rispetta molti dei dettami della democrazia liberale, ma non tutti”.

Quindi, ad applicare le distinzioni di Ferrero, l’Italia dei partiti era in una situazione di “quasi-legittimità” o di legittimità claudicante. Per cui bastava una spinta, neppure tanto forte, per mandarla a terra.

“Il sistema politico italiano, in conclusione, non riesce ad affermare la propria legittimità né adeguandosi al modello occidentale di democrazia maggioritaria e competitiva, né proponendosi in maniera convincente come un esempio di democrazia consensuale antifascista… Alla repubblica dei partiti non restano altro che argomentazioni congiunturali: non il richiamo esplicito e conseguente a un insieme di principi politico-istituzionali in armonia con lo spirito del tempo – quelli che Guglielmo Ferrero chiamava i «geni invisibili della città»”. In assenza di ciò è costretta a reggersi su regimi “congiunturali”: la Guerra fredda (in primo luogo), la tenuta delle istituzioni democratiche, l’accrescimento del benessere (risultato notevolissimo conseguito). Ma quando implose il comunismo e così la guerra fredda, e la crescita economica rallentò, esplose la crisi di Tangentopoli, cui Orsina dedica l’ultima parte del libro, e che “legge” attraverso il pensiero di Elias Canetti e René Girard.

L’epilogo guarda al futuro, con l’esaminare le varie ipotesi di superamento della crisi della democrazia, verso le quali l’autore manifesta il suo pessimismo (da condividere).

Tuttavia scrive che “La restaurazione della tradizione e il presentarsi di una catastrofe rappresentano la seconda e la terza ipotesi di soluzione del rompicapo democratico. Le due ipotesi sono distinte sul piano logico ma hanno cooperato spesso su quello storico”. Cui può aggiungersi che, come sosteneva M. Hauriou, il rinnovamento religioso era il fondamento di ogni rinascita delle comunità (e non solo delle democrazie).

Quanto alla catastrofe, forse non c’è bisogno di arrivare al peggio (in fondo stiamo vicini al fondo): se è vero, come già notava Eschilo nelle Eumenidi (e è stato ripetuto da tanti) che la comunità scopre (e rinnova) se stessa e quindi propria unità e identità unendosi contro un (nuovo) nemico, il fatto che sia tramontato (“neutralizzato”) il principale criterio di percezione del nemico e riconoscimento dell’amico del “secolo breve” e cioè borghese/proletario, e ne stia sorgendo uno nuovo, può ancora offrire qualche speranza.

[1] Lineamenti di filosofia del diritto, § 260

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