Il popolo Italiano la sua parte l’ha fatta, esprimendosi, nel modo a tutti noto, con le votazioni del 4 Marzo ultimo scorso. Primi tra gli abitanti dei Paesi dell’Unione Europea, i nostri connazionali, hanno colto, sia pure in maniera indistinta, il segnale di riscossa in Occidente proveniente dagli Inglesi e dai Nordamericani.

Tali popoli, attenti al degrado della loro vita sociale interna e stufi di un’interpretazione addomesticata del liberalismo che aveva fatto di quella nobile “idea di vita e di governo” lo strumento per garantire un’egemonia esclusiva del mondo al potere finanziario e bancario, hanno detto: basta! e voltato pagina.

Purtroppo, gli Italiani resi vittime di soprusi elettorali dai protagonisti politici del “decennio nero” e condannati a non poter scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, hanno dovuto subire che essi, per effetto di leggi elettorali ignobili e truffaldine (dal Porcellum al Rosatellum e scansando per fortuna l’Italicum e una sciagurata riforma costituzionale) fossero degli “anonimi sconosciuti” o piroettanti su fantomatiche “piattaforme” o usciti da sgangherati “gazebo” o tirati fuori dal cilindro da maldestri Maghi contradaioli delle cosiddette “Primarie”.

Gli Italiani hanno fatto quello che hanno potuto “nelle condizioni date” e la loro voce di rifiuto del pattume in cui politici cinici e spregiudicati volevano sommergerli, s’ è fatta sentire.

Di solito, quando in una realtà socio-politica s’innesta un procedimento di protesta, anche se esso non sfocia in una rivolta violenta e non raggiunge, pacificamente, immediati risultati soddisfacenti, è ben difficile che tutto s’arresti.

E ciò, anche se i leader della ribellione compiono errori madornali.

Per ciò che riguarda il Bel Paese, l’idea che potesse esservi un cambiamento nella politica economica di uno Stato-membro dell’Unione Europea senza che vi fosse un mutamento dei suoi rapporti con i vertici burocratici-bancari di Bruxelles, era una fandonia che solo degli ingenui vagheggiatori di superfetati Alti Valori Unitari potevano ritenere di farci “bere”. E gli Italiani l’hanno capito.

Il successivo (alle elezioni) “pasticciaccio” creato dai due Dioscuri vincenti per:

a) il programma di governo da affidare (secondo un linguaggio a dir poco becero) ad “esecutori”, come se si trattasse di un rapporto tra padroni e servitori, sia pure in livrea;

b) l’approvazione delle linee del futuro “esecutivo” (è stato, probabilmente, questo ”sostantivo” a suggerire l’amenità degli “esecutori”) da parte di un gestore quidam de populo di “piattaforme” più o meno girevoli e di frequentatori volontari di “gazebi” en plan airin un giorno di sole;

c) l’investitura separata di due diversi designati Premier(Conte e Sapelli);

d) il disaccordo dei medesimi leader sullo “stato dell’arte” che ha generato, in uno di essi sopracciglia aggrottate per crucci e preoccupazioni e nell’altro sorrisi di esultante e incomprensibile allegria;

un tale guazzabuglio di comportamenti eterogenei, dico, non può farci dimenticare che gli elettori hanno “bocciato” in modo netto la “politica” dei vecchi “accrocchi” di destra, di centro e di sinistra e hanno richiesto ai due leader vincenti di cambiare registro.

Allo stato, sembra difficile che ciò avvenga: con buona probabilità si ritornerà al voto per il mancato accordo tra i due protagonisti. E ancora una volta senza la presenza di una forza autenticamente liberale che raccolga la protesta di intellettuali e gente di cultura.

E’ prevedibile che, nella persistente lotta a due, l’elettorato sottragga il suo consenso al movimento che ha meno tenuto fede ai propri impegni di cambiamento e dia la palma a chi si è mostrato più coerente con esso, insistendo soprattutto per un mutamento dei presupposti (quelli europei) da cui partire per realizzarlo.

La richiesta di rapporti diversi con i burocrati Europei e con le forze politiche italiane succubi dei diktat delle Autorità dell’Unione e delle Centrali finanziarie di Wall Street, della City e della BCE non è divenuta meno pregnante, per effetto della possibilità, negata agli elettori, di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento.

Naturalmente, è ben difficile fare previsioni su come verrà ridistribuito il peso del voto di protesta degli Italiani, perché di errori i Dioscuri non sono stati certamente avari.

La palma degli sbagli sembra spettare di diritto al Movimento delle Cinque Stelle cui i suoi elettori possono rimproverare:

a) un dietro-front sulla critica all’Unione, maldestramente camuffato;

b) un’oratoria, del suo leader, definibile di “vecchia politica paesana”;

c) gli ammiccamenti eccessivi, non richiesti e forse furbeschi al Presidente della Repubblica;

d) il mancato richiamo alla sovranità delle Camere in una Repubblica parlamentare, anche di fronte ad affermazioni sull’azione di governo da tenere verso l’Unione Europea, poco in linea con le prerogative dei rappresentanti del popolo;

Minori passi falsi ha compiuto la Lega cui i suoi votanti (e simpatizzanti di non stretta osservanza e militanza) possono ricordare che la protesta

a) non può essere efficace e produttiva di utili risultati se fatta “a braccetto” (sia pure forzato dalle logiche di una legge elettorale perversa, da essa, peraltro, voluta e votata) con protagonisti, palesi od occulti del “decennio nero”;

b) che, il voto ribelle, perché possa muoversi nel solco di un’iniziativa libera e liberale, accettabile anche da persone non “ideologizzate”, non deve giovarsi degli effetti di ammiccamenti a forze post-fasciste nazionali o straniere.

Concludo con una prospettiva ottimistica. Come dicono i matematici per la moltiplicazione: invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia.

Detto in soldoni: la protesta può sopravvivere, nonostante gli errori commessi; probabilmente con un mutamento nella distribuzione dei consensi.

Chi vuole che le cose cambino davvero nel Bel Paese e soprattutto desidera che sia tagliato il cordone ombelicale che lega la politica dell’Unione Europea all’ austerità, ai diktat occulti delle élite finanziarie, alla tendenza di correggere la non competitività della società industriale manifatturiera con sostegni ripetuti e frequenti al sistema bancario (che per la claudicanza di molte imprese va spesso in deficit), all’immigrazione e al nuovo schiavismo (che offrono lavoratori con salari di fame), saprà certamente scegliere tra i due partiti in competizione quello che ritiene, re melius perpensa, più corrispondente alle proprie aspettative. E ciò anche giovandosi della conscroscenza del comportamento avuto dai due schieramenti nelle lunghe trattative per il nuovo governo.

D’altronde, la politica è soltanto l’arte del possibile. Con la matita copiativa data agli elettori, nelle urne non si scrivono libri dei sogni; si dà soltanto la possibilità al cittadino di votare per il partito che meno disturba la sua sensibilità politica ed umana.

L’importante per l’Italia è di non recedere dalla protesta e ricadere nelle mani delle “volpi” esperte e navigate che hanno ridotto il Paese allo stato in cui si trova.

Gli Italiani hanno compreso che con i lacci dell’austerità, con la destinazione dei propri soldi (tasse) a ripianare i bilanci delle banche e a sostenere l’immigrazione non si va da nessuna parte, come dimostra il nostro blocco nonostante la ripresa economica dell’Occidente.

Dopo la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d’America siamo stati i primi a capirlo. E’ necessario non fare passi indietro e ricadere nel baratro.

CONDIVIDI