Chiarezza, semplicità, automatismi capaci di avvicinare gli eletti agli elettori.

Tematiche da lunghi anni dibattute che però non hanno ancora trovato soluzione concreta nel panorma legislativo italiano. Ciò soprattutto con riferimento a quanto avviene in ambito nazionale visto che a livello locale il riordino normativo degli anni passati ha garantito snellezza avvicinando il corpo elettorale agli amministratori.

In questo senso cattive leggi non possono che produrre confusione e perdite di tempo.

E’ il caso del Rosatellum che ha decretato i “non vincitori” innescando un meccanismo che poco o nulla ha a che fare con i principi di snellezza spesso invocati, ma a quanto pare difficilmente attuati nel nostro Paese. Il risultato elettorale del quattro marzo 2018 da questo punto di vista è significativo al di là di come terminerà la legislatura e con quali interpreti.

Sullo sfondo quindi la necessità, ormai non più rinviabile, di approvare una nuova legge elettorale che, pur rispettando il principio della democrazia parlamentare e senza modifcare la Carta Costituzionale, possa essere uno strumento utile attraverso cui i cittadini decidano chi governerà e chi invece starà all’opposizione (al netto dei cambi di casacca sempre frequenti in Parlamento).

Sullo sfondo l’esigenza di attribuire un premio di maggioranza alla lista o alla coalizione capace di superare una soglia di sbarramento, ovvero una percentuale razionalmente raggiungibile.

In sostanza occorrerebbe assumere come modello normativo, ovviamente apportando i necessari correttivi, la legge elettorale in uso nei Comuni (oppure in molti casi nelle Regioni).

Bisognerebbe cioè consentire l’elezione del “Sindaco d’Italia” vincendo timori ancora esistenti e stabilendo dei criteri normativi preventivamente approvati dalla Corte Costituzionale.

Nei fatti è già metabolizzato dal corpo elettorale la necessità di indicare il premier, cioè il capo del governo: dovranno essere i partiti prima del voto a ufficializzare il nome da apporre graficamente sulla scheda elettorale.

Certo si tratta di un utile escamotage per evitare di doversi impelagare in complicate modifiche alla Costituzione in senso presidenziale o semipresidenziale rispettandola formalmente, ma sostanzialmente avvicinandola al comune sentire degli italiani.

E’ noto che i cambiamenti richiedono anni: più profondi essi sono, più tempo occorre per attuarli.
Da qui la necessità che trascorsa una congrua fase di sperimentazione il legislatore potrà anche tentare di rimodulare la Costituzione del 1948 ammodernandola e avvicinandola a quella di tanti altri Paesi Occidentali.

Qualcuno magari non gradirà l’eccesso di personalizzazione della politica, ma la tendenza già manifestatasi con alcuni leaders della Prima Repubblica capaci di affascinare e sedurre milioni di eletteori, sembra essere ormai inarrestabile.

L’obiettivo finale sarà quello di rendere il quadro istituzionale più chiaro: a scrutinio ultimato occorrerà sapere quali saranno  le forze di maggioranza e quali quelle di minoranza.

Ciò anche al fine di innescare positive ricadute in merito ai processi decisionali tenendo sempre conto dei necessari pesi e contrappesi utili a bilanciare l’azione dell’escutivo che non dovrà mai prevaricare sugli altri poteri dello Stato.

Già nel Settecento Montesquieu nella sua opera  Lo spirito delle leggi (L’esprit des lois) teorizzò la separazione dei poteri, condizione necessaria affinchè il cittadino possa sentirsi libero e tutelato: legislativo (fare le leggi), esecutivo (farle eseguire) e potere giudiziario (perseguire e giudicare chi le trasgredisce).

Dovranno essere le forze politiche a trovare un necessario accordo teso ad approvare un nuovo testo mettendo da parte gli interessi di bottega e facendo prevalere il comune sentire del corpo elettorale.

Una sfida avvincente nell’interesse del popolo italiano.

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here