Il sistema mass-mediatico occidentale, nelle mani (con rare eccezioni) dell’Alta Finanza e della Grande Industria ha definito come effetto di un “voto di pancia” sia la “Brexit” britannica che l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America.
Eppure, se un “voto di testa” c’è stato in questi ultimi tempi, in Occidente, questo è stato quello dei due Paesi Anglosassoni.
Che cosa significa, infatti, per un popolo essere lucido, perspicuo, razionale e limpido in modo cristallino?
La risposta è agevole: avvedersi per tempo del cammino rovinoso in cui si sta dirigendo, dare un colpo di timone (o una rapida sterzata al volante) e operare una svolta nel percorso.
E’ ciò, d’altronde, che hanno fatto, sia pure in modo diverso, anche i Paesi comunisti.
Quando Russia e Cina si sono rese conto della tragica meta cui le stava portando l’applicazione concreta dell’ideologia marxistica-leninistica, hanno fatto un clamoroso dietro-fronte si sono attestate tra le maggiori e più ricche potenze iper-tecnologiche, all’avanguardia nel mondo.
Non c’è da meravigliarsi che il processo d’invecchiamento investa anche le idee: se cambia la realtà deve necessariamente mutare anche l’attività mentale d’interpretazione degli eventi.
Karl Marx, per i suoi contemporanei, aveva elevato un vero e proprio “monumento” di lettura socio-politica dello sviluppo economico dell’umanità, approfondendo l’analisi della società industriale del suo tempo.
Oggi, però, che, dopo la rivoluzione elettronica, digitale, cybernetica, tale società sta cedendo il passo a quella “post-industriale” le sue idee sanno di muffa.
Per par condicioo, per i più fantasiosi per “nemesi del destino”, la stessa cosa è avvenuta per il liberalismo.
Ai primi sbuffi delle macchine a vapore e ai primi fumi (inquinanti) degli opifici manifatturieri, i liberali avevano inneggiato al libero scambismo delle merci e grazie ai mezzi di comunicazione e di trasporto di nuova invenzione v’era stato un via-vaifrenetico anche di persone da un Paese all’altro.
Poi, come per i comunisti (in una certa direzione) anche per i liberali (in altra ben diversa) le cose erano cambiate.
I manufatti prodotti dagli industriali delle liberal-democrazie Occidentali si erano trovati “in concorrenza” con il risultato del lavoro, quasi schiavistico e comunque a basso costo, di Paesi sottoposti alla tirannia o di despoti di partiti totalitari o della miseria “più nera”.
Il liberalismo occidentale ha risposto in due diversi modi.
In primis, è stato imposto alle Banche di fare largo credito alle imprese zoppicanti e allo Stato di fare fronte alle crisi di liquidità del sistema con i soldi dei contribuenti.
Inoltre, il ricordo delle piantagioni di cotone statunitensi salvate da uomini di colore, portati in catena dall’Africa, ha suggerito, mutatis mutandisin relazione ai nuovi tempi, di organizzare navi “a tre o quattro stelle” (non rapportabili ai Governi, ma private) per il trasporto di immigrati (sempre dall’Africa); avvalendosi, poi, dell’opera di cosiddetti “scafisti” per individuare le “fonti di approvvigionamento” e di “caporali” per la collocazione dei “nuovi schiavi” sul mercato del lavoro.
Il sistema escogitato ha mostrato subito i suoi difetti: paralizzava lo sviluppo dell’economia per la necessità di destinare le entrate pubbliche al sostegno delle Banche ( quelle con crediti “scoperti” ) e non alla spinta e alla crescita post-industriale e tecnologicamente avanzata; e stravolgeva il patto sociale, altra conquista dei tempi andati (ma sempre valida e insostituibile), immettendo in società autoctone o integrate (comunque rispettose delle regole che si erano autoimposte) usi e costumi di popolazioni diverse, riottose ad accettare norme e consuetudini altrui.
Alla fine, i Paesi liberal-democratici occidentali con uso di testa “libera e incondizionata” hanno reagito, con sufficiente immediatezza, e risolto in qualche modo il problema.
E ciò, rivedendo gli stessi vecchi principi del liberalismo, ritenendoli saggiamente superati dai nuovi eventi.
Hanno, così, restituito allo Stato il compito suo precipuo di “proteggere” i cittadini sia dall’esposizione ai rischi di una “concorrenza”, sbilanciata dal diverso costo del lavoro sia dal degrado conseguente al tribalismo o al fanatismo religioso di popolazioni nuove nel tessuto sociale.
I Paesi, invece, dove l’emotività è fortemente stimolata da visioni astratte (per non dire fantasiose e irrazionali) di alti valori liberali e democratici da perseguire per la conquista di appetibili e desiderabili mete in questo (e per molti, se credenti, in un altro) mondo sono rimaste ferme al palo e continuano a ripetere le vecchie giaculatorie del liberalismo d’antan sul libero scambio delle merci (anche a concorrenza alterata) e delle persone (a rischio di persistenza del contratto sociale).
L’Italia, per un attimo (è il caso di usare tale sostantivo) è sembrata muoversi sulla scia della protesta inglese e nord-americana.
Poi, il caos di un’interminabile trattativa, la ricerca spasmodica di un leader “presentabile”.
Nessun accenno è trapelato (in un contratto, peraltro, più minuto e stracolmo di clausole di quelli delle assicurazioni americane) a una modifica: a) di una legislazione elettorale che, forse unica al mondo, impedisce al popolo di scegliere, da sé e non su liste pre-confezionate dai partiti, i propri rappresentanti in Parlamento, b) di una legislazione sui lavori pubblici che con i suoi mille, apparentemente severi ostacoli, crea solo le premesse per il pagamento, a ogni intoppo, di “tangenti”, di alcune modifiche costituzionali irrinunciabili e improcrastinabili (nuova configurazione della Consula oltre che del Consiglio Superiore della Magistratura, abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale e provvedimenti conseguenti per disciplinare in modo diverso il settore, revisione della teoria dell’emenda emblema e simbolo del “perdonismo” catto-comunista, all’origine della nostra endemica corruzione e altro, e altro ancora).

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