Al momento in cui scrivo, dalla porta in noce del palazzo del Quirinale, divenuta nota a tutti gli Italiani in questi ultimi tempi, non è ancora uscito il Capo dello Stato né il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica per colmare il vuoto di silenzio succeduto all’annuncio dei due leader Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Il nome, da loro fatto, di Giuseppe Conte, come Presidente del Consiglio dei Ministri, cui conferire l’incarico per la formazione del nuovo governo sorretto dalle forze politiche più votate dagli Italiani, è ancora in un limbo indistinto, sospeso ed incerto. La situazione creatasi è del tutto inedita sia in Italia sia altrove.

Pertanto, l’attenzione dei commentatori politici è ancora concentrata sulle polemiche dei giorni scorsi.

La più rilevante ha riguardato il potere di nomina di cui all’articolo 92 della Costituzione.

La nostra lingua è molto ricca di vocaboli e ciò, in generale, dovrebbe agevolare la comprensione di espressioni, frasi, dettati normativi e quant’altro possa o debba essere oggetto d’interpretazione.

Eppure non è così. Per rendersene conto, basta porre mente alle dispute terminologiche di questi ultimi giorni di consultazioni infinite (e di chiacchiere, diffuse a i quattro venti) sull’indicazione della persona incaricata di formare il governo del Paese.

Senza neppure darsi carico di consultare un buon dizionario della lingua italiana si è discettato a lungo sul termine “nomina”, indicato nel citato articolo 92 della Costituzione.

Ora due definizioni contenute nel Grande Dizionario della Lingua Italiana del Battaglia, mostrano con chiarezza l’ambiguità e la doppienza della parola, almeno nel settore in discussione.

Nominare, infatti, significa sia a) proporre il nome di una persona perché sia preposta a un pubblico ufficio o a un incarico, sia b) preporre, investire direttamente, mediante una propria scelta, una persona in un pubblico ufficio, in una carica o in un incarico perché ne eserciti il relativo potere.

Orbene, tenuto conto che per l’entrata in carica del Governo la parola spetta in modo finale e decisivo al Parlamento, la disputa appare oltremodo oziosa.

Che il primo significato sia quello attribuito alla parola dalle due forze politiche, Movimento Cinque Stelle e Lega (che hanno vinto le elezioni e conquistato la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento), assume un rilievo solo per quanto riguarda la necessità di evitare ulteriori perdite di tempo.

Esse, in altre parole, ritengono che soltanto la nomina come espressione di un loro diritto democratico, primario, inalienabile e ineludibile, di formare un governo con il Presidente del Consiglio che loro meglio aggrada, consente di portare avanti, nel più breve tempo possibile, il programma delle due forze politiche più votate dagli elettori.

La nomina intesa come potere autonomo di investura esclusiva e incondizionata è rivendicata, invece, dal Presidente della Repubblica, che ha mostrato, in modo anche esplicito, perplessità e preoccupazioni per gli impegni internazionali dell’Italia, per l’osservanza dei trattati con l’Unione Europea (peraltro, come ben si sa, sempre modificabili) e per quanto altro.

Sino a ora, nella storia della Repubblica Italiana, un vero e proprio conflitto tra la forza politica dualistica, globalmente risultata vittoriosa all’elezione, e il Capo dello Stato, non s’era mai manifestato, perché il buon senso aveva sempre prevalso sui possibili bizantinismi esegetici.

Ed è verosimile che prevarrà anche questa volta. Ma se così non fosse?

E’ verosimile immaginare una lotta senza quartiere, con il verosimile abbandono, da parte degli stessi partiti italiani, del motto che i panni sporchi si lavano in famiglia.

E ciò perché la guerra in procinto di scoppiare non sarebbe soltanto un affare interno allo Stivale. Per l’ennesima volta nella sua Storia, il Bel Paese sarebbe anche terreno di scontro di potenze più grandi di esso.

Vediamo perché.

Con la Brexit e con l’elezione di Trump, è stato messo in discussione, lo strapotere delle centrali finanziarie del mondo.

Esse dopo avere subito la perdita degli establishment politici, sia britannico sia statunitense, vedono l’Unione Europea come loro ultima spiaggia per salvaguardare il potere (ancora straripante) delle Banche, in preda a marasmi che la burocrazia di Bruxelles non riesce più a controllare o contenere.

Sul fronte opposto non è pensabile che i seguaci inglesi di Theresa May, i fedeli statunitensi di Donald Trump (e ve sono di ricchi e potenti), i partiti anti-sistema europei, sempre più cospicui e rilevanti, il mondo incontrollato e incontrollabile dei social,del network, del pensiero libero e incondizionabile se ne stiano, come sul suol dirsi, con le mani nelle mani. Reagiranno con la forza tipica della disperazione di chi non vuol vivere né morire in un mondo dominato dalle Banche.

Dal canto opposto, i poteri finanziari, attraverso quello che si può ritenere il loro organo ufficiale, il Financial Times, sono già sul piede di guerra e pronti a scatenare contro il governo voluto dalla maggioranza degli italiani la loro offensiva a colpi di spread, valutazioni di agenzie di rating,sommovimenti in borsa, fake-news su protagonisti della vicenda di una stampa quasi per intero da loro finanziata e asservita.

Quelle stesse voci che predicevano inenarrabili sventure per la Gran Bretagna della Brexit e per gli Stati Uniti d’America di Trump e quelle stesse forze che promuovevano con il sostegno del sistema mass-mediatico in loro possesso ripetute iniziative per screditare i nuovi establishment, inglese e nord-americano, faranno del catastrofismo prossimo venturo per la povera Italia (caduta nelle mani di “barbari”) la loro battaglia quotidiana.

Dalla parte opposta esperti britannici e statunitensi non mancheranno di notare che l’Italia esce da una situazione di illegittimità diffusa, conseguente alla nota sentenza della Corte Costituzionale sull’illegittimità della legge elettorale, detta Porcellum.

Essa, secondo alcuni di tali conoscitori della realtà italiana, sarebbe, in buona sostanza, diaframmata su molte pubbliche autorità italiane dipendenti dal voto di un parlamento senza alcun crisma di legalità.

Quando nella popolazione nasce la speranza di voltar pagina e qualche intoppo la impedisce, è buona regola non tentare di giocare con il fuoco. Sotto tale aspetto l’avvertimento minaccioso, rivolto, ovviamente, in direzione opposta, dal partito popolare europeo a Di Maio e Salvini non può che avere una sua doppia valenza e ritorcersi contro chi l’ha lanciato, come un insidioso boomerang.

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1 COMMENTO

  1. Mi scusi, ma questo è il giornale della Lega o del Partito Liberale? Io non vedo nulla di liberale in un programma che pretende la revisione dei trattati europei per regalare soldi ai nullafacenti italiani e far andare le persone in pensione le persone a 50 anni, ovvero per consentire a due imbonitori di farsi campagna elettorale e comprare il loro consenso politico secondo la migliore tradizione risalente ad Andreotti, Craxi e Forlani. Se è questa la rivoluzione sovranista, potevamo tenerci gli originali, che almeno sapevano leggere e scrivere ed erano politici capaci.

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