La derivazione “bizantina” e “imperiale” della nostra civiltà giuridica rende una vera e propria bestemmia il richiamo dei nostri uomini del giure all’icastica incisività del diritto romano: quello della Roma Repubblicana, vera “culla del diritto”, oltraggiata e messa a morte dalle invasioni barbariche prima mediorientali (giudaico-cristiane, quelle delle pretese radici europee) e poi germaniche.

E’ difficile, quindi, che norme e interpretazione delle medesime non risentano, sullo Stivale, definito dal suo sommo poeta, per il caos che sempre vi imperava, “non donna di provincia ma bordello”, degli arzi o giri gogoli, degli artifici, delle capziosità, dei sofismi favoriti dai trucchi terminologici escogitati dai legislatori a beneficio di fantasiosi esegeti, non sempre peraltro immuni da fini reconditi non commendevoli.

Purtroppo anche le norme della nostra Costituzione, pur benemerita e abbastanza esemplare sul piano linguistico, risentono di ambiguità difficilmente superabili; oltre, naturalmente, a rispecchiare, a volte, retoriche proprie del momento in cui sono state emanate.

Soffermiamoci sull’articolo 1 della nostra Carta fondamentale, per porci un problema che al momento in cui scrivo è diventato di grande e drammatica attualità: l’estensione, la misura, l’efficacia pratica e operativa della sovranità popolare, espressa dal voto richiesto agli elettori.

Per la norma citata l’Italia continua a essere fondata sul lavoro, pure in tempi di disoccupazione dilagante, ma ciò che più rileva il Bel Paese, a norma di Costituzione, dev’essere ritenuto uno Stato Repubblicano e democratico (idest = il potere, crazia, spetta al popolo, demos), pure se ai cittadini elettori si è finito con il vietare la scelta autonoma dei propri rappresentanti in Parlamento.

Il relativo diritto di scelta è stato, poco democraticamente, avocato dai Capi partito. E ciò sull’esempio certamente non da imitare dei Capi-banda dell’italico brigantaggio del tempo andato o delle più moderne gangdi modello americano che, dal loro punto di vista e coerentemente con le finalità del gruppo armato da loro diretto, pretendevano (e pretendono) di essere essi a scegliere, rispettivamente, i propri fucilieri o killer.

Come se non bastasse il primo comma, che per definire la nostra Repubblica aggiunge la parola democratica(che oggi i borghesi con la puzza al naso e il conto cospicuo in banca sostituiscono sprezzantemente con la parola populista convinti che populus in latino sia, lessicalmente, meno nobile ed elegante del greco demos), lo stesso articolo 1 della Costituzione ribadisce, ad abundantiam, che la sovranità appartiene al popolo, ma aggiunge (in cauda venenum, dicevano i Romani) che esso la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Le domande che, in proposito, gli eredi della patria del diritto non ancora bizantineggiata, possono formulare non devono apparire irriverenti nei confronti delle Autorità repubblicane: sono doverose per contribuire a un sostanziale (e non formale) rispetto della nostra vita democratica. Più che lecite, quindi, sono necessarie; soprattutto in un momento di scontro che si vorrebbe, in apparenza, mantenere nascosto ma che risulta, nella realtà, sempre più palese. E ciò proprio ai sommi vertici del nostro Stato.

Quali sono le forme e i limiti di cui parla, nella sua seconda parte, l’articolo 1 della nostra Costituzione? Possono darsi a tale domanda, ovviamente, risposte della maggiore diversità immaginabile.

Il cittadino qualunque, il quisque de populo poco avvezzo al latinorum delle persone addottorate e colte della borghesia-bene, romana e provinciale, si chiede:

Possono “forme e limiti della Costituzione” condurre anche al risultato di rendere la sovranità popolare, di cui io sono piccola ma indispensabile espressione un nome del tutto sterile e vano? E’ possibile che, anche se sono compreso nel popolo “sovrano” c’è sempre, parafrasando liberamente l’Orwell della Fattoria degli animali, qualcuno che è più sovrano di me e del popolo di cui faccio parte?

Sono semplici domande di buon senso; ma come diceva un insigne giurista del secolo passato: “A volte è meglio un utile buon senso che un esprit de finisse male impiegato”.

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