A giudizio di molti osservatori, gli effetti politici del “caso Savona” sembrano sopravanzare nettamente gli aspetti giuridici e istituzionali.
Per effetto della dichiarata guerra alle intenzioni del noto economista voluto dalla Lega di Salvini, persino il PD è uscito dal suo letargo per ricompattarsi intorno alla figura e alla scelta del Capo dello Stato.
Negare il laticlavio di Ministro del nuovo Governo a chi aveva avuto l’ardire di esprimere proprie opinioni, peraltro diffusamente e incisivamente argomentate, circa l’adesione a specifici punti programmatici del cosiddetto contratto stipulato tra M5S e Lega è parso ai seguaci di Renzi una difesa necessaria della nostra vita democratica da un’interpretazione troppo generosa della libertà di pensiero, pur tutelata dall’articolo 21 della Costituzione.
Sempre per effetto di un tale reato d’opinione imputato al professor Savona, nell’ambito del Centro destra alla frattura di Forza Italia con Salvini si è aggiunta quella con la Meloni, che ha solidarizzato con la fermezza del segretario della Lega.
Nel sostenere che non poteva rinunciare, per la realizzazione del programma dell’Esecutivo alla competenza, alla professionalità e all’acutezza di uno studioso di grande eccellenza come il professor Savona, Salvini avrebbe fatto bene, secondo la Meloni, a opporre il suo muro a quello eretto dal Quirinale.
Gli Italiani, ricordando le scelte fatte da precedenti governi non ispirate a profonde competenze né specifiche né generali di Ministri della Repubblica Italiana, pur passati al vaglio del disposto dell’articolo 92 della Costituzione sono rimasti piuttosto attoniti. Centro sinistra e Centro destra, da me indicati come i responsabili del “decennio nero degli Italiani”, consapevoli ma non rammaricati di qualche malefatta nella scelta da loro fatta dei titolari di Dicasteri anche importanti, si sono ritrovati solidamente arroccati e molto uniti sia nel sostenere a spada tratta il Presidente della Repubblica sia nell’immaginare una comune opposizione sulle stesse, identiche posizioni a un eventuale governo dispregiativamente definito “giallo-verde”.
La stampa, da sempre, secondo taluni osservatori, pregiudizialmente contraria ai vincenti della competizione lettorale (probabilmente per fedeltà ai tycoon del sistema mass-mediatico) ha aggiunto il suo muro ai due già vis a vis.
Gli effetti dirompenti del dissenso in atto diventerebbero ancora più evidenti, se si dovesse ritornare alle urne per la verificata impossibilità di sanare il contrasto, insorto tra il Capo dello Stato e il Primo Ministro da lui incaricato per la formazione del gabinetto ministeriale, entrambi ritenuti, per communis opinio, titolari della facoltà di scelta dei componenti del Governo del Paese.
Ancora una volta le conseguenze politiche metterebbero in ombra gli aspetti giuridici della diatriba.
Il popolo italiano, votando, emetterebbe, dal suo punto di vista di arbitro (chiamato in causa, contro la sua stessa volontà) una vera e propria sentenza a favore o contro i due contendenti, facendo ricorso, con buona verosimiglianza, più al buon senso (o alla preconcetta ostilità o convinta adesione al programma politico delle forze politiche vincenti nella precedente votazione) che non al latinorum costituzionale.
Certo. Anche per gli addetti ai lavori, i termini del problema non sono agevoli da esporre; nè conseguentemente da risolvere.
In un Paese, come il nostro, l’abitudine inveterata al richiamo ad Alti Valori (per effetto delle concezioni assolutistiche di vario tipo ideologico in essi, da tempo immemorabile, dominanti) fa sempre premio sul pragmatismo delle scelte.
Chi prova a ricordare i luminosi esempi contrari della Roma repubblica e dei Paesi Anglosassoni (volti a ricercare soluzioni pratiche e convenienti per risolvere un problema, nell’interesse della pacifica e civile convivenza sociale) è, denigrato come individuo cinico e scettico sui Valori Repubblicani, quelli inventati e ripetutamente invocati dai “cugini” Francesi.
Il Bel Paese è così. Vi prevalgono e hanno ingresso “privilegiato” ai media nobiluomini disposti “a farsi impiccare”, se qualche regola di protocollo cosiddetto istituzionale non è osservata, nel modo voluto dai “precedenti” (prassi, creative o interpretative, che non hanno avuto modo, però, di trasformarsi in norme giuridiche chiare e inequivocabili).
E ciò avviene, anche se la situazione politica generale che oggi abbiamo in Italia è del tutto inedita e nuova rispetto a quelle che hanno generato quei rituali percorsi operativi.
L’attuale Presidente della Repubblica Italiana è stato eletto da un Parlamento dove ai voti della maggioranza di centro sinistra (a prescindere dall’incostituzionalità della legge elettorale che la rendeva tale) si sono aggiunti altri voti (non tutti) dal centro destra.
Centro sinistra e Centro destra, in buona parte non sono stati premiati da un risultato elettorale favorevole e hanno scelto di costituire l’opposizione a un governo formato da esponenti del Movimento 5 Stelle e della Lega, su posizioni del tutto originali rispetto alle precedenti vicende della politica italiana.
Entrambi gli schieramenti suddetti appaiono in via di disintegrazione anche a seguito (ma non solo) di diatribe interne.
Naturalmente, l’incarico al Presidente del Consiglio, prescelto dai due Movimenti vittoriosi alle votazione del 4 marzo ultimo scorso, è stato dato dal Capo dello Stato per le sue riconosciute funzioni di Autorità, che dopo l’avvenuta elezione (quali che siano i voti ottenuti da tutti i partiti) si pone, comunque, come super partes.
Nessuno, correttamente, ha mai messo in dubbio, infatti, che, a dispetto del capovolgimento avvenuto in Parlamento (e ciò ancora una volta a prescindere dalla validità costituzionale di una legge elettorale che ha privato i cittadini del loro sacrosanto diritto di scegliere – essi – i propri rappresentanti in Parlamento e li ha obbligati a comporre Camere legislative, in larga parte, di “nominati” dai capi-partito), il Presidente della Repubblica rappresenti, per la sua alta carica, oltre all’unità nazionale, la volontà sovrana della maggioranza vincente dei cittadini; insieme, ovviamente, al Presidente del Consiglio incaricato, cui spetta l’onere di indicare Ministri adeguati a portare avanti le istanze delle forze politiche vittoriose.
Il problema è tutto qui e può riassumersi, nella sostanza vera (e non formale) delle cose, in due domande:
In un regime che vuole restare democratico e rispettoso della volontà sovrana del popolo, nella sua attualità, quest’ultima deve necessariamente prevalere o può essere sacrificata in nome di una visione “superiore” della “res” politica?
E se la soluzione pacifica non si trova e si dovrà fare ricorso al rinnovo del voto elettorale v’è una responsabilità politica per tutto ciò e di chi?

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