Il giorno prima del terremoto che ha sconvolto il Giappone, il Governo rendeva pubblico che l’economia giapponese si era contratta dell’1,3% tra ottobre e dicembre, rivedendo al ribasso la stima precedente dell’1,1%. Il debito rispetto al PIL supera il 220% (per intenderci, quello italiano e’ del 118%), un quantitativo enorme, se consideriamo che quello giapponese e’ oggi il terzo PIL al mondo, e fino all’anno scorso il secondo (ha ceduto il posto alla Cina, che però ha una popolazione dieci volte maggiore).

L’economia nazionale si trova da diversi anni in difficoltà, senza una guida politica forte (quattro governi diversi in cinque anni) e senza una politica precisa per la riduzione del debito (mancanza costata un ribasso del rating a gennaio), trainato da altissimi costi nei servizi primari (che non si riescono a tagliare), da un costo del lavoro tra i più alti al mondo e da una politica monetaria che ha come unico mezzo d’azione l’introduzione più o meno costante di liquidità nel sistema per mantenerlo in moto, liquidità che viene ovviamente presa a debito.

Nel 1995 un altro terremoto, a Kobe, con minore eco mediatico, aveva causato 131 miliardi di euro di danni (come paragone, l’uragano Katrina dieci anni dopo e’ costato “solo” 123 miliardi), ma l’economia giapponese era riuscita a recuperare il danno in breve tempo e non solo, le ingenti spese per la ricostruzione finanziate dal Governo avevano dato una forte spinta produttiva. Può sembrare contraddittorio, ma non e’ raro che i grandi disastri proprio per l’abbondanza di possibilità di investimento date dalla ricostruzione stimolino un grande afflusso di capitali, specie se il Governo si dimostra presente e forte nel sostegno alla situazione locale.

Oggi, però, le condizioni sono molto diverse. Dal 1995 il debito e’ quasi raddoppiato e manca completamente la fiducia nelle capacità dell’amministrazione di far fronte ai danni. Anche una politica eccezionalmente espansiva, come quella operata nei giorni successivi al disastro, non sembra poter risolvere la situazione perché gli operatori del mercato sanno che sono risorse a debito che difficilmente potranno essere ripagate.
Inoltre, nel 1995 era stata colpita un’area ristretta, per cui si erano velocemente delocalizzate le attività produttive in zone limitrofe, mentre oggi l’area colpita e’ molto più vasta e la maggior parte delle attività locali erano nella pesca, un settore che evidentemente non può essere delocalizzato, per cui non e’ possibile una strategia di recupero come quella già sperimentata e risultata efficace, sia per le condizioni generali dell’economia sia per la condizione particolare dei danni del sisma.

A questo va aggiunto che i danni del terremoto non sono stati limitati alla pur vasta area direttamente colpita, ma hanno raggiunto le grandi aziende dei settori tecnologici e automobilistico, che a causa della mancanza di energia hanno già annunciato significative riduzioni nella produzione e la chiusura di alcuni impianti.
Infine, bisogna pesare l’enorme impatto sull’opinione pubblica dei rischi da radiazioni e cibo contaminato che potrebbero andare ad affossare la domanda interna di beni cosi come le esportazioni.
Sulla carta, insomma, sembrano esserci poche possibilità per il Giappone di riprendersi da questo trauma, arrivato nel momento peggiore degli ultimi quindici anni per l’economia.

Ma il popolo del Sol Levante non ha smesso di stupire il resto del mondo fin da quando, 158 anni fa, le “Navi Nere” del Commodoro Perry approdate nella baia di Tokyo imposero la fine dell’isolazionismo (noto come sakoku) e scaraventarono nel mondo moderno una nazione in tutto e per tutto ferma a modelli economici e societari medioevali.

Se in cento anni i giapponesi sono riusciti a recuperarne 500 di storia e a porsi come leader mondiali nel settore tecnologico, si può sperare che anche in una situazione disperata come quella attuale possano, con la calma e la metodicità che li contraddistingue, ritrovare la via della ricrescita.

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