Con qualche sobbalzo di troppo, con irrigidimenti e cedimenti eccessivi e, spesso, inspiegabilmente improvvisi e repentini, con compromessi sostanziali ai danni dell’ortodossia costituzionale (rispettata formalmente, ma neppure tanto e sempre) l’Italia, prima e unica Nazione nell’Euro-continente, ha compiuto una “svolta” politica che può definirsi straordinaria, “epocale”.

Il Bel Paese ha potuto proclamare e far capire alle centrali finanziarie del mondo e alle loro propaggini insediate ai vertici dell’Unione Europea che, come dicono nella Roma più popolare, d’ora in poi, non ci sarebbe stata più “trippa pe’ gatti”.

Ciò non significa affatto che vi sarà una sorta di “Italexit” con abbandono della moneta unica o della stessa Unione Europea (con tutto il seguito di sciagure economiche, finanziarie, borsistiche, strombazzate e minacciate a destra e a manca, con il sostegno interessato di mass-media dipendenti da finanzieri e grandi industriali) ma soltanto che una parte notevole, pur se ancora non prevalente e rimarchevole della popolazione dello Stivale, ha lanciato un chiaro e netto messaggio di volersi liberare dalla “sveglia al collo” e di voler discutere del proprio destino, da contraente rispettoso delle regole pattuite, con i burocrati di Bruxelles, tanto amati dalla City e da Wall Street.

L’Italia vuole soprattutto vedere chiaro in quell’austerità imposta agli Stati-membri dell’Unione Europea.

Non è certamente peregrino il sospetto che la sua finalità sia quella di tenere ben protetta, nei bilanci statati, la posta di un gruzzolo sempre a disposizione per colmare i deficit delle Banche e le necessità economiche di volontari (!) organizzatori dell’immigrazione.

C’è, infatti, chi sostiene che si tratti, in altri termini, di una misura diretta a creare stampelle creditizie a una industria manifatturiera divenuta non più competitiva con i prodotti ottenuti, altrove, con salari di fame dagli operai di industrie gestite da Stati dittatoriali o del Terzo mondo. L’aiuto con mutui a forte rischio e con la fornitura di mano d’opera a basso costo, da parte di immigrati dall’Africa sub-sahariana, avrebbe un suo costo; da pagare, ovviamente, con i soldi dei contribuenti degli Stati-membri.

Il rischio che il tentativo d’impedire la mancata restituzione dei mutui bancari arresti, in buona sostanza, la trasformazione della produzione in direzione post-industriale (ostacolando gli investimenti necessari) è paventato da molti osservatori politici che raffigurano l’ipotesi descritta con la classica immagine del “cane che si morde la coda”.

In conclusione, l’Italia ha voluto far capire che è consapevole dei termini del “gioco” e che non sarà facile abbindolarla ancora con la minaccia di spread in salita, di valutazioni al ribasso delle Agenzie di rating, di sommovimenti delle Borse. Essa è in grado di respingere al mittente la “propaganda” (avendone, peraltro, scoperto l’artificio) e di proseguire per la propria strada.

Naturalmente, i due Movimenti che hanno pilotato l’operazione hanno fatto anch’essi ricorso a qualche artificio: v’è molta “propaganda” nel cosiddetto contratto firmato da Di Maio e da Salvini. Parafrasando Dante, essi hanno tenuto conto che “i contratti son, ma chi pon mano ad essi”; almeno per la loro integrale e totale applicazione.

Altrettanto può dirsi che non è stato tutt’oro ciò che luccicava, anche nelle procedure seguite per raggiungere il risultato della “liberazione”, ancora una volta dall’occupazione tedesca ma, questa volta, non solo.

Nella storia dell’Italia Repubblicana vi sono stati governi monopartitici, bipartitici, tripartitici, quadripartitici, pentapartitici ma sempre con soggetti politici palesi e mai occulti.

Anche questa volta, nel linguaggio istituzionale, che finisce per essere sempre l’unico che, alla fine, conta, la crisi di governo si è conclusa con l’intesa tra due forze politiche: il Movimento delle Cinque Stelle e la Lega.

Dall’esame della lista dei Ministri appare, però, più che verosimile l’esistenza di un accordo politico a tre, più che a due: vi sono, infatti, personalità non riconducibili a nessuno dei due schieramenti predetti, appartenenti in alternativa o a un ipotetico e mai disvelato terzo partito (una sorta di mozartiano “convitato di pietra”, assente e pur presente) o alla schiera dei tecnici puri senza alcuna appartenenza e visione politica nota, con una funzione che potrebbe definirsi, tutoria, senza alcuna, dichiarata, irriverenza nei confronti dei due leader estensori dell’accordo.

Anche con la presenza, però, di un terzo, misterioso e immaginario braccio sostanzialmente presente nella compagine con proprie, diverse connotazioni, il risultato del grande cambiamento verificatosi non diventa meno importante e soddisfacente.

Presenze meramente tecniche, catapultate nel governo (precipitando su Di Maio e Salvini come lanciate da un platonico mondo iperuranio) non sono assolutamente in grado di turbare il sogno di liberazione raggiunto dagli abitanti del Bel Paese.

Come non è il caso di piangere a calde lacrime per il fatto che, pur ponendosi nella scia di Gran Bretagna e Stati Uniti d’America, le due maggiori liberal-domocrazie del mondo (che, per prime e non a caso, hanno scorto gli effetti distorti, illiberali e costrittivi dell’iperliberismo e della globalizzazione) l’Italia non potrà realizzare, almeno a breve, gli obiettivi propostisi e in via di raggiungimento dalle due grandi potenze anglosassoni.

Est modus in rebus, diceva Orazio. E l’Italia con il cambiamento realizzato può ritenersi più che soddisfatta.

Né gli Italiani si lasceranno turbare dall’offensiva mass-mediatica, soprattutto, internazionale che certamente non cesserà.

Dai tempi del Gran Tour gli abitanti dello Stivale si sono abituati all’idea che, vivendo nel Paese più bello del mondo per paesaggi marini, montani, collinari, per clima, per monumenti, per capolavori artistici e architettonici, i visitatori stranieri, incantati al momento del viaggio, diventano “rosiconi” dopo il ritorno nei loro Paesi “grigi senza sfumature” (per parafrasare il titolo di un mio libro molto fortunato). In parole più ruvide, al vituperio da parte degli stranieri essi hanno fatto, come suol dirsi, “il callo”. E lo sopportano, soprattutto se si rendono conto che, sottostante al “rosicamento” vi è anche una somma di interessi economici e finanziari di cospicua entità.

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