Per i lettori delle mie note su Rivoluzione liberale, delle interviste rilasciate a Liberalismo Gobettiano, nonché del mio libro Il decennio nero degli Italiani, edito da Avagliano, l’articolo apparso ieri sul Sunday Times di Londra costituirà un piacevole riscontro: il grido di dolore degli Italiani non irretiti da vecchi luoghi comuni, anche se del tutto ignorato dai loro stessi connazionali, pregiudizialmente contrari a ogni cambiamento, non è stato clamans in deserto, se un’eco è arrivata oltre Manica.

Con un commento molto favorevole, il Sunday Times, pur non nascondendosi dietro il classico dito e prevedendo che i nuovi governanti italiani saranno osteggiati in mille modi e con sottili artifizi dall’establishment che, anche grazie a complicità estere, spadroneggia, praticamente da sempre, nella nostra Repubblica (e sia pure con false e fregolistiche alternanze) nota che l’Italia ha dato una prova di fermezza che altri Stati-membri dell’Unione non hanno saputo neppure tentare.

La lettura che l’articolista dà della vittoria in Italia del Movimento delle Cinque Stelle e della Lega si conclude con la speranza che il Bel Paese riesca a creare un’Europa più flessibile; meta che la Gran Bretagna avrebbe tentato di raggiungere invano, prima di essere costretta a uscire dall’Unione con la Brexit.

Nel prevedere le difficoltà che incontreranno Conte, Di Maio, Salvini e Savona, nell’espletamento del loro incarico di “svecchiamento” di una politica diventata rancida, il giornale britannico sente il bisogno di ricordare ciò che il defunto Alan Clark diceva a una Margareth Thatcher che aveva subito una sconfitta politica: Devi continuare a combattere, nonostante l’arresto che hai subito.

La frase finale della nota, poi, sembra scolpita nel marmo per fare da monito ai nostri Dioscuri della riscossa: “L’Italia merita un magnifico spettacolo al posto della supina sottomissione all’ortodossia europea”.

Il fatto che abbiamo registrato Domenica, è tanto più interessante quanto maggiormente si considera che non è per niente agevole per gli osservatori stranieri dare un’interpretazione corretta e non codina dei fatti politici italiani, riportati in maniera fake e distorta da un sistema mass-mediatico controllato quasi totalmente dalla Finanza mondiale e dagli establishment tradizionali, ostile – non c’è bisogno di dirlo – a ogni cambiamento che alteri o muti gli equilibri esistenti.

L’imbarazzo dei notisti politici di giornali, radio e Tv è diventato evidente. Quei giornalisti non vogliono dare troppo spazio alle dichiarazioni dei Governanti (come facevano prima, fino a raggiungere punte di ridicolo servilismo, soprattutto con Matteo Renzi), ma avvertono che a riprodurre le giaculatorie irose degli oppositori stancano i lettori, gli ascoltatori della radio e i telespettatori, inducendo al rifiuto delle news una massa sempre più vasta e crescente di Italiani.

Naturalmente, anche negli altri Paesi della vecchia Europa, compresa la Gran Bretagna, la stampa e la radiotelevisione sono ancora nelle salde mani di grandi finanzieri e industriali e ripetono, più o meno pedissequamente, gli ordini di scuderia, da essi impartiti anche per il tramite dell’Unione Europea (ovviamente, con la sola eccezione dell’Inghilterra).

La “degenerazione” dell’informazione, infatti, non è solo italiana, per cui è veramente difficile attingere le notizie giuste per non farsi un’idea falsa e non veritiera della realtà politica italiana.

D’altro canto, l’impressione che nella stampa e nella radiotelevisione italiana vi siano, nonostante ciò che si è detto, ancora delle “oasi di libertà”, di “relativa”, moderata critica, che consentano comunque possibilità di scontri utili a comprendere meglio, è del tutto fallace. Essa nasce dalla litigiosità permanente del nostro popolo da due millenni diviso soltanto da ideologie assolutistiche, religiose o politiche. Un Paese che aveva conosciuto agli albori della sua civiltà il libero pensiero presocratico e si è fatto sempre più irretire, nel corso dei secoli, dal mondo fiabesco di religioni mediorientali o di filosofi inventori di mondi metafisici, non può annoverare tra le sue “voci” critiche a-ideologiche, ispirate da un pensiero autonomo, indipendente, non condizionato da ritenute verità salvifiche.

Gli scontri che ancora si registrano, con molta frequenza, nel Bel Paese sono sempre tra laudatores, di diversa tendenza, di vecchie e consunte idee politiche.

Ciò che li unisce è la pari ostilità a ogni cambiamento fondato su soluzioni pragmatiche.

Sono i “conservatori” delle favole dell’infanzia e delle giacultarie mandate a memoria già prima delle stesse scuole elementari.

Certo, non tutti i giornali e non tutte le televisioni hanno l’orientamento prevalente di servilismo acritico verso le Istituzioni che è della stampa più tradizionale, della RAI e delle TV apertamente padronali.

Se, però, vi sono delle sacche che sembrano andare per conto loro, ciò, in realtà non significa che esse non ripropongano lo stesso rifiuto del nuovo, sulla base di decrepite ideologie, dell’evocazione di storici fantasmi, della ripetizione all’infinito di frasi fatte.

Le critiche, a causa della tenace persistenza delle credenze religiose e delle irrazionalità, pur filosoficamente motivate, e per effetto della ricordata mancanza nel bel Paese di un pensiero libero e totalmente incondizionato fa sì che gli orfani del partito comunista, quelli della destra-nazional-fascista e quelli dell’egemonia democristiana (strettamente collegata al Vaticano) si raggruppino intorno a testate giornalistiche di un certo colore, solo per effetto della nostalgia del “tempo che fu” e da quei pulpiti continuino a blaterare le giaculatorie di sempre, nella convinzione che le ricette salvifiche siano state solo “tradite” da pessimi esecutori. Nessuno ne ammette la fallacia in sé e non v’è chi rinunci ad opporsi al rinnovamento; con motivazioni magari diverse ma pur sempre orientate nella stessa direzione.

Chi leggeva l’Unità dei tempi d’oro sa che giornale deve comperare e leggere, oggi, a crollo del comunismo avvenuto e a disfacimento del PD comprovato; e così chi leggeva il Popolo e il Secolo d’Italia.

Nessuno pensi, però, che abbandonando, per tali quotidiani, il Corriere della Sera, la Repubblica o la Stampa possa trovare nelle colonne di quelle testate, solo apparentemente rivoltose, un pensiero veramente libero che non risenta della vecchia, rinsecchita tripartizione Sinistra-Centro-Destra.

Si tratterà di critiche, più o meno feroci, che rispecchieranno opinioni comunque superate, che anzi che essere condannate a un defintivo oblio, risorgono come tante Arabe fenici dalle loro ceneri.

Del resto, neppure i due partiti egemoni che hanno vinto le elezioni con proposte sostanzialmente pragmatiche sfuggono all’individuazione delle loro simpatie che restano ineludibilmente sinistrorse per il Movimento delle Cinque Stelle e destrorse per la Lega.

Se il Sunday Times vorrà descrivere il Bel Paese senza questo male così tipicamente italiano (dell’ideologia sempre e comunque presente) e totalmente estraneo ai costumi dell’empiristica e veramente pragmatica Inghilterra, dovrà attendere, credo, ancora qualche ricambio generazionale.

Per il momento, già l’articolo di Domenica ci gratifica: dopo tutto riconosce che siamo stati i primi in Europa, dopo la Gran Bretagna della Brexit a rifiutare l’egemonia, per noi asfittica, dell’Unione dei Burocrati, mostrando la voglia almeno di rivedere e ridiscutere i Trattati.

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