I destini dei popoli europei e delle nazioni in cui vivono spesso si giocano su campi apparentemente lontani. Distese artiche o deserti infuocati, mari inospitali o steppe ventose. Tutti accomunati da un comune denominatore: serbare quel prezioso oro nero, che tramite esili e delicate arterie irrora le nostre società onnivore, tanto possenti quanto drammaticamente bisognose di approvvigionamenti energetici.

Che la disponibilità di energia sia un fattore chiave dello sviluppo è lapalissiano, e la recente crisi libica lo ha ulteriormente dimostrato; la competizione per il controllo delle risorse energetiche è la vera sfida geopolitica del millennio, e vede fronteggiarsi – senza esclusione di colpi –  la vecchia Europa e gli astri nascenti del mondo “globalizzato” (India e Cina in primis).

Da questo punto di vista, cosa ha comportato il conflitto nordafricano per l’Italia? Il Greenstream, principale gasdotto del Mediterraneo operato da ENI e National Oil Corporation libica, ha i rubinetti chiusi. Circostanza aggravante rispetto alla mancanza di una vera politica energetica, che nel nostro Paese è sospesa fra illusorie pseudo-fattorie eoliche e concreti rischi di black-out.

Proprio alla luce delle mutate posture geopolitiche dei principali stati europei (Italia immobile), tornati a fare shopping nel continente nero (alla faccia della fine del colonialismo), ecco che il Southstream balza in vetta alle nostre priorità.

Nato nel giugno del 2007 da un Memorandum d’Intesa fra ENI e Gazprom, il progetto – allo stato attuale – prevede un percorso di 3600 Km con una portata di 63 miliardi di m3 di gas l’anno. L’arteria energetica, che passerà (Turchia permettendo) sotto il Mar Nero, ha un concorrente diretto: il gasdotto Nabucco, caldeggiato dagli statunitensi per via della sua estraneità allo spazio politico della Federazione Russa, e tuttavia gravato di pesanti dubbi sulla sua reale fattibilità (Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan, gli stati da cui il gasdotto dovrebbe pescare, stanno già vendendo gas alla Cina, all’India e alla Russia stessa, avendo quindi poco margine per ulteriori contratti).

Dei due, è quindi il Southstream il progetto più credibile. Tanto che, come da cliché,  francesi (EdF) e tedeschi (BASF) si sono tuffati sulla scommessa Russo-Italiana, erodendo le quote dell’ENI (scesa al 25% per far spazio agli ingombranti accoliti).

Quindi, attenzione a non sottovalutare la portata di queste manovre. È ancora da rilevare l’assoluta alterità del percorso del Nabucco e del Southstream. Quest’ultimo ha una diramazione sud che attraversa la Grecia e una nord che taglia la Serbia (evitando accuratamente Albania e Kosovo, guarda caso coinvolti nel filo-americano Nabucco che passerebbe, oltretutto, ad una manciata di chilometri dalla base americana più importante del comando KFOR, Camp Bondsteel).

Si chiama pravoslavnoe bratstvo, ed è la fratellanza ortodossa che accomuna Russia, Serbia e Grecia. Alcuni lo ritengono un logoro slogan da stadio, altri ci costruiscono sopra il gasdotto decisivo per le sorti d’Europa.

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