Se si esclude la visione Gattopardesca (cambiare tutto, perché nulla cambi) il cambiamento in politica può equivalere a una mezza-rivoluzione: non cruenta, non violenta, ma capace di trasformare, mutare, anche radicalmente, l’assetto giuridico e socio-politico di un Paese.

Dopo il crollo delle teocrazie e delle dittature del “secolo breve”, il cambiamento, almeno in Occidente, può avvenire soltanto nell’ambito delle liberal-democrazie, che sembrano avere capito, almeno quelle di più solida tradizione, che è diventata una necessità rivedere, riconsiderare ed eventualmente modificare alcuni effetti dell’idea liberale, risultati nocivi per il benessere, non solo materiale, delle popolazioni.

Il cambiamento promesso agli Inglesi e agli Americani del Nord, rispettivamente, da Theresa May e da Donald Trump si sta compiendo, secondo modalità entrambe molto ferme e decise ma diverse, in stretta dipendenza delle diverse personalità dei due leader politici. In altre parole, alla maniera soft della May si contrappone il comportamento hard di Trump.

“You are fired!” è l’espressione che il Presidente degli Stati Uniti avrebbe pronunciato per i venticinque licenziamenti imposti e per le dimissioni richieste (a tutt’oggi, naturalmente) che hanno interrotto la collaborazione di funzionari di alto profilo, pur da lui scelti, con la casa Bianca.

I nomi e le cariche sono di grande eccellenza; Rex Tillerson, segretario di Stato; John McEntee, assistente personale del Presidente; Gary Cohn, direttore del Consiglio Economico Nazionale; Hope Hicks e Josh Raffel, rispettivamente, direttore e vice direttore della comunicazione della Casa Bianca; Rachel Brand, procuratore generale associata al Dipartimento della Giustizia; James Comey, direttore dell’FBI; tra i militari, il Generale Herbert Raymond

McMaster, consigliere della National Security Agency (NSA) (*).

Il licenziamento più clamoroso resta, però, quello di Steve Bannon, ritenuto da tutti il consigliere più fidato di Donald Trump, il suo ideologo preferito, nonché capo della sua campagna elettorale. Era stato nominato, dopo la vittoria elettorale Chief strategist. Aveva anche lui commesso un errore (ben più grave di quello del tenente Sheridan ai tempi di “Carosello”). Con le rivelazioni dei suoi rapporti con i russi durante la campagna elettorale, Bannon aveva contribuito ad arricchire notevolmente il libro di Michael Wolff “Fire and Fury inside Trump White House” e ciò era piaciuto poco al neo eletto Presidente degli Stati Uniti d’America.

Dopo la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d’America anche in Italia è stato annunciato un cambiamento dal governo bipartitico delle due forze politiche uscite vittoriose in modo evidente dalle elezioni del 4 Marzo ultimo scorso.

Con un contratto di governo sottoscritto dai due leader (in coalizione e non in alleanza, hanno precisato) la trasformazione del Fisco appare veramente rivoluzionaria: si passerebbe dal sistema progressivo a quello piatto. Così come si può definire radicalmente innovativo il cosiddetto reddito di cittadinanza (in qualsiasi forma, anche ridotta, sia adottato).

Il bipartito (se il “convitato di pietra” introdottosi, misteriosamente come nel “Don Giovanni” Mozartiano, nella compagine ministeriale non farà le bizze) promette anche di affrontare in modo diverso il problema dell’austerità imposta agli Stati-membri dall’Unione Europea. Ne ho scritto in un articolo ad hoc e non mi ripeto.

(*) e, poi, ancora: Rob Porter, Brenda Fitzgerald, Andrew McCabe, Rick Dearborn, Omarosa Manigault-Newman, Dina Powell, Tom Price, Sebastian Gorka, Carl Icahn, Sean Spicer, Anthony Scaramucci, Reince Priebus, Walter Shaub, Michael Dubke, Katie Walsh, K.T.Mc Farland, Michael Flynn, Preet Bharara.

Le ipotesi di cambiamento promesse dai due Dioscuri politici e dal Presidente del Consiglio dei Ministri, da loro concordemente scelto, non si fermano qui: ve ne sono veramente tante.

Per attuarle, occorrerà scegliere tra la maniera soft degli Inglesi o quella hard degli Statunitensi.

Al di là del metodo, però, sarà decisivo dimostrare molta fermezza, soprattutto da parte dei due Capi-partito. Il Presidente del Consiglio non sembra avere la forza politica sufficiente per richiamare all’ordine Ministri un po’ birichini.

Oggi, per esempio, il Ministro per la Famiglia (al singolare, nonostante la pluralità di nozze previste dal nostro ordinamento) e per la Disabilità (ovviamente degli altri) ha deliberatamente offeso la sensibilità degli Italiani meno codini, bigotti e clericali.

Un Paese soddisfatto delle conquiste di diritti civili (altrove, peraltro, già da tempo riconosciuti) può aspettarsi commenti poco adeguati da un Ministro del Culto, ma non dal titolare di un Dicastero della Repubblica Italiana (che deve rispettare tutte le leggi dello Stato, finché non siano modificate o abrogate). Il signor Lorenzo Fontana non doveva parlare come un rappresentante della parte più oltranzista e retriva della CEI.

In conclusione: certamente, il piglio dimostrato da Trump nel fare piazza pulita dei collaboratori non in linea con le sue idee di “cambiamento” ha qualche eccesso di autoritarismo, soprattutto perché non concede prove d’appello; ma il semplice buffetto di Salvini al suo amico di partito pecca certamente per difetto.

Oltretutto, il Governo che gli Italiani hanno voluto per gestire la res publica dev’essere in grado di fronteggiare pretese Vaticane di ben altra portata (dalla materia fiscale a quella dell’immigrazione).

Il Salvini della campagna elettorale sembrava dare piena garanzia di fermezza su tali punti: quello della bonaria tirata d’orecchi del suo bigotto Ministro no!

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