Le liberal democrazie sono sempre state (e sono) stabili e vitali soprattutto nei Paesi Anglosassoni: da quando vi sono nate, non hanno subito gli scossoni, i capovolgimenti radicali, le parentesi tiranniche o autoritarie (di aspiranti dittatorelli da dozzina) che hanno caratterizzato quelle dell’Europa continentale. Nel “secolo breve” le dittature fasciste e comuniste hanno occupato drammaticamente la scena Europea dopo che, da ultime, le monarchie fortemente autoritarie, soprattutto dell’Europa Centrale, l’avevano calcata.

Perché? E’ solo frutto del caso o vi sono profonde ragioni culturali e ambientali?

E’ questo un interrogativo che i “liberali” che vogliono interrogarsi sul loro scarso “appeal” verso i giovani, dovrebbero prospettarsi, soprattutto dopo il crollo in Occidente, sia del nazi-fascismo sia del social-comunismo. L’analisi non è facile.

Per esporre il mio punto di vista devo iniziare con un raffronto: paragonare le condizioni culturali e ambientali della Gran Bretagna (più degli Stati Uniti, su cui il discorso casca per derivazione) e del resto dell’Europa.

Sul piano del pensiero filosofico, si può dire che l’Inghilterra (dopo la Grecia di Democrito, Leucippo ed Epicuro) sia stata la patria dell’empirismo (dal greco, appunto, empeirìa= esperienza), una dottrina che fa derivare tutte le conoscenze umane possibili dal’esperienza. Ne sono conseguenze logiche: il relativismo, il pragmatismo, per molti il monismo (in soldoni: esiste un solo mondo, quelle delle cose che cadono sotto i nostri occhi). Un effetto derivato dalla necessità di contenere gli eccessi di libertà, sempre possibili, è il contrattualismo, secondo cui il potere politico, lungi dall’essere il prodotto di un’investitura divina è il risultato di un “patto civile” (contratto) con cui si crea un ordinamento politico giuridico organizzato a salvaguardia della pari libertà di tutti i consociati.

Sul piano religioso, il Cristianesimo è penetrato nei confini di Albione ma nella forma scismatica (a opera di En  rico VIII) della cosiddetta Comunione Anglicana, ostile alla Chiesa cattolica di Roma o in quella ugualmente eretica del Calvinismo (più propriamente detto, a tale latitudine, Puritanesimo). Inoltre, la percentuale degli atei è in forte crescita e ha già raggiunto livelli molto alti.

Sul piano storico, l’Inghilterra non ha mai conosciuto l’Assolutismo monarchico, se non per il breve periodo del Regno di Enrico VIII.

Ben diversa e pur con differenze da Paese a Paese è la situazione dell’Europa Continentale.

Sul piano filosofico l’ostilità all’Empirismo inizia con la dottrina platonica delle Idee che attribuisce unico valore conoscitivo alla Scienza astratta ed è con forza sostenuta, da ultimo, dai marxisti-leninisti. L’alveo è dualistico: v’è un mondo di là di quello fisico, detto, appunto, meta-fisico (anche se non è compresa nel quadro la figura di un Dio).

Sul piano religioso, nel Continente predomina il Cristianesimo, sia nella versione Cattolica sia in quella Luterana. Nei Paesi protestanti (del Nord-Europa) l’ateismo è in forte crescita; in quelli cattolici batte ancora il passo, anche se le alte gerarchie ecclesiastiche lamentano un lento processo di progressiva “scristianizzazione” nelle pratiche religiose dei “fedeli”.

Sul piano storico, l’Assolutismo politico l’ha fatta sempre da padrone nelle diverse forme di teocrazia (Papato, Arcivescovati, Patriarcati) monarchia (Re Sole, Cecco Peppe), tirannide (Hitler, Mussolini, Stalin) con conati autoritari tutt’altro che infrequenti nelle liberal democrazie instaurate nel secondo dopoguerra mondiale dagli Alleati (Italia docet).

Da tutto quanto precede, si desume che una delle più mastodontiche “fandonie” è l’affermazione secondo cui esiste un “liberalismo anglosassone” e uno “euro-continentale”. La verità è che esiste un solo “liberalismo” ed esso è anglosassone.

Il liberalismo vero, infatti, o si nutre di empirismo, di relativismo, di pragmatismo o non è.

Nell’idealismo, nell’assolutismo, nel perseguimento di alte finalità di vita imposte ex aliunde manca, in senso profondo, la stessa “libertà”; ed è una palese contraddizione parlare di “liberalismo” senza libertà.

Dov’è la libertà, infatti, nel fedele che è costretto a credere nel dogma di un Dio (non dimostrato né dimostrabile) di cui gli parlano apoditticamente i sacerdoti, per salvarsi l’anima e/o per avere clemenza? Dov’è la libertà del fanatico politico che è indotto, con un indottrinamento di tipo anch’esso “catechistico”, a credere in verba magistri e a ritenere salvifica un’ideologia supportata da concetti meramente astratti di uguaglianza universale e volta a pretendere, salva una laica “scomunica”, comportamenti individuali tesi al raggiungimento di una finalità qualificata da presunti Maestri “Superiore”? Dov’è la libertà nell’uomo sottoposto all’assolutismo di un Pontefice (o di un modesto parroco di campagna che minaccia pene e sofferenze dal suo pulpito), di un Re (di un Principe, di un Duca o di chi altro nella scala nobiliare), di un Dittatore e dei suoi Gerarchi?

Conclusione: è un fuor d’opera definire “liberalismo” un comportamento politico fatto a) di consensi al Cristianesimo o a qualunque altra fede religiosa dogmatica e assolutistica; b) di silenzi, dimenticati o coperti da un velo di pietà, dinnanzi alle malefatte del Fascismo; c) di fughe vili, con tentativi di accomodamenti vari, di fronte al al Catto-Comunismo dei nostri anni “democratici”.

O formose puer, nimium ne crede colori! – ammoniva Virgilio. Non bisogna mai lasciarsi ingannare dalle apparenze e credere, per esempio, che dopo il crollo prima fascista e poi comunista e la debàcle degli ex democristiani tutti siano diventati in Italia “liberali”.

E’ un liberalismo finto come lo era quello dei “padri fondatori” Risorgimentali, intriso di quegli Alti Valori che delusero, profondamente, Giacomo Leopardi, quando ebbe modo di incontrare a Firenze i suoi maggiori esponenti.

Oggi, quello stesso “liberalismo” professato, a parole, dal Movivento Cinque Stelle e dalla Lega ha fatto sì che il nuovo Governo presieduto da Giuseppe Conte nascesse soltanto dopo inenarrabili sforzi compiuti dai due Dioscuri, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, di staccarsi dalle rispettive placente della Sinistra post-comunista e della Destra, post-fascista, pur muovendosi entrambi i giovani leader in una logica che volendo essere anti-sistema avrebbe dovuto necessariamente essere a-ideologica e decisamente pragmatica.

Fatto il Governo, comunque, dopo encomiabili e utili sforzi, il liberalismo altrettanto falso delle “penne” più note della nostra stampa e degli intrattenitori più a la page della TV sta dividendo le sue “antipatie” per i due “leader” – uniti, ormai da un comune programma molto pragmatico – in base a consunti orientamenti di sinistra o di destra. E così Salvini è apostrofato come razzista, xenofobo e sovranista dai sinistrorsi; Di Maio come pauperista e populista, dai destrorsi.

In una nota canzone napoletana, amata dai nostri padri e nonni, l’autore dice a un certo punto: Gettiamo questa maschera, diciamo la verità!

Allora: accettiamo l’idea che a dirsi liberal-democratici possano essere, in un futuro ancora lontano, solo i figli dei nostri nipoti; non i nostri contemporanei, anche giovani.

E ciò avverrà, sempre che a) il processo di “scristianizzazione” vada avanti e non sia messo nel nulla da ondate di fanatici dell’ultima delle tre religioni monoteiste mediorientali; evento che riporterebbe l’Europa ai “secoli bui” già tristemente conosciuti dai nostri antenati; b) Platone e i suoi epigoni dell’Idealismo Tedesco siano dimenticati (a dispetto della brillante idea del Maestro Ateniese di creare un’Accademia che impone di pensare poco con la propria testa e di credere piuttosto e sempre in verba magistri); c) si riscopra, infine, il valore del contrattualismo sociale, rinunciando alla fola di società aperte dove l’integrazione di nuove masse richiede una convivenza secolare, con risultati non sempre eccellenti (si veda il melting pot statunitense).

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here