Si è assistito al solito tiro di sbarramento del centrosinistra sulle dichiarazioni di Conte, ma soprattutto di Salvini, sulla flat-tax. Bestia nera del PD per molte ragioni.

Il munizionamento sparato è quello solito, come corretto dopo l’implosione del comunismo e il deperimento dell’opposizione borghesia/proletariato: che la flat-tax dà ai ricchi e pertanto toglie ai poveri. È agevole replicare che toglie di meno a tutti, ma essendo proporzionale, anche se con il correttivo di progressività attraverso la soglia di esenzione, toglie di più a chi guadagna di più. D’altra parte se, come faceva il centrosinistra, il risultato era di togliere di meno a tutti (salvo i contribuenti esenti) il vantaggio per la stragrande maggioranza degli italiani c’è. E l’appetibilità della nuova imposta, anche.

Ma non è questo l’aspetto che voglio considerare, ma un altro connesso alla flat-tax, più generale e più politico.

Nella letteratura, sempre più diffusa, sul populismo è stato affermato che questo rappresenta sia il divorzio del popolo (cioè dei governati e in particolare dei più poveri) dalle èlite, sia quello della sinistra dai ceti popolari. Tesi del genere sono sostenute da decenni da Lasch, Piccone, De Benoist e altri, e, in Europa ed USA, confermate dai (successivi) risultati elettorali. Come a Roma dove alle comunali del 2016 solo due municipi, notoriamente e sicuramente “borghesi”, sono risultati a direzione PD.

In Italia poi, a differenza che negli altri Stati dell’Europa occidentale, la maggioranza sovran-popul-identitaria è assoluta, perché superiore al 50% del corpo elettorale (e del Parlamento). Come i lazzaroni del Cardinal Ruffo, i populisti possono cantare “chi tene pane e vino, ha da esse giacobino”.

C’è da ritornare sul perché di tale exploit, notevole oltre che nella misura, nella accelerazione.

Spesso la crescita dei movimenti populisti è stata, in altri paesi, collegato a cause – per così dire – prevalentemente sovrastrutturali. Ossia alla difesa d’identità, valori, costumi che la globalizzazione tende a sostituire o emarginare. Il ceo-capitalismo è estraneo ai valori popolari classici. Tant’è che è stato teorizzato anni fa in Francia un blocco sociale tra classi agiate (sedotte dalla globalizzazione) e minoranze d’immigrati che rimpinguasse le calanti falangi dell’elettorato di sinistra transalpino, orientate verso il front national. L’ideologia del progresso (cioè – anche – della crescita illimitata) aveva soppiantato il socialismo classico; la conseguenza era che i socialisti di un tempo (anche loro) ingrossavano le file populiste.

Accanto alle ragioni sovrastrutturali, v’erano anche quelle strutturali: la crescita lenta dell’economia, la concorrenza degli immigrati sul mercato del lavoro e quello dei paesi emergenti sulle merci.

Differente è il caso dell’Italia, la cui peculiarità fondamentale è la scarsa funzionalità dell’apparato pubblico e la di esso (illimitata) capacità di consumare risorse a fronte dei (scarsi) servizi resi. Cosa che non ha eguali nel mondo sviluppato. Il welfare nazionale è come la Natura di Leopardi, la quale  “non rende poi quel che promette allor”: per cui l’affezione a uno Stato sociale siffatto è correlativamente meno sentita che altrove. Quando poi si è constatato che a fronte di prelievi pubblici crescenti si stava teorizzando – e praticando – la riduzione delle prestazioni (pensionistiche e sanitarie soprattutto) il “blocco sociale” che, bene o male, aveva sorretto – o sopportato – l’apparato si è progressivamente dissolto.

Decisivo all’uopo è stato il governo “tecnico” Monti, le cui linee principali d’azione sono state l’aumento delle imposte prevalentemente su un bene popolare come la proprietà immobiliare e la riduzione delle prestazioni pensionistiche. Ancor più deludenti i risultati cui quei considerevoli sacrifici erano asseritamente finalizzati; né da quel governo né dai successivi è stato ridotto il debito pubblico e la “ripresa” economica dalla crisi è stata agra e stentata, non paragonabile a quella USA e della maggior parte dei paesi europei.

A questo punto i ceti sacrificati dalla crisi: ossia quelli popolari, soprattutto dalla riduzione dell’occupazione e i ceti medi principalmente dall’aumento delle imposte e tutti quanti dal ridimensionamento delle prestazioni pubbliche hanno realizzato la convergenza sull’esigenza di cambiare il sistema e mandare a casa le élite che avevano governato.

Il programma del governo Conte, connotato soprattutto dalla proposta della flat-tax e del reddito di cittadinanza caratterizza e formalizza la convergergenza.

C’è da chiedersi se tale alleanza costituisca uno stabile “blocco sociale” nel senso di Gramsci. Questi nelle tesi del congresso di Lione affermava la necessità di porre in prima linea, fra gli alleati del proletariato industriale e agricolo, le “larghe masse contadine”: costruire tale alleanza era la condizione per mobilitare contro il capitalismo la maggioranza della popolazione lavoratrice.

Nella dinamica che ha portato all’affermazione maggioritaria in Italia dei populisti è chiara l’importanza determinante della situazione economico-sociale; è altresì chiaro che la ripulsa delle due componenti principali dell’azione governativa, individua come avversari e obiettivi da battere: a) le élite detronizzate b) il loro operato c) in particolare sotto il profilo economico, rivelatosi predatorio e inefficiente.

Fino a quando queste condizioni si manterranno la “costellazione” populista difficilmente potrà dissolversi.

Il che è confermato dal comportamento dei partiti ora all’opposizione, ordinati secondo la vecchia opposizione borghese/proletario (o destra/sinistra), i quali hanno ripetutamente tentato, ciascuno verso il partito populista più affine (asseritamente) di dividere il blocco “nuovo”, riconducendone una parte a una alleanza governativa con un’altra componente del vecchio sistema.

Ciò non è solo trasformismo ma applicazione della vecchia regola politica  di dividere gli avversari (divide et impera) per batterli.

Quindi se il concetto di blocco sociale (e l’altro di blocco storico) di Gramsci sono tributari, anche se nel senso non ortodosso del pensatore sardo, della dottrina marxista, e con ciò hanno una connotazione economicista – pur nell’importanza che Gramsci riconosceva nella sovrastruttura – alla fine nella presente vicenda appaiono determinanti o almeno co-determinanti le componenti, le priorità e le regole politiche della contrapposizione.

Tuttavia i blocchi sociali costruiti intorno all’opposizione borghesi/proletari, ossia sullo sfruttamento dei secondi da parte dei primi, sono superati dalla nuova forma di sfruttamento, che li “riorganizza” secondo l’asse (essenzialmente politico) élite governanti/governati: e in effetti si sono così strutturati. La domanda del blocco sociale populista è semplice: ridurre i prelievi fiscali (flax-tax) ed aumentare i trasferimenti ai cittadini (reddito di cittadinanza). L’avversario da battere sono le èlite dirigenti le quali soprattutto dal 2011 hanno fatto l’esatto contrario, e che quindi sono il “nemico interno”. Il tutto significa meno risorse a disposizione dell’apparato pubblico (e in genere dei tax consomnmers) e più per i cittadini (tax payers). Al blocco populista si può contrapporre – e si va teorizzando – un blocco “statalista”, anche se conciliare neo-liberismo (che potrebbe attrarre l’elettorato di Forza Italia) e assistenzialismo statalistico-corporativo (quello del PD) appare impresa ardua. A meno di un disastro, che nessun saggio si può augurare.

CONDIVIDI

1 COMMENTO

  1. Condivido le considerazoni su PD e flat-tx ma sarei più cauto a voler liquidare come vecchia la distinzione tra destra e sinistra. Si saranno sempre nella politica forze che, per semplificare, auspicano uno stato più grande ed interventista contro altre che lo intendono più piccolo e meno assistenzialista. Sarà sicuramente anche un modo semplicistico di inquadrare la politica ma nella formazione di questo governo mi par di vedere più che un blocco sociale ti tipo gramsciano due movimenti con poco in comune oltre al loro euroscetticismo e un proprio modo di essere espressione di protesta verso una classe politica inefficiente e corrotta i quali nel loro sforzo di mediazione sono riusciti a inserire temi come la flat-tax di certo non di sinistra ed il reddito di cittadinanza sicuramente non di destra. Due temi questi che sono potuti entrare in un programma di governo a mio avviso grazie a niente altro che la disperata necessità di mediazione per la formazione del governo. Tutto questo mi pare ancora ben diverso da quelle forse proletarie e contadine intraviste da Gramsci e dallo stesso Gobetti come le sole forse in grado di abbattere e sostituirsi alla vecchia classe dirigente.
    (Franco Minetto)

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here