Vilfredo Pareto L’ignoranza e il malgoverno. Lettere a «Liberty» a cura di A. Mingardi, Liberilibri, Macerata 2016, pp. 113, € 17,00

È sorprendente, per chi non abbia letto scritti di Pareto ma ne conosca la biografia, compresa la nomina a senatore del Regno durante il (primo) governo Mussolini, leggere come il grande economista e sociologo coniugava realismo e liberismo, spingendosi fino a posizioni libertarie, e collaborando, come nel caso degli scritti qui raccolti, con riviste che le sostenevano. In questo libretto, infatti, il lettore trova le lettere che Vilfredo Pareto (1848-1923) scrisse a «Liberty» rivista anarchica di Boston, finora inedite in lingua italiana. In appendice, si può leggere invece l’articolo della Raffalovich che convinse il futuro autore del Trattato di sociologia generale a interessarsi alla pubblicazione di Boston.

In realtà Pareto è nel filone – oltretutto maggioritario nel pensiero politico – che ritiene modellabili le istituzioni solo a condizione che si sia ben attenti alla realtà; sintetizzato nella frase di Giolitti che il mestiere del (buon) politico è come quello del sarto: ai gobbi, bisogna fare un vestito con la gobba, perché a tagliarlo e cucirlo senza, vestirebbe male.

Queste lettere sono un’analisi, per i lettori americani, della situazione politico-sociale dell’Italia nell’epoca crispina, ma, a testimonianza della sagacità di Pareto e della sua capacità di capire le regolarità della condotta e delle società umane, possono utilmente applicarsi – in molti casi – all’Italia contemporanea.

Ad esempio – scrive Pareto – sulla spedizione di Massaua, che giudicava costosa e inutile: “Dall’altra parte dell’Atlantico, il popolo italiano deve apparire come un popolo punto dalla follia, per aver speso già più di un centinaio di milioni per metter piede in un angolo della terra così inospitale … Ma no: il popolo italiano ha in realtà tanto senno quanto qualsiasi altro; ovvero è pronto a farsi menare per il naso esattamente come qualsiasi altro. Basta alzare la voce e proclamare forte e chiaro grandi frasi l’ “onore nazionale”, l’ “espansione della razza italiana”, e simili, e il popolo si ritrova a inghiottire l’esca senza andare in profondità a capire che razza di merci avariate si nascondano dietro questa bella bandiera”.

L’unica cosa che cambia di questo copione, oggigiorno, sono le parole d’ordine. Quelle contemporanee sarebbero “ce lo chiede l’Europa”, “i diritti umani” et similia.

Come scriveva poi il solitario di Celigny “ogni volta che una classe sociale è riuscita a prendere possesso del potere, e non è stata frenata dalla resistenza delle altre, essa ha sempre promulgato una legislazione interamente a proprio vantaggio”. Il che ricorda da vicino la tesi di Trasimaco nella “Repubblica” di Platone, e le successive analisi della scuola di “public choice”.

Anche sulla differenza tra le tutele dei diritti dei cittadini nei paesi anglosassoni e nell’Italia, Pareto, come l’altro “dioscuro” della scienza politica italiana del ‘900, Mosca, è convinto sostenitore dell’ habeas corpus: “Gli americani e gli inglesi che volessero avere una nozione precisa di quel che sta avvenendo in Italia, farebbero bene a tenere a mente la profonda differenza che passa fra questo Paese e il loro. La differenza emerge dal fatto che noi non abbiamo l’habeas corpus, e pertanto non possiamo perseguire i funzionari governativi; quando essi violano la legge, non c’è altra autorità salvo gli stessi ministri che possa perseguirne i crimini; e così il governo gode del più grande prestigio presso le classi lavoratrici, che si sentono totalmente alla sua mercè”; per cui “L’americano o l’inglese è consapevole dei suoi diritti innanzi allo Stato, l’italiano si sente in sua balia”.

Nella “costituzione più bella del mondo” si è pensato di risolvere il problema con l’art. 28 sulla responsabilità dei funzionari; il quale è da circa 70 anni di fatto poco o punto applicato, perché non tradotto in norme legislative e in pratiche (amministrative e giudiziarie) efficaci. Anche perché come scriveva Tocqueville nell’Ancien régime la protezione (e fedeltà) dei funzionari è essenziale per chi governa.

Pareto attribuisce i mali dell’Italia crispina in gran parte all’ignoranza del popolo, poco o punto consapevole dei propri interessi e diritti e di come difenderli “Sono soprattutto i veri liberali che in Italia dovrebbero dedicarsi a istruire le classi inferiori, dal momento che è a causa della loro ignoranza che non abbiamo un buongoverno e solo attraverso l’educazione e l’insegnamento riusciremo un giorno a migliorare questo stato di cose”. Il curatore del volume Alberto Mingardi si chiede se abbia un senso leggere tutto questo oggigiorno. Conveniamo con lui che “sono corrispondenze preziose per chi vive nell’Italia di oggi … Se ne deduce che sono centoquarant’anni in cui, con l’eccezione di un breve intervallo nel secondo dopoguerra, la classe dirigente italiana ha fatto di corruzione e cialtroneria il suo tratto saliente. Per coloro che si disperano ad ogni campagna elettorale, vedendo deteriorare la qualità del discorso pubblico e immiserirsi il ceto politico, è quasi un pensiero confortante. Been there, done that”.

*Recensione pubblicata anche sul blog di Carlo Gambescia

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