Il gioco delle similitudini, se non è contenuto in limiti ragionevoli, può condurre a visioni aberranti della realtà.

Se, per esempio, si volesse considerare l’attuale formula di governo del Bel Paese come un triumvirato di romana memoria, ci si dovrebbe subito chiedere se i poteri di Conte, di Di Maio e di Salvini siano, nella sostanza, uguali o invece piuttosto sbilanciati per effetto del peso elettorale di ognuno di loro.

L’esame (quale che sia) del problema, non salverebbe, comunque, l’alleanza messa in piedi da un’ipotizzabile condanna a vita breve, perché è sempre stata quella la sorte dei triumvirati romani.

Con altrettanta prudenza, andrebbe considerato il paragone con i Consoli dell’antica Roma, perché la radice etimologica di consules rimanda all’idea di una continua, reciproca consultazione per decidere insieme.

Ora, già allo stato, abbiamo prove sufficienti per ritenere che Di Maio e Salvini danno agli Italiani l’impressione di non volersi consultare per niente e di decidere ognuno per proprio conto, nel tentativo di “sopraffarsi l’un l’altro” in vista di prossime competizioni elettorali; a ciò spronati anche dai sondaggi che hanno lo stesso effetto dei cori “ultras” negli stadi.

Se così non fosse, i due Dioscuri della nostra vita politica, cercherebbero di trovare un accordo sulla priorità “logica” oltre che economica delle proposte da essi stessi inseriti nel cosiddetto “contratto di governo”.

Nel senso che se da alcune riforme (per esempio quella introduttiva della flat tax) ci si ripromette, secondo gli oppositori troppo ottimisticamente, di tirar fuori quattrini e di altre (per esempio, istituzione del reddito di cittadinanza), invece, si prevede che costeranno un bel po’ con sofferenze per il bilancio statale, sarebbe bene esaminarle insieme e non in tempi diversi per giungere a una soluzione congiunta e concordata; e ciò, anche per realizzare e mostrare agli elettori il perseguimento di finalità di una certa compensazione sul piano finanziario.

Per tale problema, un loro concerto (allargato, ovviamente, ai Ministri-economisti presenti nella compagine governativa) potrebbe risultare particolarmente utile, con la previsione di un unico provvedimento (o di più atti tra loro collegati) per risolvere congiuntamente, e non in modi o tempi separati, i problemi della flat tax e del reddito di cittadinanza.

Milton Friedman, le cui teorie hanno fortemente influenzato le scelte liberiste del governo britannico di Margaret Thatcher e di quello statunitense di Ronald Reagan (negli anni Ottanta) e che oggi  è chiamato in causa da Salvini per una dual tax che ricalca la concezione alla base della flat (rispettando, almeno formalmente, il nostro dettato costituzionale sulla progressività dell’imposizione tributaria) si era proposto anche il problema del reddito, una sorta di quello voluto da Di Maio, in sostegno dei poveri, sotto  l’angolo visuale di un’imposta negativa e con l’obiettivo di una funzione di stimolo per i percettori di redditi inferiori a una certa soglia.

Ora è probabile, però, che le scelte degli esponenti della Scuola di Chicago non piacciano non tanto a Di Maio e a Conte, ma ai gauchiste post-comunisti (soprattutto se ammiratori di Naomi Klein, feroce e talvolta scorretta avversaria di Friedman) che hanno sostenuto e condotto al successo elettorale il Movimento delle Cinque Stelle, lo hanno condizionato imponendogli di cercare di avere uno sgangherato PD come partner di governo e continuano a interloquire ancora pesantemente su ogni aspetto di buonismo pauperistico che salti fuori dalle vicende del Paese.

Se ciò impedisce al Governo di prendere un indirizzo univoco e ben preciso, coerente con la politica adottata da altri movimenti “anti-sistema”, come in Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America (e in via di adozione in Austria e in altri Paesi dell’Unione Europea) non è un buon segno né per la durata dell’esperimento in atto né per la realizzazione di una lotta veramente efficace al sistema”.

Vi sarebbe la conferma che se l’assenza di un movimento anti-sistema è un danno per la collettività, la presenza di due partiti anti-sistemi riduce i pericoli per la sopravvivenza dello status quo ante.

Salvini e Di Maio dovrebbero dire concordemente: stop agli effetti perversi della globalizzazione, come immigrazione selvaggia, alterazione delle regole della concorrenza per basse paghe di lavoro negli Stati autoritari, sviluppo dell’alta tecnologia per dar luogo a una società post-industriale e dei servizi; e contrastare altrettanto in piena sintonia la linea opposta che è quella indicata dai poteri finanziari di Wall Street e della City, espressa dai Macron, dalle Merkel e dall’intero sistema mass-mediatico mondiale  e che comporta: credito alle imprese manifatturiere in difficoltà; immigrazione per fornire loro mano d’opera a basso costo; politica di austerità per dare al bilancio dello Stato la possibilità di soccorrere, se necessario, banche in sofferenza per la mancata restituzione dei mutui  o spese per l’organizzazione di accoglienza degli immigrati.

Ora è chiaro che Salvini e  Di Maio e anche Conte sono sulla seconda delle due linee ricordate, ma Di Maio dovrebbe trovare il coraggio di infischiarsene dei conati gauchiste ancora presenti nel suo partito ed evitare di assumere atteggiamenti  di buonismo catto-comunista che sanno ormai anche di muffa oltre che della consueta falsità.

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