Arriva il momento in cui ci si accorge di quanto sia fragile e labile quello in cui si crede.
Ciò è probabilmente colpa della tendenza umana a sopravvalutare il presente ed a sottovalutare quanto possa essere in realtà facile tornare indietro, perdendo le conquiste fatte.
Ci siamo con il passare degli anni convinti, che la democrazia liberale sia il migliore sistema finora sperimentato dall’uomo, ma non abbiamo ancora appieno compreso quanto questa sia in realtà fragile, quanto i passi avanti fatti fino ad oggi non fossero affatto “scontati” ed “inevitabili.
Questa capacità della società di produrre il suo contrario, e che oggi più che mai nell’epoca della globalizzazione, continua ad oscillare tra tendenze opposte, tra azione e reazione, tra un passo in avanti ed un passo all’indietro, tra il cambiamento e la resistenza al cambiamento.
Troppo facile, si potrebbe obiettare, sarebbe agitare gli spauracchi del fascismo e del populismo almeno quest’ultimo oggi così attuale e dilagante, eppure la tentazione di rinchiuderci in un guscio, di tornare ad essere un “piccolo” Stato nazione legato alla mitologia del sangue, esiste, ed è una forte spinta reazionaria nel senso più letterale del termine.

Poco dopo la Seconda guerra mondiale, il sociologo tedesco Max Horkheimer osservò che esisteva una «tendenza del liberalismo a trasformarsi in fascismo», scriveva nell’”Eclisse della ragione”, “abbiamo abbattuto i dogmi, l’idea che esista una verità al di là della nostra «ragione soggettiva»”.

Dobbiamo pertanto prendere atto, che la società liberale, è intrinsecamente fragile e che proprio per questo è importante difenderla e salvaguardarla con tutti i mezzi possibili.
La nostra società è oggi piena di sintomi inquietanti, che si possono raccogliere sotto la denominazione di “indebolimento del raziocinio”.

Viviamo immersi in un mondo informato di se stesso, della sua natura, delle sue possibilità, più di quanto sia mai accaduto in qualsiasi epoca precedente della storia umana.
Oggettivamente e positivamente, si sa meglio e più di prima, come sia e come si comporti il sistema cosmico, come lavori l’organismo vitale, come si regolino le cose dello spirito, come le conseguenze siano derivate dalle premesse, l’uomo conosce il suo mondo e sé stesso meglio di quanto mai non si sia conosciuto prima in tutto l’arco della sua storia.
L’uomo è diventato più capace di giudicare, la sua conoscenza si estende su un numero maggiore di campi e soprattutto un numero di persone molto maggiore di prima partecipa ad un certo grado di istruzione e di cultura, la “Società” presa come soggetto astratto, conosce certamente meglio se stessa.

Tutto ciò nonostante, oggi più che mai, bisogna controllare attentamente come “malattia sociale” l’immane demenza che pervade la società attuale, freddamente ed oggettivamente metterne a nudo i suoi sintomi e per quanto possibile, fissare l’indole del male e cercare i mezzi della sua guarigione.
Le continue e ripetute violenze sia sui docenti che sulle forze dell’ordine esprimono un grave malessere sociale, quasi come fossimo al “tramonto della società” che si fonda sul principio di autorità.
Se ci limitiamo a considerare questi singoli fatti come eventi “eccezionali” o ”particolari” e circoscritti ad un determinato contesto o quali risultato di una relazione tra individualità, rischiamo di non cogliere l’insieme del malessere che ci circonda e che ha invece pervaso profondamente la nostra società.

Per comprendere appieno i movimenti della Storia occorre “lasciare” l’albero e concentrarsi sulla foresta, parafrasando il filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel.

Così come affermava il sociologo statunitense James Samuel Coleman, uno dei maggiori teorici sociali che si è occupato prevalentemente di sociologia dell’educazione e dello studio delle politiche pubbliche, oltre ad essere stato uno dei primi utilizzatori del termine capitale sociale, la Società si basa su un rapporto asimmetrico tra il bisogno dell’individuo di controllare il proprio comportamento e dalla possibilità di trasferire questo diritto agli altri.
Tesi, non da tutti condivisa, ma che teorizza un interessante rapporto di asimmetria verticale della società e di reciprocità tra individui.
La verticalizzazione sociale rimanda ad un rapporto tra diseguali, anche se non del tutto passivo, in quanto l’investitura “sociale” di un singolo individuo si basa sul principio della convenienza ed opportunità (dimensione orizzontale) delle società stessa.
Lo scenario che rappresenta il “cemento” della società, è rappresentato dalla razionalità giuridica, costituita da diritti e doveri regolamentati, questi ultimi (diritti e doveri regolamentati) portano pertanto a ritenere “intoccabili” e degni del pieno rispetto, le figure del poliziotto, dell’insegnante ecc. ….. espressioni visibili e tangibili dello Stato fondato su regole condivise.

L’“Io” cartesiano «Ego cogito, ergo sum, sive existo» ha ormai scalzato il “Noi”, fatto che assume anche un importante profilo di carattere sociale quando si riferisce a piccole comunità (famiglia, partito…) contrapposte alla Società.
E’ il trionfo del familismo amorale (massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo) di una società “liquida” a legami di condivisione deboli.

Dichiarava Margaret Tatcher, confermando uno degli aspetti dell’empirismo inglese (Locke, Hume…) ”La società non esiste, esistono solo gli individui”.
Gli scolaretti pertanto disobbediscono alle loro maestre, gli adolescenti aggrediscono i loro insegnanti, i genitori di quegli adolescenti si precipitano a scuola per picchiare gli insegnanti già aggrediti dai propri figli, questa è realtà sociale delle nostre scuole raccontata dalla cronaca di ogni giorno.

La verità emanata dai vari casi narrati quotidianamente dalle cronache ha forse una portata storica ben più vasta ovvero che la nostra epoca si sta avviando al tramonto della pedagogia.
Si tratta forse, di una morte lenta, di un evento in cammino da decenni, di una trasformazione profonda della società che dischiude davanti a sé, un inaudito avvenire.

Ciò che sta accadendo, infatti non è il legittimo rifiuto delle pedagogie tradizionali, conservatrici o reazionarie, ma l’abbandono stesso dell’idea che il bambino (futuro cittadino) debba essere in qualche modo – ed ovviamente da qualcuno – accompagnato, guidato, condotto per mano a una destinazione a lui (al momento) ignota.

E che questa conduzione presupponga una subordinazione dell’educando all’educatore, implichi una disciplina, mobiliti un sapere da trasmettere ed apprendere, preluda ad una formazione che prosegue per tutta la vita dell’uomo senza la quale l’uomo non viene al mondo, non esiste, senza la quale l’uomo non è nulla.

Il secondo dopoguerra europeo ci si è progressivamente e sostanzialmente sbarazzati di tutte le tradizionali istituzioni pedagogiche: esercito, scuola, famiglia, istituzioni pubbliche.
Ci si è sbarazzato in altre parole, della modernità, dell’epoca in cui si aveva creduto che non soltanto il soldato, lo scolaro ed il figlio andassero educati ma anche il Cittadino.

La liquidazione della scuola è solo l’ultima tessera di un domino al termine del quale l’educazione stessa scompare dall’orizzonte della nostra esperienza umana.
E non ci inganni il fatto che la scuola italiana da decenni è ostaggio di pedagogisti e pedagogismi.
Il burocratico dominio di questi specialisti segna proprio l’eclissi della funzione educativa dell’insegnamento.
E’ proprio in questi decenni di pedagogismi proliferanti che l’insegnamento viene espropriato del suo tratto magistrale, che i programmi scolastici vengono privati dei loro contenuti fondamentali, che gli insegnanti stessi vengono sviliti a categoria sociale derelitta, malpagata, screditata, emarginata, ad un branco di vecchi «sfigati».
Non ci si deve perciò stupire, che i genitori prendano sempre più spesso parte per i figli nei conflitti con gli insegnati.
La rottura dell’alleanza scuola famiglia è il prodotto della distruzione storica di entrambe.
Il padre che abbia perso il rispetto per l’insegnante del proprio figlio è infatti, con tutta evidenza, un genitore che ha già perso il rispetto di se stesso.
E non ci si illuda che basti alzare la voce per ritrovare la magnifica speranza progressista di una educazione dell’uomo per l’uomo.

Similmente, ciò che resta della cosiddetta “leadarship politica” ha abdicato alla conduzione del proprio elettorato per accodarsi ai suoi umori momentanei.

Le tecnologie della comunicazione digitale stanno facendo il resto, il magnifico universo del world wide web è un cosmo ottuso in cui non ci sono sapienti e alunni, maestri e allievi, ma solo guru chiassosi ed adepti ignoranti.

Resta infine da capire se riteniamo di avere ancora qualcosa da insegnare ai nostri figli.

CONDIVIDI