Recentemente il prof Boldrin, noto professore di economia e tra i Padri fondatori di FARE per fermare il declino, se ne è uscito sostenendo che la ripresa economica, in Italia, è possibile solo decimando la micro e la piccola impresa italiana e che deve essere rimpiazzata con medie e grandi imprese, più produttive, più efficienti , innovative e che pagano le imposte !!

Ecco che non possiamo far passare per positive affermazioni di questo tipo e per ben due validi motivi, il primo è che quanto affermato è contestabile con fatti concreti e il secondo è che il Prof. Boldrin va in giro proclamandosi un Liberale.

Da Liberale e da uomo che ha fatto e fa impresa in Italia , e all’estero, devo ribattere alle affermazioni di Boldrin, e spiegare perché il professore abbia torto.

E’ da Liberale che devo ricordare al professore una libertà fondamentale dell’uomo: la libertà dell’iniziativa economica che già Locke aveva difeso allorchè aveva inserito il diritto alla proprietà fra i diritti naturali.

Purtroppo questo concetto fondamentale e di intuitiva semplicità trova sempre più avversari che lo contrastano, tra gli stessi liberisti ci sono soggetti ottusi, ci sono poi i nuovi nostalgici, i velleitarismi dei nuovi rivoluzionari, quelli che vogliono essere innovativi a tutti i costi, e tutto questo fa si che il vero liberalismo sia destinato a rimanere minoranza benché sia , e la storia lo ha dimostrato, il solo punto di vista e la sola dottrina veramente capace di guidarci per un futuro con nuove e reali prospettive.

Tra coloro che lo contrastano troviamo anche il professor Boldrin che mi dovrebbe spiegare in quale modo si possa esercitare la libertà di iniziativa economica se la piccola impresa deve morire, ovvero in quale modo chi ha iniziativa economica, in Italia,  può creare la propria “start up” se non ha la possibilità di creare e gestire una piccola impresa.

Da uomo che ha fatto e che fa impresa e che osserva di continuo il contesto in cui operiamo, vorrei ricordare al Professore Boldrin che molte imprese grandi e medio grandi hanno la necessità di poter contare sul supporto di terzisti costituiti in piccole  o medio piccole imprese, al fine di avere una maggiore flessibilità per contenere i costi nei momenti di crisi o per incrementare la produzione nei momenti di crescita economica.

E questa risorsa di un indotto qualificato e qualificante è stato, ed è anche oggi, il motore del sistema produttivo italiano ed ha reso il nostro paese competitivo.

Le piccole aziende hanno poi, proprio per la loro natura e per le loro esigenze di sopravvivenza, una maggior rapidità nel creare nuovi prodotti, mentre nelle grandi aziende si deve passare attraverso strutture gerarchiche “ ingessanti” che rallentano i tempi di sviluppo e che , spesso, intervengono negativamente sul risultato finale.

Uno dei poteri forti , in Italia, è quello rappresentato dai sindacati, in particolare dalla CGIL, e questo potere, a volte non così palese, ha condizionato , il più delle volte in senso negativo, il processo di crescita della nostra economia produttiva.

Ebbene nelle piccole aziende, il più delle volte, il sindacato non riesce ad attecchire mentre nelle grandi aziende è forte e determinante, di conseguenza più struttura produttiva trasferiamo nelle grandi aziende, togliendola alle piccole, e più potere andiamo a conferire al sindacato.

Certi processi negativi , in particolare in epoca Renziana, hanno subito un accelerazione, ad esempio nel settore della moda , dove esiste una costellazione italiana di micro e piccole imprese, i grandi gruppi hanno iniziato a fare shopping , rilevando le piccole imprese dei terzisti, che a loro volta facevano affidamento su micro imprese di alta artigianalità, per arrivare a gestire in proprio tutto il processo produttivo.

Ho amici che hanno ceduto aziende da 10/12 milioni di fatturato, con EBITDA percentualmente rilevanti, ai grandi marchi per i quali lavoravano, ed ora le stesse aziende hanno ridotto i margini, hanno allungato i tempi di consegna e hanno tagliato fuori le micro imprese artigiane che facevano la differenza qualitativa.

Questo è un esempio reale del quale ho dati certi ma ne esistano infiniti altri, quindi , mio caro professore, dov’è questa efficienza produttiva data dalle grandi imprese che dovrebbe far rinascere la nostra economia produttiva ?

Parlando poi del mio settore, ovvero le costruzioni navali, è un dato consolidato che i cantieri più grandi sono sopravvissuti alla crisi proprio grazie alla “valvola” dell’outsourcing, in misura tale che , mediamente, i dipendenti diretti assicurano, al massimo, non più del  25% del monte ore necessario per costruire una nave.

Non parliamo poi della affermazione finale del professore Boldrin, ovvero che la concentrazione del sistema produttivo in grandi o medio grandi imprese garantirebbe un maggior gettito in termini di imposte.

Capisco che il professore insegnando, da anni, all’estero non sia così ben informato su ciò che avviene in Italia, ma basti citare il caso FIAT con tutti gi spostamenti di sede sociale e tutte le manovre sugli assetti societari, per capire che le grandi imprese vanno a ricercare paesi con minor fiscalità, cosa che le grandi dimensioni e la globalità del mercato consentono loro,  e spesso, queste manovre vanno a buon fine e restano impunite, mentre il piccolo paga tutte le imposte in Italia e viene “marcato stretto” dallo stato fiscale.

In definitiva non è certo con la “ricetta” del professor Boldrin che rimetteremo in moto questo paese.

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