Tralasciando l’ombra ormai morente di un PD che “si aggira per l’Europa” con aria ben meno minacciosa del suo marxiano antenato, da più parti si sente un coro nutrito e ben organizzato di oppositori al Decreto Dignità presentato alla Camera dal ministro Luigi Di Maio. Ma chi sono, questi oppositori morali (o immorali) che da un presunto cristallino pulpito provano a smontare l’unico provvedimento a tutela dei lavoratori che il nostro paese vede ormai da decenni?

La prima categoria, la più divertente, è quella dei Bocconiani. Tutti esimi professoroni in Economia (Domestica) che tuonano dai loro stanchi scranni con la veemenza di chi ha, legittimamente, paura di vedersi decurtare, da un giorno all’altro, il gettone di presenza. Già perché molti di questi signori – è storia fin troppo nota, – integrano i pur già lauti emolumenti del privato ateneo milanese con gli stipendi di numerosi Consigli di Amministrazione di società, guarda caso, che il Decreto Dignità lo osservano con un certo sospetto, vuoi mai che siano costretti ad assumere qualcuno a tempo indeterminato.

La seconda categoria è quella dei Sindacalisti, forse la categoria più tragica, veri e propri collaborazionisti del capitale internazionale che negli ultimi anni hanno abdicato con chiara evidenza al loro ruolo storico ed ideale a favore del soldino facile che poteva venire da vantaggiosi accordi: basta informarsi circa il trattamento stipendiale e pensionistico di un qualsiasi quadro dirigente sindacale per comprendere che egli o ella manderà certo il pargoletto erede a studiare Economia alla Bocconi, dove il giovane rampollo si troverà in compagnia dei figli di quei manager che papà o mammà dovrebbe combattere. E poi dicevano che il Corporativismo in Italia non funziona!

La terza categoria invece è, duole dirlo, la più immorale di tutte. Si tratta, senza mezzi termini, degli stessi industriali. Beninteso, certo non quelli che provano a sopravvivere ipotecandosi la casa per pagare i dipendenti, quelli hanno tutto il nostro plauso e la nostra solidarietà.

Parliamo invece dell’infido sottobosco di padroncini e padroncioni, spesso locati nel Nordest (quando l’amore per la manodopera a basso costo non li ha già condotti sulla via dell’illuminazione a Timisoara), che piangono da mane a sera per causa del costo del lavoro e per le tasse, lo Stato come socio occulto e tanti altri refrain ormai proverbiali.

Andiamoli a conoscere meglio. C’è lo scarparo scaltro che ha messo su la fabrichèta e negli anni d’oro ha fatturato – ma il termine è puramente teoretico, giacché sono transazioni senza riscontro, – decine di miliardi e che ha pian piano portato in Svizzera il malloppo, ossia quello che spettava alla società (e quindi ad azionisti e lavoratori) ma che lui ha sottratto per sé. Con la compiacenza dei vari governi Berlusconi e PD è stato in seguito facile, quando la Svizzera non è più stata ‘sicura’, ri-traghettare il maltolto verso casa, tanto lo Stato gli chiedeva solo una piccolissima percentuale. E perché? Per non deprimere il mercato.

E poi c’è quello con la fabbrica che lavora con marchi internazionali – Yves Saint Laurent, Gucci, Rossi, – che in Svizzera non ci va, troppo rischioso, ma mette su un sistema anche migliore: come tanti suoi colleghi, organizza due casse, una è quella degli introiti societari e poi, perché no, c’è la cassa nera, quella in cui egli distrae i soldi dell’azienda per andare in crociera o a farsi le vacanze a Cortina. Non sia mai che gli venga in mente di utilizzare quel denaro per stabilizzare uno dei suoi lavoratori, meglio far lavorare la povera gente senza certezze pur di salire sull’MSC alla volta delle Isole Greche.

Un tempo esisteva in questo paese la cultura imprenditoriale seria, quella di capitani di industria che assumevano rischio e si rovinavano per pagare fatture e dipendenti, quelli che mettevano del loro pur di salvare l’azienda che era vista come un bene collettivo, in cui ognuno faceva il proprio, dal tornitore all’amministratore delegato, in uno sforzo congiunto per il bene comune. Oggi, molto spesso, rimangono questi sciacalletti di provincia che per comprarsi il SUV e intasare le stradine dei loro microbici paesetti rifiutano categoricamente di riconoscere i diritti dei lavoratori e al contempo piangono miseria di fronte allo Stato.

Vai avanti, ministro Di Maio, ripristina la legalità morale del lavoro in questo paese, e rimetti in riga questi bottegai senza etica.

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here