“Dopo l’estate elimineremo le domenica gratuite nei musei. Le domeniche gratis andavano bene come lancio pubblicitario. Sono stati gli stessi direttori a chiedermene il superamento. Lascerò loro più libertà: se vogliono fare una domenica gratuita niente di male, ma l’obbligo no. Magari le gratuità aumenteranno, però in modo intelligente. Le domeniche gratuite non tengono conto né della stagionalità, né dell’afflusso nelle diverse aree geografiche”: questo l’annuncio del ministro dei Beni culturali, Alberto Bonisoli, che negli ultimi giorni ha scatenato accese polemiche.
Gli Italiani vengono da anni tempestati di innumerevoli discorsi sulla valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, sul ruolo strategico del turismo e sulla necessità di una migliore conservazione del patrimonio nazionale; indubbiamente lo sviluppo dei servizi connessi alla gestione del patrimonio nazionale costituisce una straordinaria opportunità per il nostro Paese, pertanto, sorgono spontanee alcune considerazioni.
Un patrimonio inestimabile dal punto di vista economico quello italiano: se è impossibile monetizzarlo, non può senz’altro negarsi che andrebbe conservato meglio, protetto e valorizzato con interventi mirati. Tuttavia, non riscontrandosi un ritorno economico immediato, questo non viene spesso fatto. Si tratta di un vero peccato perché la spinta che la valorizzazione del patrimonio artistico potrebbe dare all’economia è immensa.
La bufera innescatasi nei giorni addietro per le dichiarazioni del ministro dei Beni culturali, Alberto Bonisoli, relative alla sua volontà di “superare” le domeniche gratuite ai musei, non soltanto risulta sterile e strumentale, bensì rischia di celare ancora una volta l’ostacolo che da sempre impedisce il “sì tanto agognato” sviluppo economico che deriverebbe dall’unica cosa che ci distingue al mondo rendendoci i primi: il patrimonio artistico.
Le migliaia di turisti stranieri che arrivano in Italia ed entrano gratis, o con biglietti dal costo esiguo, nei più prestigiosi siti archeologici e museali del mondo, pensano a buon ragione che gli Italiani siano dotati non solo di uno scarsissimo fiuto per l’Art Business ma soprattutto di un’ aberrante inconsapevolezza del valore dei beni in casa loro.
Probabilmente gli stranieri approfittano del pedagogico ed educativo intento di incentivare tutta quella cultura – a gratis – ma certamente non capiscono questa strategia e non l’apprezzano. Pagherebbero (di più) volentieri per godere della “spettacolo” di cui l’Italia fa dono ad ogni suo visitatore.
L’obiettivo deve essere quello di promuovere un’offerta turistica migliore, di favorire più turismo nei siti minori e in diverse giornate dell’anno, senza congestionare ulteriormente luoghi già aggrediti da un turismo massificato che non crea certamente economia, un turismo insostenibile, che rovina il nostro stesso patrimonio artistico, già sottoposto ad eccessiva usura.
Basti pensare a quanta gente affolla le nostre città d’arte, creando spesso disagi per i residenti, e rovinando i luoghi, con fontane trasformate in piscine e sagrati di chiese ridotti ad accampamenti. La qualità, così come l’unicità, sono gli aspetti che contraddistinguono un’opera d’arte, i caratteri che spingono il turista alla visita, non il costo della visita (o almeno non in misura prevalente).
Si può riuscire nell’impresa di attrarre nuovi visitatori non per forza legittimando la gratuita fruizione del patrimonio artistico, piuttosto diversificando questa, pur sempre nell’intento di incentivarla, per provenienza geografica, età, corso di studi, stagionalità: questa potrebbe essere la via per una, quanto più pragmatica, valorizzazione.
Le politiche fino ad oggi implementate provocano – forse – il rischio di procrastinare nella svalutazione di ciò che ci rende veramente unici al mondo.
Il “petrolio italiano” non può e non deve essere ridotto “gratuitamente” a volgare consumismo: più gli Italiani rispettano il BelPaese, più il BelPaese sarà rispettato!

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