Gran Bretagna e Stati Uniti d’America, patrie delle liberal-democrazie, sono gli unici Paesi ad avere pieno titolo per fare opera di revisione degli eventuali effetti deviati e devianti della dottrina liberale, da loro fin qui applicata per il governo della res publica: possono indicare eventuali correzioni per eliminarne le conseguenze negative, senza rischiare di essere accusati di tradimento dello spirito liberale.

E, non a caso, quelle due grandi Nazioni hanno sorpreso il mondo, condannando aspramente il neo-liberismo, accusato, sostanzialmente, di essere giunto ad annullare la libertà di chiunque non rientri nelle oligarchie finanziarie e industriali che spadroneggiano nel Pianeta.

L’esempio degli Inglesi e degli Statunitensi, però, ha fatto in modo che si divaricasse ancor più la cultura empiristica anglosassone da quell’idealistica europea. Qualcuno ha detto che con la Brexit e con l’elezione di Trump, Inglesi e Americani, hanno ricostituito il fronte degli “Alleati” della prima e della seconda guerra mondiale, contro il pericolo di un’islamizzazione dell’Occidente.

Gli Euro-continentali sembrano essere stati, per così dire “spiazzati”, perché non hanno tenuto conto che qualcosa s’era rotto con la Brexit e i bandi di Trump. Non hanno capito, soprattutto che sia l’uno sia l’altro evento non potevano non avvenire.

Gli establishment nord-americani che hanno “scimmiottato” per lunghi decenni, i colleghi europei della parte continentale, nei modi di agire e di pensare, sono stati spazzati via da un voto definito “di pancia” (ovviamente, solo dagli intellettuali-snob dell’uno e dell’altro versante atlantico). Ciò ha impedito al popolo che le angherie, i misfatti, le ruberie, i commerci infami, sotto la copertura d’ipocrisie e di reboanti proclami di pace, di amore universale, di giustizia distributiva rendessero l’America dominata dalla cosiddetta cultura europea.

Altri effetti di minore importanza ma pur sempre riconducibili al divario, si sono verificati nell’una o nell’altra parte dell’Occidente. Tutti insieme, tali eventi rappresentano la proiezione di un netto disagio dei Paesi Anglosassoni a sentirsi parte di un Occidente, erroneamente considerato, culturalmente unico.

La revisione di due miti storici del liberalismo, la globalizzazione, anche umana, e la libertà degli scambi dei prodotti sono stati sottoposti a dura e acuta critica e entrambi sono stati mandati in soffitta. Il nuovo corso dei due Paesi liberali prevede la chiusura delle frontiere per salvaguardare la forza e l’efficacia del “patto sociale” di derivazione hobbesiana e la reintroduzione dei dazi doganali, laddove la concorrenza sia alterata da prodotti degli Stati totalitari realizzati con bassissime paghe ai lavoratori.

Naturalmente le prefiche del falso liberalismo globalizzatore e “libero scambista” hanno pianto preventivamente sulle disgrazie del Regno Unito di Gran Bretagna e degli Stati Uniti d’America e sono state smentite dai fatti: il PIL nord-americano è balzato oltre il quattro per cento!

A battere il passo, è restata l’Europa continentale, ferma al liberalismo di due secoli fa: quando i fenomeni migratori erano ben poca cosa e lo scambio delle merci avveniva tra Paesi di pari livello democratico ed economico.

Oggi, è difficile far capire che mantenere in piedi l’industria manifatturiera europea con l’ausilio dei mutui delle Banche e dello schiavismo del terzo millennio è un errore madornale che ci costa la paralisi e impedisce ogni sviluppo. La spaccatura del fronte unico che comprendeva gli establishment inglesi e statunitensi e le forze economiche, finanziarie e industriali che li hanno sempre sorretti deve essere portata avanti anche dai Paesi Europei. La protesta che ha espresso la Brexit e l’elezione di Trump dev’essere alimentata anche nella vecchia Europa continentale! Se i vertici finanziari dell’economia mondiale, hanno, ancora, molta forza nei Paesi dell’Unione Europea e possono ancora imporvi, come un tempo avveniva per le colonie, i loro “viceré” o “ducetti” o, comunque, governi autoritari, è ora che tutto ciò finisca!

Il problema è: a opera di chi? Dopo l’esaltazione interessata, per fini di penetrazione nei mercati, della democrazia rappresentativa, le centrali finanziarie oggi praticano, nella vecchia Europa, la tecnica del governo dei custodi. E’ un’idea antica che, sia pure sotto forme diverse, ha affascinato filosofi egregi da Confucio a Platone e ha convinto anche pensatori moderni come Lukacs, Vasquez e Skinner. Ed è una dottrina che ha ricevuto molte applicazioni pratiche in varie epoche storiche e in molte parti del mondo. Inoltre, l’attrazione per un governo dei custodi responsabili della politica si irrobustisce molto in un contesto, com’è quello odierno, dominato dalla tecnica e dalla specializzazione delle professioni. I fautori di un tale governo sostengono che se non tutti gli individui riescono ugualmente bene come medici, avvocati, ingegneri, esperti di elettronica e via dicendo, non c’è ragione di non pensare che ciò avvenga anche per gli uomini politici chiamati a reggere le sorti di un Paese. La progressiva inettitudine delle classi di governo porta, progressivamente, a una sorta di anarco-capitalismo, favorita dal caos del Mercato.

E’ vero che la maggior parte degli anarchici si è sempre opposta al dominio del mercato (e ciò farebbe pensare a un’inconciliabilità tra anarchismo e capitalismo) ma vi sono stati, però, anche anarchici come Proudhon che hanno pensato a mercati inglobati in un sistema di relazioni contrattuali privo dello Stato e della sua forza coercitiva.

Per evitare l’ipotesi di un mondo futuro, al tempo stesso economicamente globalizzato, e politicamente anarchico, non c’è che da sperare nei giovani!

Anche per essi, però, la fiducia nel futuro è difficile. Il mondo “globalizzato” non ha portato all’unità universale, come il termine poteva far credere, ma piuttosto all’atomizzazione degli individui. E ciò contro la tendenza umana più naturale: quella di unirsi agli altri, di associarsi e vivere in comunità ben precise, stabili, dove la conoscenza, la stima reciproca avviene per effetto di scambi diretti di opinioni e di emozioni. Vagheggiare impossibili ritorni al passato è sconsigliabile; arrestare, però, il processo involutivo, sul piano dei costumi sociali, in atto nelle nostre comunità è ancora possibile.

In pratica i millennials devono contribuire a combattere la globalizzazione nei suoi aspetti non strettamente economici dello scambio delle merci e dei prodotti. La conoscenza di mondi diversi da quelli in cui siamo nati e vissuti è certamente un bene, ma bisogna stare bene attenti a preservare il tessuto umano e sociale dei Paesi in cui si nasce o si vive. L’uomo deve ritrovarsi in un ambito circoscritto le cui dimensioni territoriali e umane devono continuare a consentire l’applicazione delle regole rigorose del “contratto sociale” che vanno nella direzione di garantire la pacifica convivenza con i suoi simili. Gli Stati Uniti e il Regno Unito di Gran Bretagna hanno avvertito tale necessità e, benché agli apici dello sviluppo capitalistico, i loro vertici politici hanno saputo agire in conseguenza. Il loro esempio ci sia d’insegnamento.

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