La figura del “mediatore culturale” italiano porta con sè alcuni problemi su cui è bene fare chiarezza. 1. Il mediatore culturale è una figura professionale contestabile nella sua stessa esistenza. È una figura inutile, che non serve, se non a dare soldi pubblici più o meno gratis a chi viene nominato tale. La mediazione culturale è nella migliore delle ipotesi carità pelosa verso lo straniero (retribuita tuttavia con i nostri soldi pubblici), e nella peggiore, cioè ciò che succede nella maggioranza dei casi, è cooperazione e collusione nello sfruttamento dei più derelitti e miseri. La figura stessa del mediatore culturale andrebbe perciò abolita, annullata, eliminata. Non serve, e fa danno. Ecco infatti 2. Che il ruolo e “lavoro” di mediatore culturale, prima appannaggio del cittadino italiano in quanto facente l’interesse nazionale italiano difficilmente realizzabile dallo straniero, ecco che è stato preso d’assalto dagli stranieri medesimi, all’attacco dello Stato e delle casse italiane (i nostri soldi pubblici) tramite le agguerritissime associazioni degli stranieri subito organizzate ed all’opera al limite della violenza. 3. Il Ministero della giustizia ha recentemente indetto un concorso tramite bando per la selezione di taluni mediatori culturali italiani, le associazioni degli stranieri in Italia hanno subito eccepito con ricordi a pioggia di volere partecipare al banchetto (stipendi pubblici gratis) pubblico statale italiano, i soliti giudici di Milano hanno con sentenza annullato il bando pubblico accogliendo i ricorsi degli stranieri sulla base della interpretazione distorta del Testo Unico della pubblica amministrazione – decreto legislativo 165/2001 – che demanda e richiede , per la propria attuazione , un decreto ministeriale che non è mai stato emanato. Dunque il tribunale di Milano ha sentenziato in base a norma -attuativa – inesistente. 4. Chi è prevalente nel nostro ordinamento, la politica cioè un provvedimento di attuazione di indirizzo politico o la non – giustizia ovvero l’interpretazione di un tribunale? Il nostro ordinamento giuridico si fonda sulla divisione dei poteri: esecutivo (governo), legislativo (parlamento) e giudiziario (giudici e sistema giurisdizionale). La politica ha il compito e la funzione di indirizzare e attuare ció che ha promesso e per cui è stata votata. Deve cioè realizzare la politica per la quale è stata legittimata e scelta con il voto elettorale dalla maggioranza degli italiani. Ove ponga in essere un provvedimento quale è il decreto legislativo relativo alla pubblica amministrazione 163/2001, essa attua ciò per cui gli italiani l’hanno votata ed “eletta”, scelta. La politica è cioè prevalente sulle decisioni tramite sentenza dei giudici, poiché se così non fosse, la decisione di un giudice o anche di più giudici sarebbe “superiore” e prevalente sulla volontà e volere della maggioranza degli italiani. Al contrario i giudici, pur costituzionalmente autonomi, non essendo eletti nè tantomeno rispondendo a nessuna volontà di quale che sia maggioranza degli italiani, non possono “dettare legge”. Al giudice ed ai giudici in generale spetta unicamente l’attuazione del dettato legislativo e del complesso delle leggi elaborato e posto in essere dal legislatore italiano che è il Parlamento (e tramite decreto il governo) italiano. Solo il legislatore, ovvero unicamente il Parlamento italiano (ed il governo tramite decreto) può porre in essere la legge in quanto legittimato dal voto popolare di noi tutti, dal popolo italiano.

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