Poco ci manca che dicano che in realtà, come giocatore, Beppe Signori non era niente di che, che i gol che faceva erano tutti facili, che probabilmente si comprava anche quelli, che Arrigo Sacchi aveva ragione quando lo metteva a fare il terzino o proprio non lo faceva giocare, che non è mai stato decisivo. E tutto questo per aver commesso un solo errore nella vita: gli piace scommettere. Ma il vero scommettitore – e uno che, come Signori, ha sempre scommesso su tutto, a partire dal sublime “buondì in trenta passi”, sicuramente lo è – vive per il rischio, per l’adrenalina, per l’ebbrezza del risultato in bilico, per dare un senso a una partita inutile in cui non tifa per nessuna delle due squadre, mai per fare i soldi. Fare i soldi è il miraggio, quello che c’è oltre, non è mai il primo fine.

Tuttavia, a Cremona non sono così convinti. Tu chiamale se vuoi, sensazioni. Sono quelle del procuratore Roberto Di Martino riguardo a possibili combine negli incontri della serie A. Tanto basta a sbattere il mostro in prima pagina. In questo barbaro cortocircuito tra procure in cerca di un quarto d’ora di gloria (purtroppo Garlasco finì qualche chilometro più in là del confine circondariale), giornalettismo assetato di scoop (ogni estate deve avere la sua “-opoli”, altrimenti non è più estate) e opinione pubblica in piena sindrome da terrore rivoluzionario (le ghigliottine verranno installate nei bar sport, accanto al frigo dei gelati e al flipper), chiunque può venire risucchiato nello “scandalo del calcio-scommesse”, chiamato in causa dall’ermetico pizzino di un commercialista, dalla roboante sparata di un millantatore da quattro soldi, dal linguaggio criptico di un dentista di provincia.

Non si tratta di entrare nel merito della vicenda. Per quello ci sono le indagini, da svolgere in maniera sobria e rispettosa dei diritti degli indagati, non davanti alle telecamere e lanciando esche avvelenate, eventualmente il dibattimento, le prove, le sentenze, i successivi gradi di giudizio. Un vero liberale, prima di condannare o assolvere, aspetta i titoli di coda, non lo fa mentre ancora scorrono quelli di testa. Soprattutto quando il trailer è confuso, grottesco, sospettoso. Dalle intercettazioni trapelate alla stampa (altro costume incivile di cui ormai nessuno mette in discussione la decenza) non esce nulla di concreto, ma solo le sbruffonerie di un’armata Brancaleone alla ricerca del guadagno facile, grazie alle sedicenti soffiate di persone che si autoproclamano “molto addentro”. Testimonianze decisive, finora, zero.

Non servivano il calmante che il portiere Paoloni ha disciolto nelle borracce dei compagni di squadra o le sensazioni della procura di Cremona per aprirci gli occhi sul fatto che il calcio italiano è malato, che le cose non vanno come dovrebbero andare, che le partite sono probabilmente più truccate di Sean Penn nel nuovo film di Paolo Sorrentino. Servivano però a ricordarci ancora una volta, purtroppo, che la nostra è una repubblica di manettari, che le libertà civili valgono meno di un titolo ad effetto, che i processi finiscono prima ancora di iniziare, che la giustizia non è un accertamento sofferto e ponderato della verità, ma – ironia della sorte – un evento frivolo su cui scommettere con gli amici a cena. E allora fate il vostro gioco.

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