Può capitare di non riuscire a resistere alla tentazione di accendere la televisione, al ritorno da una serata estiva, se non altro perché fa caldo e d’estate fa piacere tirar tardi. Facendo la gimcana tra i programmi troppo trash persino per essere scandalosi, si approda ad uno speciale del 2016 (d’estate, si sa, ci servono il pasto non consumato a pranzo) dal roboante titolo di Giovani e Ricchi.

Chissà, dici, magari facciamo come i nostri nonni che si incantavano di fronte ai Cinegiornali che mostravano l’Agha Khan mentre sfrecciava in Costa Azzurra con Gianni Agnelli e Ranieri di Monaco, Errol Flynn che organizzava scherzi con Raimondo Lanza di Trabia o la vita nelle grandi tenure nobiliari come San Rossore o Migliarino.

Invece no. Prima che uno possa dire Jack Robinson (o Mario Rossi, a voler essere autarchici) ci si ritrova catapultati nel regno del Cafonal più spinto che forse nemmeno Dago nei suoi peggiori incubi potrebbe concepire: ma se le Iene o Dagospia fustigano con intelligenza questi obbrobri nostrani, lo speciale della Rai sembra non riuscire a rinvenire alcuna grettezza in questi figli di papà, o mammà, che vendono per eleganza la più truce cafoneria.

Da un lato c’è il padovano, con l’accento del bracciante agricolo, che va al lavoro in elicottero, vive nello scheletro di quella che doveva essere stata – in tempi meno barbarici, – una villa veneta ora rifinita con un raccapricciante arredamento incentrato su bagni dorati e colori da gelateria tedesca anni ’70. Insomma, vorrebbe anche passare per giovane giudizioso – lui – mica li butta via in discoteca, i soldi, ma per assecondare le sue ‘passioni’. Bene – dici, – c’è luce alla fine del tunnel… E quali sono le tue passioni? Beh, ad esempio, la mia Maserati rivestita in velluto nero.

Poi c’è il torinese che va in sartoria colla mamma – la claque è importante, – e gira costantemente con il fazzoletto nel taschino della giacca. Sguardo annebbiato, sostiene che le ragazze lo corteggino perché è bello. Va in vacanza a Cannes con tre orologi diversi perché ogni camicia richiede il suo. Lui in hotel cinque stelle, gli amici stipati come emigranti d’inizio secolo in una stanzetta di un tre stelle per spendere meno. Socio di un club del golf con un fee da ventimila euro l’anno – ancora da annoverare un demente che non giochi al golf, – sostiene di non amare l’ostentazione: sarà per quello che gli amici li lascia in pensione.

Ma c’è anche una lei, una giovane veronese che fa ginnastica con un personal trainer – mica per scendere nel cliché, per carità, – in una sala privata della palestra. Non è che i figli di papà hanno meno grinta dei genitori, le chiedono. Ma no, è un luogo comune, mio padre mi ha anche insegnato a giocare a golf. Il padre lo vediamo infatti, bel tipo del rubizzo venetone così ben descritto da Gian Antonio Stella, quello che tra un’ombra e l’altra ha messo su un impero producendo tacchi per scarpe o tavolette per cessi.

Ci sarebbe anche quello che fa le vacanze a Ibiza e fa mangiare il cane seduto a tavola ma risparmiamo il lettore per rispetto. Ciò che davvero colpisce è da un lato la preoccupante mancanza di consapevolezza – nei realizzatori del programma o negli spettatori, bel dilemma, – circa una pur minima nozione di eleganza, per converso così chiara nella mente dei nostri nonni. Dall’altro, non può non impressionare la genuina e totale dabbenaggine di questi rampolli, o forse solo polli, che non hanno il minimo senso morale che travalichi il loro denaro (di papà, a voler essere fiscali).

Richiesta se si innamorerebbe mai di un pizzaiolo di Sorrento, la ragazzina del golf dice che sì, potrebbe accadere, ma ci sarebbero ‘problemi tecnici’. Ossia? ‘Che dovrei rinunciare al mio stile di vita… insomma, per esempio… dove andrei in vacanza, col pizzaiolo di Sorrento?’ Fine pensatrice, la giovane donna, così profonda che forse potrebbe fondare una religione. Il pradismo.

Simile ad un altro agghiacciante esperimento come Riccanza, questo documentario ci restituisce anch’esso un desolante ritratto di una classe agiata, talvolta finta tale, che ama dei rituali che le vere classi alte (giusto per calcare l’inglese Upper Class, non che noi si condivida il concetto) guardano con una certa ironia. E allora le feste a pagamento perché nessuno ti invita (ma i soldi possono aprire una porta), figli di gente comune che pur di sembrare ricchi inventano storie assurde (la protagonista di Riccanza, per dirne una, ampiamente sbugiardata da Dagospia), falsi aristocratici che adulterano le lettere maiuscole in minuscole nei propri patronimici (ma c’è limite alla miseria?) per arrivare al golf stesso, lo sport più noioso del mondo, che tutti dicono di amare pur di poter far parte dei circoli in cui sperano d’essere notati da gente più raffinata.

Del resto però non è una novità. Se aristocrazia e popolino hanno una secolare alleanza che li rende, in qualche strano modo, affini, è la classe di mezzo che da sempre ha problemi di identità, valoriali e di posizionamento sociale. Giovani e Ricchi somiglia tanto alla storia di quel borghese così ben immortalato da Molière: tanto il suo desiderio d’esser preso per ciò che non è, ossia un gentiluomo, che accetta di sborsare un sacco di soldi per farsi nominare mamamouchi – parola senza alcun significato, – da un impostore funzionario consolare turco.

Giovani, ricchi e…. moderatamente imbecilli.

 

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