Ogni tanto anche la nostra Marina Militare decide di mettere in costruzione delle nuove unità. Certo, nulla di paragonabile alla Vittorio Veneto o alla Cavour o alla Roma che avrebbero dovuto costituire il vanto della Regia Marina prima che la disillusione della Seconda Guerra Mondiale, di Taranto e di Capo Matapàn non costringesse il Paese ad un amaro risveglio.
Al momento ci è dato sapere che la nuova leva della nostra flotta militare sarà una portaerei o, ad essere più precisi, una porta elicotteri (può essere che ci saranno anche degli aerei ma, nel caso, sarebbero comunque simili a degli Harrier, capaci cioè di decollare in verticale).
Fin qui, si potrebbe dire, nulla di male. Anzi, una nuova unità vuol dire anche lavoro per la Fincantieri di Castellamare di Stabia, vuol dire occupazione, vuol dire nuove visioni per la Marina Militare e nuovi traguardi. Si tratterebbe di un passo in avanti anche rispetto al Cavour ora in servizio giacché, stando a quanto viene detto, questa unità sarebbe dotata anche di un bacino allagabile per ospitare veicoli anfibi.
La tarantella tutta italica viene fuori dopo. Al principio la nuova nave avrebbe dovuto, secondo il Ministero della Difesa, chiamarsi Trieste, in onore alla città tanto agognata dal Regno d’Italia e unita al resto del Paese solo nel secondo dopoguerra: probabilmente si andrebbe a scontentare gli austriacanti ancora tra noi – e ce ne sono, – ma l’idea sembrava buona.
Poi a qualcuno, nello Stato Maggiore della Marina, viene in mente che forse sarebbe ora di smettere di dare alle unità navali e ai reggimenti nomi di luoghi per paura di resuscitare un passato ritenuto scomodo: basti pensare al Savoia Cavalleria, divenuto in seguito alla Seconda Guerra il Gorizia Cavalleria. Savoie, bonne nouvelle, recitava il motto del reggimento e un ingegnoso ufficiale se ne inventò uno simile per il nuovo corpo: Gorizia, buona notizia.
Allora si va a scavare nella storia della Marina e si nota che una figura di grande militare farebbe al caso. Si tratta di Paolo Emilio Thaon di Revel, il Duca del Mare (ducato concessogli da Vittorio Emanuele III per ricompensarlo della vittoria navale nella Grande Guerra, a Diaz andò invece il titolo di Duca della Vittoria). Pochi lo conoscono, eppure fu per i nostri nonni una vera leggenda.
Nato da una famiglia di antica tradizione nobiliare sabauda, entrò presto in Marina e fece una notevole carriera, certo non ostacolata dal rapporto di profonda stima che legava la sua stirpe a quella dei Savoia. Paolo Thaon di Revel fu non solo un grande militare ma anche un uomo di notevoli capacità inventive e di visione: fu lui che nella Grande Guerra si innamorò dei MAS, i motoscafi siluranti, e cercò di utilizzarli in ogni situazione propizia.
Fu Thaon di Revel che avallò e pianificò tutte le imprese marinare più importanti della Grande Guerra, quelle per cui gli ufficiali della Imperial e Regia Marina fecero sempre la figura dei babbei – scusate, austriacanti, ma è vero, – come a Buccari, a Fiume, a Pola. Fu il futuro Duca del Mare ad accordare al comandante D’Annunzio, con il quale intrattenne anche un interessante carteggio, la possibilità di creare una delle prime squadre aeree dell’Adriatico.
Finita la guerra la fama di Revel era alle stelle. Nel 1922 il Re lo volle nel primo governo Mussolini, in qualità di Ministro della Marina, per provare ad arginare con dei fedelissimi sabaudi la marea montante delle Camice Nere. In quella veste Revel non solo pose le basi per la costruzione della Marina Militare moderna – rinnovamento delle unità, investimento (malauguratamente limitato da Mussolini) nelle neonate portaerei, aumento del tonnellaggio, – ma si interessò anche di politica estera, inviando delle corazzare nel Mar Caspio per dare man forte all’Armata Bianca dello zar Nicola detronizzato.
Pochi ne sono al corrente ma è a Thaon di Revel che si deve l’idea di costruire due navi scuola in stile antico, la Colombo e la Vespucci: la prima scomparsa in Unione Sovietica dopo che Stalin la pretese come parte del pagamento dei debiti di guerra e l’altra, come tutti sanno, in servizio ancor oggi e considerata la più bella nave del mondo.
Indro Montanelli usava dire che siamo un popolo che non conosce il proprio passato e che per questo siamo destinati a non avere un futuro. Quasi fosse una profezia: si è infatti alzata la voce del presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani, del Partito Democratico (ossia gli eredi di quelli che Trieste volevano darla a Tito), la quale si è detta indignata da una simile scelta che toglierebbe, secondo lei, a Trieste il riconoscimento che essa merita.
Che Trieste sia italiana e meriti un riconoscimento, almeno da queste parti liberali, non lo si è mai messo in dubbio. Tuttavia anche la Storia, e gli individui che l’hanno fatta, meritano d’essere menzionati e ricordati.
E se anche i presidenti di regione cominciassero a studiarla, la Storia?

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