Cinismo e sarcasmo non mancano nell’umorismo degli Italiani, quando diventa amaro. La scritta in romanesco (“Aridateci… er puzzone nostro!”) apparsa, nel secondo dopoguerra mondiale, sulle pareti bianche dei fabbricati, dopo le prime esperienze di governo, considerate deludenti, degli uomini politici democristiani, rischia di essere, più prima che poi, “pluralizzata” e di comparire sui muri, dopo i sei mesi circa di gestione della res publica da parte della Lega e del Movimento Cinque stelle.
Il fatto è che con il “cambiamento”, umore nero a parte, veramente, ancora non ci siamo!
I nostri attuali governanti, pure avendo affermato, in campagna elettorale, di volersi muovere su una linea “anti-sistema”, con chiaro riferimento a quella, qualche tempo prima, realizzata dagli inglesi e dai nord-americani, dopo la commendevole battuta d’arresto a un’immigrazione subdola e selvaggia (che faceva e fa da copertura a un traffico spregevole di nuovi schiavi), si sono impantanati nelle dispute tipiche del vecchio sistema: hanno cominciato a seguire, da opposte bande, i postulati classici della mentalità Euro-continentale, fondata sull’ideologismo più astratto e irrazionale (oltre che assolutistico nei giudizi, sempre tranchant).
E ciò, perché, probabilmente, il problema è eminentemente culturale.
In tal caso non basta neppure la volontà, più sincera e schietta, dei leader per superar l’impasse ideologica di destra, di sinistra o religiosa, nell’azione politica.
Il tranello del pregiudizio, del preconcetto, del luogo comune inveterato e sedimentato, della frase fatta e pre-confezionata è sempre in agguato
In assenza di un respiro libero, ampio e adeguato a un cambiamento radicale di rotta, non c’è da meravigliarsi che Lega e Movimento Cinque Stelle, avvertendo il rischio di perdersi nella ripetizione di vecchi slogan della politica tradizionale italiana, si cimentino ora, esclusivamente, nell’elaborazione di meri ma inediti interventi di natura tributaria, economica o sociale. Ponendoli, però, l’uno in conflitto e in sostanziale antitesi con l’altro, per la forza della “cultura ideologica” di cui non sono riusciti a liberarsi.
Le speranze del “cambiamento” promesso dalle due “piattaforme”, dimostratesi di contrapposto e irriducibile pensiero, diventano, non per caso, ogni giorno sempre più deboli e il numero dei votanti delusi dal risultato di sostanziale paralisi della protesta, è destinato ad aumentare.
Di fronte a tanta inadeguatezza al ruolo, diventa, persino, un “fuor d’opera” continuare a scrivere su questo giornale o altrove della necessità di radicali trasformazioni istituzionali del nostro Stato. Ridotto, per decenni, dai “politicanti” degli ultimi decenni in condizioni miserevoli (come dimostrano anche recenti fatti di cronaca veramente vergognosi) il Paese continuerà a trascinarsi nel gap che lo distanzia dalla parte anglosassone dell’Occidente, impantanato, com’è, in istanze ideologiche confliggenti.
I motti: Historia, magistra vitae o Historia docet che tendono a indurre gli uomini politici a prendere in considerazione gli eventi storici del passato, per trarne insegnamenti utili per la loro futura attività, per ciò che concerne il Bel Paese, non funziona. Perché?
Probabilmente, perché gli uomini politici della nostra Penisola, ingannati dalle asserite (o pretese?) radici giudaico-cristiane della civiltà europea (pur risultando storicamente, quei modi di vita, solo mutuati dalle consuetudini, dagli usi e dai costumi degli abitanti delle terre mediorientali e mesopotamiche) non hanno mai indagato abbastanza sulle ragioni che erano state, invece, alla base della grandezza del mondo greco-romano e soprattutto della Roma Repubblicana.
Il “caput mundi” aveva imposto la propria lingua e le proprie abitudini di vita a buona parte dei Paesi della Europa e del bacino Mediterraneo. L’alta civiltà della comunità organizzata romana rappresentava un esempio luminoso da seguire e imitare. La seduzione derivava da una visione della vita empiristica e pragmatica (come era stata quella della polis greca) che inorgogliva i cittadini dell’Urbe (civis romanus sum!) e determinava il “rispetto” di chi veniva in contatto con essi. Sulla base del loro empirismo, per niente disturbato da un paganesimo “terreno” (gli Dei abitavano sull’Olimpo, che è un monte della Grecia) e soprattutto tollerante, i Romani risolvevano i problemi della res publica e della politica in maniera esclusivamente pragmatica.
Se poi ci si pone anche il problema di approfondire le ragioni dell’analogo dominio sul mondo Occidentale (e non solo) esercitato dai Paesi Anglosassoni, ai tempi nostri, si ha la conferma della superiorità dell’empirismo pragmatico e a-ideologico per la scelta di forme civili di governo dei popoli.
Dall’approdo nelle isole britanniche del “De rerum natura” di Tito Lucrezio Caro, che aveva divulgato la filosofia atomistica pre-socratica e dalla nascita del nuovo pensiero filosofico inglese, improntato anch’esso all’empirismo materialistico, anche l’egemonia politica e culturale inglese su altri popoli è stata sempre in crescendo.
La lingua inglese si è imposta dappertutto e ha reso superflua la necessità dell’esperanto. La Gran Bretagna ha rinverdito, nell’era moderna, gli allori della potenza politica che era stata nell’antichità di Roma.
Il rifiuto netto di concezioni astratte, “idealistiche”, dogmatiche sia di natura religiosa sia di origine filosofica è stato alla base della grandezza sia della Roma Repubblicana sia dei Paesi Anglo-sassoni.
Per motivi opposti, il Medio-Oriente e i Paesi costieri del Nord-Africa sono divenuti per la loro litigiosità, soprattutto religiosa, “la polveriera del mondo” (con una guerra permanente che dura da circa tre millenni). L’Europa non è stata da meno. Dopo la penetrazione nei propri confini “giudaico-cristiana”, è diventata la sede costante di tragici conflitti, giunti al diapason nel cosiddetto “secolo breve”.
La potenza corrosiva e distruttiva di quel miscuglio religioso aveva fatto sì che il potere di Roma si dissolvesse, sbriciolandosi, ai tempi dell’Impero e crollasse, come un castello di carte, su se stesso.
Gli Inglesi e i Nord-americani, prendendo lezione dalla Storia, hanno impedito che uguale destino possa toccare a loro a causa dell’invasione mussulmana e hanno sbarrato, sia pure con un po’ di ritardo, i propri confini.
Domanda. E’ possibile un cambiamento di rotta del Bel Paese nella situazione di diversità culturale che divide il mondo Occidentale in Anglo-sassoni empiristi e pragmatici e Italiani (ed Euro-continentali) idealisti e schiavi dei dogmi?
Certamente, non si può sperare che sia la borghesia produttiva nelle sue diverse modulazioni e con i suoi vari riti, salottieri, conviviali, convegnistici, a rendersi promotrice di un risveglio delle coscienze. A parte la mancanza di alcun ruolo vero dei borghesi nella collettività odierna, è proprio la loro cultura, a essere infarcita da idealismi e dogmatismi di ogni tipo. Ciò li rende ostinatamente chiusi alle novità e ai cambiamenti in direzione del materialismo empiristico e del conseguente pragmatismo.
Potrebbe farlo il popolo che ha già dimostrato di volere voltare pagina. Esso, però, è stato privato della possibilità di scegliere liberamente i propri rappresentanti in Parlamento e quindi ha le mani legate e il bavaglio alla bocca (predisposto dai mass-media tutti in mano alle élite finanziarie e industriali).
In ogni caso, è certo che i pannicelli caldi fin qui tentati da Lega e Movimento non sono certamente sufficienti a imprimere al Paese una svolta democratica e civile, e ancor meno culturale, nel senso che si è precisato.
Possiamo concludere, quindi, che, con il pragmatismo e il necessario cambiamento di mentalità degli Italiani: ancora non ci siamo!

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