V’è sempre una sostanziale, anche se sotterranea e non dichiarata, contesa, da un lato, tra lo Stato-Apparato (o Stato-Amministrazione) che si costituisce su un dato territorio, con un’organizzazione composta talvolta da milioni di persone che agiscono in nome e per conto di esso, attraverso il potere politico (Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio dei Ministri, Ministri e via dicendo) e dall’altro, lo Stato-Comunità, altrimenti detto Società Civile, che è dato dall’insieme dei rapporti di cui gli individui mirano a preservare l’autonomia e l’aderenza alle proprie istanze di spontaneità e di libertà.
Naturalmente, il tasso di democrazia di un Paese è direttamente proporzionale allo spazio che allo Stato-Comunità è riservato dallo Stato-Amministrazione.
Nel mondo cosiddetto Occidentale, esso è certamente maggiore nei Paesi Anglosassoni, rispetto a quelli della parte continentale dell’Europa. E ciò, per ragioni profondamente culturali: i primi sono empiristi e pragmatici, i secondi sono dominati da ideologie religiose e filosofiche, assolutiste e dogmatiche, per loro natura ostili a una vera e profonda libertà di pensiero.
Quando, però, interessi, esigenze, desideri della società civile sono compressi oltre una certa misura, lo Stato-Comunità, anche in condizioni non ideali di operatività, può riuscire a esprimere, in un modo o nell’altro, la necessità di un “cambiamento”.
Il problema è tra i più ardui di una società democratica e dev’essere posto sul tappeto in Italia, a mio giudizio, almeno per due casi: la giustizia e l’informazione.
La parola “cambiamento”, però, è diventata, nel corso degli anni, sempre più “abusata” in politica. Essa è sbandierata ai quattro venti, soprattutto in quei Paesi in cui ogni “mutamento” sostanziale di rotta dello Stato-Amministrazione, nella conduzione della res publica, è impedito, ostacolato, sul piano concettuale, da motivazioni, come nel caso italiano, di natura culturale. L’ostilità a ogni ipotesi di preliminare e necessario ripensamento di “dogmi”, di “verità ideologiche”, di scelte autoritarie, sedimentatesi nel corso di secoli, impedisce che si mettano in discussione “luoghi comuni”, pietrificatisi nella coscienza popolare per secoli, se non per millenni.
Affrontare tali difficoltà e ostilità, rende oltremodo rischiosa l’iniziativa: la paura della sconfitta è sempre all’orizzonte. E ciò, per effetto di quell’ostinata e insuperabile incomprensione delle ragioni del mutamento che nasce, solitamente, da pregiudizi e preconcetti.
Ovviamente, il rapporto tra i poteri dello Stato-Amministrazione e le istanze dello Stato-Comunità è molto variegato.
In taluni Paesi, alla generalità degli affari affidati alla gestione dell’apparato istituzionale e al potere politico (che vi è preposto, dai tempi di Colbert, quelli del Re sole) sono sottratti alcuni compiti cui lo Stato-Comunità (“società civile”) è particolarmente sensibile.
Nel caso della giustizia, i Paesi Anglosassoni presentano, entrambi, una forte, sostanziale, ingerenza dello Stato-Comunità; in quello dell’informazione, solo gli Stati Uniti d’America sono su posizioni più avanzate rispetto al resto del Pianeta, sotto lo stesso profilo.
Tra i Paesi dell’Euro-continente, tutti sotto il potere dello Stato-Amministrazione di colbertiana memoria, l’Italia versa, per ragioni non solo storiche, in una situazione di particolare gravità.
E’ del tutto naturale, quindi, che da più parti si solleciti un cambiamento di rotta.
Giustizia e Informazione possono considerarsi tra le piaghe maggiori dello Stivale.
L’Ordine giudiziario, a causa dell’assenza di adeguata, incisiva azione dei poteri legislativi ed esecutivi, ha finito con l’occupare, in supplenza, spazi da cui avrebbe dovuto tenersi ben lontano (il recente caso di Agrigento ne è una riprova).
Il giornalismo radio-televisivo del cosiddetto servizio pubblico informativo ormai svolge, in favore dei governanti di turno, lo stesso ruolo che nell’Unione Sovietica era della PRAVDA; situazione veramente paradossale, per un Paese che vuole essere libero e democratico.

Sistema giustiziale. Il sistema vigente in Italia è stato ereditato dai Francesi che con il Re Sole, prima, e con Napoleone, dopo, avevano voluto mettere la giustizia nelle mani di civil servant, pubblici dipendenti, inizialmente, di Monarchi e Tiranni e, in seguito, del potere politico. L’Italica fantasia ha disseminato tali impiegati dello Stato incaricati di “distribuire giustizia”, in una pletora di “tribunali” variamente denominati (civili, amministrativi, penali, tributari): una vera moltitudine di organi destinati ad assolvere lo stesso compito con specializzazioni professionali diverse) e con una conseguenziale sarabanda di sentenze, spesso in contraddizione tra di loro. A disorientare ulteriormente i cittadini, una frequente “trasmigrazione” di magistrati dell’ordine giudiziario negli altri due poteri dello Stato è resa agevole dalla politicizzazione dei prescelti: per entrare in politica, l’amicizia e la benevolenza degli “addetti ai lavori” è necessaria. Gli effetti destabilizzanti per la vita collettiva del Paese, sono determinati anche da giudizi emessi senza efficaci, adeguate, congrue e simmetriche responsabilità e da un “perdonismo” e da un “buonismo ideologico” (striscianti, ma considerevoli) che trovano addentellati persino nelle teorie sulla pena che informano la nostra Costituzione. Completa il quadro, la norma costituzionale sull’obbligatorietà dell’azione penale che, a causa del numero strabordante delle pratiche che s’affastellano sul tavolo dei pubblici ministeri, si traduce nella sostanziale discrezionalità attribuita, ope legis, a un giovane pubblico dipendente, spesso alle sue prime esperienze di accusatore.
Per voltare pagina, l’Italia deve limitarsi a volgere lo sguardo all’Inghilterra e al Galles, dove la Regina nomina (nel senso meramente formale della sottoscrizione dell’atto: quando il valore solo protocollare di tale terminologia sarà reso chiaro e univoco, anche in Italia?) i giudici e i magistrati delle Corti penali, compresi i membri della Corte suprema, ma non è libera nella scelta che resta affidata alla designazione di Commissioni indipendenti costituite ad hoc. In altre parole la selezione di chi deve “giudicare” i cittadini è sottratta al potere politico, per sua natura, parziale se non fazioso, ed attribuita a organismi direttamente espressi dalla Società civile.
Anche i giudici di pace sono nominati (formalmente) dal Lord Cancelliere, ma scelti (sostanzialmente) dalla stessa comunità.
Le differenze tra i due ordinamenti sono veramente notevoli.
In Italia, la funzione della giustizia, primaria per l’interesse della collettività e considerata in altri Ordinamenti un vero Potere dello Stato, come gli altri due poteri (legislativo ed esecutivo) manca di ogni previa investitura popolare ed è affidata a un Ordine (detto appunto giudiziario), espressione dello Stato-Apparato. Esso, pure essendo costituito soltanto da impiegati pubblici (assunti, in prima battuta, prevalentemente in base a un concorso per esami di tipo nozionistico e senza la presenza di alcun vaglio di esperienze professionali pregresse) permea, ormai, tutta la vita pubblica del Paese e costituisce una sorta di “dittatura” certamente non più tollerabile in un Paese democratico.
La storia, soprattutto più recente, della giustizia italiana rende improcrastinabile la riforma del sistema, cui non servirebbero “pannicelli caldi”. Il cambiamento richiede decisa radicalità. Lo Stato-Comunità dovrebbe assumere il ruolo che ha nelle due maggiori liberal-democrazie Anglosassoni ed espungere il ruolo, oggi determinante ed esclusivo, dello Stato-Amministrazione, dall’esercizio di un importante potere pubblico, che condiziona pesantemente, con le sue ingerenze, lo svolgimento della vita della comunità.

Sistema informativo. Chi governa dev’essere giudicato dagli elettori in base all’attività che compie, nell’esercizio dell’azione esecutiva. Di essa, il pubblico dev’essere adeguatamente informato.
Da tutti, però, tranne che da chi governa! Se a gestire le notizie sono gli “uomini del Re”, quest’ultimo non sarà mai “nudo”!
Tutto il sistema informativo radio-televisivo del Bel Paese si basa su una sorta di menzogna di Stato: a orientare i cittadini sull’attività, buona o cattiva, dei propri Governanti…sono i Governanti stessi attraverso i loro missi dominici, del cosiddetto servizio pubblico radio-televisivo, dipendenti quanti altri mai dal potere politico per mancanza di garanzie di status.
E’ serio tutto ciò? Certamente no! Anche in questo caso, come in quello della Giustizia, lo Stato-Comunità deve assumere un ruolo pregnante per sottrarre allo Stato-Apparato ciò che, a stretto rigore, non gli compete.
Ciò, però, non avviene in tutti i Paesi dell’Euro-continente. Neppure nella liberal-democratica Inghilterra, anche se il ruolo della BBC è disciplinato ben diversamente e più severamente da quello della RAI.
In conclusione, è lecito chiedersi: se non cambia anche il sistema dell’informazione, oltre a quello della giustizia, sarà mai possibile una, vera, svolta politica in Italia? Sarà possibile quel cambiamento promesso dagli attuali uomini di governo, nel corso della loro campagna elettorale?

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