Negli anni Ottanta (per una prima stesura e edizione) e Novanta (per una ristampa più che riveduta sostanzialmente rifatta), quando, almeno sul piano economico, le condizioni del Bel Paese erano molto diverse da quelle attuali, Alberto Arbasino scrisse un saggio sull’Italia e sugli Italiani dal titolo, molto esplicito, “Un Paese senza”; pubblicato da Garzanti.
Il contenuto del volume, una sferzante analisi della politica, della cultura e dello spettacolo dell’Italia e degli Italiani, ritenuti oggetto di studio, di esortazione e d’invettiva sull’esempio di molti “classici” della nostra letteratura (Dante, Petrarca, Machiavelli e soprattutto Leopardi) mi è venuto in mente, leggendo l’ultimo saggio storico di Lorenzo Del Boca. “Savoia Boia! – L’Italia unita come non ce l’hanno raccontata”.
Quello di Del Boca è un libro abbastanza corposo, edito recentemente da PIEMME (nel marzo 2018) con una prefazione di Pino Aprile che, nelle sue opere, si è occupato del medesimo argomento, con particolare riferimento all’occupazione violenta del Sud d’Italia.
L’Autore è piemontese (novarese di Romagnano Sesia) nonché figlio di Angelo Del Boca, lo scrittore che indagò sulla ferocia delle stragi delle truppe italiane in Africa e nei Balcani.
Il saggio di Lorenzo, quindi (insieme a altri suoi precedenti lavori sullo stesso argomento: Maledetti Savoia, Indietro Savoia, Risorgimento disonorato) s’inserisce idealmente nel percorso storiografico tracciato dal genitore, Angelo, raccontando, con dovizia di particolari e di citazioni dell’epoca, i massacri compiuti dall’esercito dei Savoia e dai Garibaldini nell’intento dichiarato di “unificare” l’Italia e, in quello, nascosto di annetterla al Piemonte, secondo il volere della Gran Bretagna, da tempo attenta, per propri interessi (soprattutto in Sicilia) ai destini della Penisola.
Il volume rappresenta una smentita clamorosa non solo dei libri di Storia che ci hanno fatto leggere sui banchi di scuola (e di altri che, da soli, abbiamo continuato a consultare) ma anche del luogo comune degli “Italiani, brava gente”, come, in un suo film, il regista Giuseppe De Santis aveva tentato di dimostrarci.
La lettura del libro di Del Boca non ha rappresentato per me una sorpresa.
In precedenza avevo letto quasi tutti gli altri volumi recentemente pubblicati sull’argomento, soprattutto circa la conquista sabauda del Regno delle Due Sicilie e la fine dei Borboni; i cui titoli sono contenuti nella copiosa bibliografia che correda lo scritto di Del Boca.
Una riflessione, ulteriore, su quanto è stato scritto, abbondantemente, sul tema dell’unità d’Italia, mi ha spinto a redigere questa nota, cui ho dato il titolo di “Un Paese con”, non di certo per polemica con l’amico Alberto Arbasino, ma per tentare di integrare le sue sagaci e pungenti affermazioni con considerazioni mie che, per i limiti propri di un articolo, sono brevi e riguardano solo alcuni titoli dei tanti capitoli del libro.
A ogni intestazione di paragrafo del volume ho giustapposto una domanda, che esprime, sia pure in forma interrogativa, il mio convincimento sul punto.

Un Paese senza memoria, senza storia, senza passato…o, mi chiedo, alla luce di quanto scrivono i Del Boca, padre e figlio, piuttosto Un Paese con una memoria che tende a dimenticare la sua storia e il suo passato, a causa delle vergognose nefandezze compiute dagli abitanti dello Stivale nel perseguire cosiddetti sogni “nobili” prima risorgimentali e poi coloniali?

Un Paese senza testa o, mi domando, con una testa, piena di fantasia artistica e creativa ma del tutto non funzionante sul piano della razionalità, della logica, del buon senso pragmatico e operativo, con buona probabilità, perché resa, totalmente, ottusa da fiabesche e irrazionali “verità”, che nel corso di due millenni quella testa ha, senza alcuno spirito critico, fatte proprie, non avvedendosi del buio e del vicolo cieco in cui si cacciava e perdendo ogni aderenza e contatto con la realtà materiale e con ogni possibilità di conoscenza dei percorsi da imboccare per la propria salvezza (Un Paese senza realtà, e senza conoscenze, come scrive Arbasino)?

Un Paese senza sapere o, piuttosto, con un “sapere” imboccatogli: a) da una letteratura, narrativa, filosofica, sociologica, corriva e “facilona” se non falsa e furbamente apologetica, controllata e gestita da un’Accademia selettiva sulla base dell’ossequio ai “Maestri” e strumentalizzata dal potere politico (quello vincente, ovviamente); b) da mass-media di tipo tradizionale (id est: stampa e radiotelevisione), di proprietà di tycoon eterodiretti dalle centrali finanziarie, operative in New York e a Londra e dal cosiddetto “servizio pubblico” radiotelevisivo nazionale, dove chi governa dà le direttive al fine di diffondere quelle notizie che sono utili a giudicare il suo stesso operato alla guida del Paese?

Un Paese senza avvenire o, mi chiedo, con un futuro fortemente condizionato: a) da ripetute incursioni e imposizioni al proprio governo, a volte veramente con modalità piratesche, dai burocrati di Bruxelles, di quell’Unione Europea, cui esso continua a essere volontariamente e supinamente sottoposto, pur dopo essersi avveduto del tradimento perpetrato della volontà di Unione politica, propria dei Padri fondatori, delle progressive e gravi sottrazioni di sovranità agli Stati-membri, delle ferite inferte alla propria Costituzione (come nel caso della modifica dell’articolo 81 della carta fondamentale); b) dalla supplenza, sempre più invasiva, in ogni campo della vita pubblica nazionale, dei magistrati dell’Ordine giudiziario (divenuto più che un potere un superpotere in un traballante Stato che ha visto progressivamente ridotti al lumicino gli altri due: legislativo ed esecutivo)?

Oggi, a decenni di distanza dal libro dello scrittore di Voghera e dalla sua ristampa, l’infelicità per mali antichi, riconosciuti finalmente dagli Italiani come endemici e ineliminabili (corruzione, familismo, incapacità di una classe dirigente e di governo, affarismo spregiudicato degli imprenditori, finto idealismo degli intellettuali per nascondere il proprio tornaconto) blocca ogni forma di attivismo.
La depressione, la rassegnazione e lo scoraggiamento sembrano avere preso, definitivamente, il posto anche di quel “vitalismo feroce e grullo” di cui parlava, a proposito degli Italiani degli anni Settanta, Alberto Arbasino nel Paese senza.

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